Calcio e Finanza
·30 Mei 2026
Dal progetto Folgore Caratese ai piani per Sportitalia, la crisi della Serie C e le riforme per il calcio italiano. Il modello? Berlusconi: intervista a Michele Criscitiello

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·30 Mei 2026

Tra imprenditoria, televisione e calcio, con un modello dichiaratamente ispirato a Silvio Berlusconi – «ma non in politica, perché mi fa schifo» – Michele Criscitiello indossa un triplo abito. Proprietario di Sportitalia, fresco di promozione tra i professionisti con la Folgore Caratese e impegnato nello sviluppo immobiliare dello Sportitalia Village tra Carate e Verano Brianza, Criscitiello non solo è uno dei volti più noti del giornalismo sportivo televisivo ma anche un osservatore diretto delle dinamiche del calcio italiano.
Nato ad Avellino, giornalista diventato imprenditore televisivo, Criscitiello ha costruito negli anni Sportitalia trasformandola in una rete interamente dedicata al calcio, tra talk, inchieste e diritti sportivi. Parallelamente ha investito nel progetto Folgore Caratese, appena promossa in Serie C, puntando – racconta – prima sulle strutture e sul settore giovanile che sui calciatori.
In questa intervista a Calcio e Finanza, realizzata nel cuore del centro sportivo brianzolo, Criscitiello parla del modello Folgore, della sostenibilità economica della Serie C, del futuro di Sportitalia, di Berlusconi e Cairo ma anche delle riforme che servirebbero al calcio italiano, che saranno al centro anche del suo libro in uscita a breve con il titolo “Il libro nero del calcio italiano” edito da Mondadori.
Domanda. Come inizia la sua scalata, da Avellino a Sportitalia?
Risposta. «Mio padre era professore d’inglese, ma in realtà faceva soprattutto politica locale. Diciamo che con l’inglese non è stato proprio un modello: io da lui ho preso poco da quel punto di vista, infatti non sono bravissimo neanche io».
«Chi mi ha cambiato la vita, però, è stato Bruno Bogarelli. A livello locale devo tanto a Mario Barisano, ad Avellino. A livello nazionale Gianfranco De Laurentiis ha creduto in me. Ma Bruno Bogarelli è stato il mio padre televisivo, è stato un genio della tv sportiva: portò lo sport a Mediaset, trasformò Dan Peterson da allenatore a personaggio televisivo. Era davvero un maestro».
«Io non ho nemmeno l’1% della sua competenza televisiva. Dove secondo me sbagliò fu nella gestione economica e nel non valorizzare abbastanza il brand Sportitalia. Gli piacevano prodotti come NBA o basket, bellissimi, ma che spesso non stavano in piedi economicamente. Anche a me piace la Serie C, ma se devo spendere cifre fuori mercato non lo faccio».
D. Poi Sportitalia entra in crisi e la riprende.
R. «Nel 2013 salta tutto e perdiamo il lavoro. Io faccio anche un errore: vado a Roma per un progetto che pensavo fosse la nuova Sportitalia, ma dopo un mese capisco che era uno schifo e torno indietro. Litigai perfino con Bogarelli, ma col senno di poi aveva ragione lui. Nel 2014 il gruppo Ben Ammar decide di riattivare il marchio Sportitalia, che era fermo ma ancora valorizzato a bilancio. Mi affidarono il brand quasi per tenerlo vivo, su un canale secondario. Se avessi fatto poco, sarebbe andato bene comunque. Invece abbiamo iniziato a seminare: il primo anno pareggio, il secondo utile, al terzo vado a Parigi da Ben Ammar e gli dico che me ne vado: “Io ti sto valorizzando tutto, poi magari un giorno lo dai a qualcuno più bravo”. E lì decidiamo di diventare soci al 50%».
«Io nel frattempo avevo costruito un business parallelo legato a Sportitalia Bet e, quando Ben Ammar inizia a diminuire la sua presenza in Italia, riesco poi a comprare anche l’altro 50%, diventando proprietario al 100%. C’era anche l’ipotesi che entrasse Cairo, perché si parlava di quell’operazione, ma per me Sportitalia era la vita».
D. Oggi i rapporti con Cairo come sono?
R. «Ottimi. Ognuno fa i propri interessi. Per me Sportitalia era ed è tutto, per Cairo sarebbe stata un’appendice dentro un gruppo molto più grande. Ma oggi ribadisco i rapporti sono ottimi, Sportitalia ad agosto produrrà il Trofeo Memorial Mamma e Papà Cairo, mentre il Torino verrà ad Avellino a giocare il quarto Memorial Sandro Criscitiello, dedicato a mio padre, che organizzo ogni anno con il club irpino. Lo scorso anno ha giocato la Lazio, quest’anno ci sarà il Torino e per questo ringrazio il presidente Cairo ma anche il direttore operativo Barile e il direttore sportivo Petrachi».
D. Spesso si è parlato di soldi arrivati dalla famiglia di sua moglie.
R. «Neanche un euro. La gente spesso fa uno più uno uguale due, ma sbaglia. È vero, mi sono sposato con una brianzola e vivo qui, ma io faccio tutto da solo. Per carattere non potrei mai essere il prestanome di qualcuno, non scendo a compromessi e i soldi che ho guadagnato li ho fatti con la televisione e con il betting. Ho avuto un’intuizione in un mercato che sembrava saturo, ma che saturo non era».
D. Il riferimento è a Sportitalia Bet?
R. «Esatto. Nel 2023 creo Sportitalia Bet facendo un’operazione con Cirsa, gruppo spagnolo controllato da Blackstone. Quando qualcuno dice che chissà da dove arrivano i soldi, basta guardare le operazioni fatte. Ho sempre fatto tutto in trasparenza e pagato fino all’ultimo centesimo di tasse. Certo, la tassazione italiana è altissima e a volte ti gira anche un po’, ma se scegli di vivere in Italia devi accettarne le regole. Se un giorno decidessi di vivere altrove, avrei altri vantaggi fiscali, ma oggi vivo qui e gioco con queste regole. Io preferisco vivere in Italia, pagare quello che devo pagare e stare tranquillo. È come alla Folgore: se entri qui, ci sono regole precise. Se le accetti fai parte del progetto, altrimenti no».
D. Il suo business è sempre partito da operazioni a zero. Anche Sportitalia ha un valore economico o affettivo?
R. «Nel business per me l’affetto non esiste. Ho creato siti da zero e venduti nel momento più alto. Così nel betting. Sportitalia è un business legato alla mia prima professione ma non mi innamoro mai delle aziende e delle attività. Lavoro per creare valore. È sempre una questione di numeri e di opportunità».

Michele Criscitiello
D. A proposito della Folgore Caratese, dietro di noi abbiamo la coppa della Serie D, che ci ricorda che l’anno prossimo giocherà tra i professionisti. Che emozioni le ha dato questo traguardo?
R. «È un evento storico per la società e per il territorio. Però la nostra soddisfazione più grande è che non ci arriviamo avendo investito soltanto sulla squadra o mettendo soldi extra sui calciatori: abbiamo fatto il percorso al contrario. Quello che io credo e che racconto anche in televisione è che il calcio italiano debba ripartire dalle strutture e dai giovani. Se poi sul campo fai il contrario di quello che dici, perdi credibilità. Questo è il mio terzo campionato a tutti gli effetti: abbiamo investito nelle strutture, nel settore giovanile e l’obiettivo era portare la squadra in alto, cosa che abbiamo fatto. Adesso dobbiamo restarci, ma continuando su questa strada, partendo dalle strutture. Per strutture intendo spogliatoi, stadio, palestra, chef per la prima squadra, alimentazione dell’atleta, una zona dedicata ai massaggi. Secondo me il calcio italiano ha sbagliato a strapagare i calciatori e a far uscire soldi dal sistema, senza investire davvero negli impianti. Noi quest’anno abbiamo iniziato a farlo e dobbiamo continuare anche in futuro».
D. Basta guardare il confronto con altri campionati: 20 anni fa le big in Italia e Spagna partivano quasi alla pari sul piano economico, poi altrove si è investito sulle strutture.
R. «Prendi la Premier League. Quando Zola andò a giocare in Inghilterra sembrava lo sfigato di turno. Ma quando arrivarono i soldi dei diritti televisivi, noi li abbiamo usati per strapagare calciatori e procuratori, inseguendo qualcosa di effimero. In Inghilterra, invece, hanno investito sugli stadi e sull’organizzazione. Ho visto il centro sportivo del Manchester City femminile: basta entrare lì per capire che stanno andando verso una nuova era. Hanno capito quale percorso fare, mentre noi continuiamo a spendere senza costruire davvero qualcosa che resti. Non è che i procuratori siano il male del calcio, ma devono stare dentro certi limiti. Invece abbiamo buttato troppi soldi senza investire abbastanza e, se vai a vedere, non hai nulla».
D. Qui siamo tra Carate Brianza e Verano Brianza, le due anime della Folgore Caratese: come le ha unite?
R. «Sono due paesi attaccati. Avevi lo stadio da una parte e il centro sportivo dall’altra, separati da un muro: i ragazzi dovevano girare per strada per passare da una struttura all’altra. Noi quel muro l’abbiamo buttato giù e abbiamo creato un unico polo, nonostante i due sindaci avessero detto che non si poteva fare. Bisogna anche avere il coraggio di forzare con la politica quando sei nel giusto. La politica e il sindaco in particolare, secondo me, deve avere solo il compito di capire se l’imprenditore che vuole investire nel calcio è serio, solido e affidabile. Una volta capito questo, il suo compito è finito: deve lasciare lavorare».
D. Io ero qui a una delle ultime partite: avete mancato la promozione per un pareggio, ma si respirava una partecipazione popolare sana, con tanti bambini e famiglie. E devo dire che strutture così molte società di categoria superiore oggi non le hanno.
R. «Secondo me molte società di Serie B non ce l’hanno. Le top della Serie A sì, ma il nostro è un concetto diverso. Noi siamo tra i primi in Italia a fare una cosa al contrario: avere un centro sportivo aperto al pubblico. In certe piazze non puoi farlo perché il giocatore non può stare in mezzo ai tifosi. Qui invece, in un contesto come quello brianzolo, lo puoi fare. È un ambiente familiare, di piccoli centri. Ogni realtà ha una storia diversa, perché il calciatore non può vivere il centro sportivo in mezzo alla gente come accade qui».
«Il contro è evidente: non hai 7mila persone allo stadio e il botteghino pesa poco. Ma proprio per questo devi costruire un modello di business diverso. Io non faccio pagare il biglietto: non perché faccia beneficenza, ma perché se chiedi 10 euro magari arrivano 200 persone, se l’ingresso è libero ne arrivano mille. E quelle mille persone consumano: prendono il gelato, il caffè, la birra, comprano la sciarpa. Alla fine magari non lasciano 10 euro, ma 15. Qui questo modello può funzionare, altrove no. Se fossi presidente dell’Avellino dovrei ragionare sul botteghino. A Carate Brianza, dove una squadra non ha mai fatto la Serie C, devi costruire qualcosa di diverso e inedito».
D. In parte è un modello che ricorda il Paris FC, la seconda squadra di Parigi, dove si entra gratis?
R. «Esatto, ma infatti il Paris FC lo può fare, il Paris Saint-Germain no. È lo stesso discorso: non esiste un modello valido per tutte le squadre, esiste un modello costruito su misura. Ogni realtà ha esigenze diverse. È come una giacca: non vai in negozio, ne prendi una qualsiasi e basta. Devi fartela fare su misura. Anche il marketing e il business nel calcio devono essere cuciti addosso alla realtà che hai davanti».
D. Aprendo il libro dei sogni: siete appena arrivati in Serie C, ma se un domani andasse molto bene questa struttura potrebbe sostenere anche la Serie B?
R. «Bisogna essere intelligenti: sognare non costa nulla, ma se sogni troppo poi rischi di farti male. Il mio obiettivo era portare la Folgore Caratese tra i professionisti e ci siamo riusciti. Adesso dobbiamo mantenere la categoria. La nostra struttura è troppo grande per la Serie D, siamo troppo ambiziosi per fare i dilettanti, ma allo stesso tempo troppo piccoli per pensare subito a qualcosa di più. Oggi dobbiamo strutturarci per stare in Serie C il più a lungo possibile, spendendo meno soldi possibili in calciatori e procuratori e investendo sempre di più in settore giovanile, strutture e stadio. Dobbiamo diventare, in piccolo, l’Udinese o l’Atalanta della Serie C: collaborare con Monza, Como, Atalanta, Milan, Inter, Juventus, sfruttando anche il fatto di essere in Lombardia».
D. Voi avete già ospitato la Primavera del Milan e siete molto vicini a Milano, Monza e Como. Anche l’idea di mettere a reddito gli spazi sembra centrale.
R. «Abbiamo firmato un contratto di otto anni con il Renate, che dall’anno prossimo giocherà qui. Significa portare ogni weekend almeno una partita di Serie C allo Sportitalia Village. Vuol dire movimento, persone, bar, ristorante, gelateria, pizzeria, squadre che girano e un indotto diretto e parallelo. In una realtà che non è storicamente una piazza di calcio devi sfruttare anche questo business».
D. Ha dato molto anche al territorio, un po’ come fece Squinzi a Sassuolo.
R. «Io però non sono brianzolo e non faccio il sindaco del territorio. Lo dico chiaramente: sono ospite qui e sto facendo qualcosa che magari altri non hanno fatto, ma non l’ho fatto per interesse personale. Non ho portato qui Sportitalia, la mia azienda è a Milano. Ho creato posti di lavoro, una struttura, un’organizzazione, ma senza un ritorno diretto sul mio business. Ho scelto questo posto perché ci vivo e perché volevo costruire qualcosa che mi divertisse».
D. La Folgore Caratese è solo una parte della sua attività: qui ha costruito un centro sportivo con ristorante, bar, gelateria, tanti ragazzi. E nei suoi piani dovrebbe arrivare appunto anche Sportitalia. Come sta andando la rete?
R. «Noi con Sportitalia abbiamo trovato una chiave: un po’ come La7 fa politica, noi facciamo il calcio. Lo raccontiamo, lo critichiamo, facciamo anche inchiesta sportiva».
D. Siete stati tra i primi a parlare del caso arbitri e di Parma-Udinese.
R. «Esatto, quella storia l’abbiamo tirata fuori noi. Abbiamo portato nel calcio un modello televisivo da talk e approfondimento. Poi facciamo eventi di secondo livello: Primavera, campionato argentino, abbiamo fatto il brasiliano, la Coppa d’Africa. Quest’ultima, per esempio, doveva essere un prodotto di nicchia e invece si è trasformata in un evento premium. C’è stata intuizione, ma anche un fattore che avevamo sottovalutato: la forza della comunità africana in Italia. Non pensavo potessimo arrivare al 16% di share».
«Negli ultimi mesi però abbiamo sentito anche noi il rallentamento del calcio italiano. Se l’Inter ha già vinto il campionato, il tifoso interista perde interesse. Se Milan e Juventus fanno fatica, se le italiane escono presto dalla Champions o la Nazionale manca il Mondiale, cala l’attenzione generale. Noi non tifiamo per Milan, Inter o Napoli: tifiamo per il calcio che funziona. Io voglio un campionato combattuto, squadre italiane avanti in Champions, interesse alto. Perché se il sistema si spegne, anche noi ne risentiamo».
D. Voi avete un grande seguito anche nel Sud Italia, dove la tv in chiaro pesa ancora molto. Che importanza ha?
R. «Napoli, Puglia e Sicilia sono le nostre roccaforti. Atterro a Brindisi e vedo Sportitalia ovunque. Magari al Sud c’è meno potere d’acquisto, ma più passione per il calcio e la tv in chiaro è ancora fortissima rispetto alla pay tv. Per noi Napoli, Bari, Lecce, Palermo, Catania, Reggio Calabria, Salerno, Avellino sono fondamentali. Il problema è che, tolto il Napoli, spesso rappresentano bacini che negli ultimi anni hanno vissuto categorie inferiori o situazioni complicate. Noi abbiamo bisogno che certe piazze tornino grandi».
D. Adesso Palermo e Catanzaro hanno sfiorato la Serie A.
R. «Questa Serie B sta dicendo viva il Sud. Palermo, Catanzaro, Juve Stabia: il calcio al meridione si può fare. Se guardo all’aspetto economico e di sistema, per il calcio italiano sarebbe stato importante venisse promosso il Palermo: città, tifoseria, City Football Group, bacino enorme».
«Se invece guardo il lato tecnico e meritocratico, va data una nota di merito anche per il Catanzaro. È una società che ha visione: presidente forte, direttore forte come Polito, giovani rilanciati, un’identità chiara. La Juve Stabia, invece, ha un direttore sportivo come Matteo Lovisa che per me è un fenomeno».
«E qui c’è un paradosso del calcio italiano: molti dei direttori migliori sono in Serie B, mentre in Serie A spesso ci sono figure troppo legate a procuratori e interessi personali. In B trovi meritocrazia, in A molte volte no».
D. A livello societario come funziona? Folgore Caratese, Sportitalia Village, Sportitalia: tutto separato?
R. «Sono tre società diverse e c’è una holding sopra, ma io non posso avere soci nel calcio. Per carattere non funzionerei: uno magari vuole cambiare allenatore, un altro pensa a un giocatore diverso. Io quella cosa non la so fare. Preferisco avere un grande gruppo di lavoro, ma una sola testa che decide».
D. L’obiettivo è davvero portare Sportitalia qui, allo Sportitalia Village?
R. «L’obiettivo è quello. Se fai lo Sportitalia Village e poi Sportitalia resta a Milano, qualcosa manca. Qui hai il ristorante, la gelateria, centinaia di bambini, il calcio, la gente che vive il centro: avrebbe senso completare il progetto. Il problema è che spostare una televisione non è semplice: servono permessi, organizzazione, tempi. Pensavo di metterci meno, perché io sono uno che vuole risultati immediati e poi consolidarli».
«Ricordo sempre una frase di Berlusconi: diceva che amava costruire, ma aveva scelto la televisione perché un’idea pensata la mattina la vedeva realizzata la sera. Quando costruisci, invece, ci vogliono anni. E io infatti preferisco fare televisione: vedere subito l’effetto delle idee. Il calcio però è diverso. Ti entra dentro. A un certo punto vedevo tutto nero: il mio obiettivo era portare questa squadra tra i professionisti e quando perdevo andavo a letto devastato. Il calcio ti dà un’adrenalina che nessun’altra cosa riesce a darti. Io non avevo bisogno di visibilità dal calcio. Semmai è stata la mia visibilità a portarne alla Folgore. Però avevo bisogno di emozioni e quell’adrenalina riesco ad averla solo così».

Michele Criscitiello
D. In effetti, in certe partite sembrava trasformato.
R. «Non hai visto niente. E pensa che quando mi hai visto il campionato era quasi vinto. Quando è veramente aperto io cambio completamente. La gente del calcio dovrebbe capirlo: a fine primo tempo, mentre perdi, non puoi venire lì a fare battute o a ridere. È come andare da Galliani mentre il Milan perde 2-0 e dirgli “tutto bene?”. Significa non capire cosa sta vivendo una persona che in quei 90 minuti è totalmente dentro alla propria squadra. Chi vive il calcio dovrebbe sapere stare nel calcio».
D. Ha citato Berlusconi: da un punto di vista imprenditoriale è un riferimento?
R. «Assolutamente sì. La politica non mi interessa, mi fa schifo e non la farei mai, perché non sono uno che stringe mani a tutti o cerca di piacere a tutti. Però Berlusconi, come imprenditore della televisione e del calcio, è un riferimento. Ha fatto televisione, ha fatto calcio, ha costruito un modello. Poi puoi essere criticato per certe scelte, ma spesso gli altri finiscono per copiarti. Il mondo della tv e del calcio è pieno di ipocrisie, io invece vado dritto: questa è la mia idea, ti va bene? Bene. Non ti va bene? Quella è la porta».
D. C’è una disaffezione dell’imprenditoria italiana verso il calcio?
R. «No, il calcio è una malattia. O sei malato di calcio oppure non lo fai, perché non è un modello di business. Io a 16 anni rispondevo al telefono all’Avellino, facevo il segretario, il raccattapalle, poi il giornalista locale e nazionale. La gavetta l’ho fatta tutta. Per fare un esempio, quando muore Berlusconi è normale che Fininvest esca dal Monza: la passione era di Silvio e Galliani. Se i figli o i nipoti non hanno quella malattia, è giusto che non continuino. Il calcio o lo fai perché ti entra dentro oppure economicamente non ha senso».
D. Però questo apre un problema: se il calcio non è sostenibile economicamente, diventa sempre più difficile trovare imprenditori italiani disposti a investire.
R. «Ti faccio una domanda: in Serie A quante squadre guadagnano davvero? Poche. In Serie B perdono soldi tutte e venti, in Serie C sessanta su sessanta. Su cento squadre professionistiche, sette forse stanno in equilibrio. Perché un imprenditore dovrebbe fare calcio? O cambi il modello di business, o trovi sostenibilità, oppure il calcio resterà una passione fine a sé stessa. E infatti entrano i fondi: non perché amino il pallone, ma perché vedono possibili ritorni attraverso immobiliare, stadi, plusvalenze, strutture».
D. Il modello dei fondi funziona meglio quando non c’è l’obbligo di vincere?
R. «Perché mettere insieme successo economico e successo sportivo è una delle cose più difficili che esistano. Il fondo non gode se vinci uno scudetto: gode se costruisci valore. Se fai lo stadio, se valorizzi il brand, se fai plusvalenze, se vai avanti in Champions. Marotta è un uomo di calcio e vive di successo sportivo. Un fondo ragiona in un altro modo. Se vinci la Coppa ma poi non fai ricavi, il fondo non è contento. Io stesso ho alzato questa coppa e avevo un occhio che rideva e uno che piangeva: sportivamente è stata una gioia enorme, economicamente so che la Serie C è un bagno di sangue. E questa è una contraddizione enorme: il successo sportivo non può diventare automaticamente un problema economico».
D. Da imprenditore televisivo nota effettivamente un rallentamento dei diritti tv?
R. «La Lega Serie A sta facendo un ottimo lavoro. L’ho detto sia in pubblico sia in privato: Luigi De Siervo e il suo gruppo hanno portato organizzazione, mentalità e attenzione al prodotto. Oggi la Lega crea valore e organizza meglio l’evento. Però poi il prodotto resta il campo: puoi organizzare tutto perfettamente, ma se hai Milan-Juve 0-0 o una finale senza emozioni, puoi fare poco».
«È come fare una lasagna senza carne: puoi avere anche il miglior chef del mondo, ma qualcosa manca. Oggi il calcio italiano ha un problema di gioco, di giocatori e anche di allenatori. Io in Serie C vorrei giocare 4-3-3, con esterni che saltano l’uomo, ma se tutti fanno 5-3-2 e il risultato conta troppo, il rischio è passare per il cretino. Oggi si gioca per non perdere».
«L’altra sera avevo Miccoli in trasmissione e scherzavo sul fatto che oggi forse farebbe fatica a trovare spazio. Lo stesso Di Natale: dove lo metteresti nel calcio moderno? Abbiamo perso qualcosa anche a livello tecnico».
D. Entrando in Serie C, entrerà anche nel sistema politico del calcio. Posso chiederle per chi voterà in FIGC?
R. «Ho risposto ironicamente alla mia prima assemblea di Lega Pro: voterò per chi vince. Però credo che sia tutto apparecchiato per Giovanni Malagò. È una persona che stimo e secondo me può fare bene al sistema calcio-politico, ma deve avere il coraggio di cambiare molte cose nella federazione. Se entra e non cambia nulla sarò il primo critico, come sono stato critico con Gravina. Deve avere il coraggio dell’anno zero: le riforme non portano risultati nei primi due anni, ma nel quinto o sesto sì. E non parlo solo della Serie A a 18 squadre: quello è quasi l’ultimo dei problemi».
D. Ha anticipato la domanda: sta entrando in quella che considero la grande malata del calcio italiano, la Serie C. Sessanta squadre, fallimenti continui, unica in Europa con questi numeri. Cosa porterà anche come spirito critico da imprenditore e addetto ai lavori?
R. «Il problema della Serie C è strutturale. Ho visto la Lega Pro: c’è programmazione, ha dirigenti bravi, ma c’è qualcosa che non va e probabilmente non dipende nemmeno solo dalla Lega, ma dalla federazione. Bisogna tagliare le squadre: quelle che non possono permettersi la Serie C non devono essere iscritte, anche se presentano la fideiussione. Se una società porta a casa 600-700 mila euro tra diritti, minutaggio e contributi ha già fatto bingo. Poi deve vivere di sponsorizzazioni e indotto, ma porti a casa poco: se fai un milione sei quasi un fenomeno. Il problema è che con un milione una squadra non la fai».
«Prendi un giocatore da 30 mila euro netti l’anno, quindi poco più di 3 mila euro al mese: tra lordo, contributi e costo azienda arrivi tranquillamente a oltre 60 mila euro. E allora i conti non torneranno mai. Non è un problema della Lega Pro: è un problema che la federazione deve affrontare col governo, trovando una tassazione diversa, che non può superare il 23-25%, altrimenti sei fallito prima ancora di iniziare».
«E poi c’è un dato: se in Serie C hai 60 imprenditori, tutti bravi nei rispettivi settori, e nessuno chiude il bilancio in attivo, davvero vogliamo dire che sono tutti incapaci? O c’è un problema strutturale? Perché non è normale che paghi un giocatore 30 mila euro e alla fine te ne costi 65 mila. Poi ci sono le spese vere: lo chef, i pasti, i pernottamenti, le trasferte. Se vuoi fare le cose bene quei costi esistono davvero, ma spesso il sistema sembra guardarti con sospetto. E invece sono costi reali di un calcio fatto seriamente».
D. Sta vivendo con preoccupazione il salto in Serie C?
R. «Sì, tanta. Però sono uno che guarda l’euro e non va mai oltre le proprie possibilità. Sto cercando di capire come costruire un sistema economico alternativo per sostenere una squadra di provincia in Serie C. Il primo anno è il più duro. Se riesci poi a creare un piccolo indotto con settore giovanile, plusvalenze e attività collaterali, puoi divertirti. Ma con la consapevolezza che se in Serie D vivevi con l’ansia di vincere il campionato, oggi il grande risultato può essere semplicemente mantenere la categoria».
D. In generale, quindi, serve un ritorno a un sistema più sostenibile? Anche perché con il nuovo presidente federale ci sarà da capire il rapporto col governo.
R. «Secondo me il problema è più il rapporto con Abodi che con il governo, ma Abodi non rappresenta la Meloni. Ma se non puoi commissariare una federazione, devi trovare una soluzione politica. Da qualche parte bisogna partire».
D. Una soluzione potrebbe essere il ritorno a una vecchia C1-C2?
R. «Secondo me bisogna essere brutali. I gironi devono diventare due: quaranta squadre totali, magari senza fare uno shock immediato. Negli ultimi anni continuano a esserci fallimenti e mancate iscrizioni: quello era l’assist perfetto per una riduzione naturale. Una società fallisce? Non la rimpiazzi. Un’altra non si iscrive? Si scala. Piano piano arrivi a 40. Se questa scelta fosse stata fatta negli ultimi anni, oggi magari non saresti ancora a quaranta, ma almeno a cinquanta sì».
D. E poi c’è il tema delle seconde squadre.
R. «Dal punto di vista calcistico sono contrario, ma economicamente possono avere senso. Se la seconda squadra dell’Atalanta, dell’Inter o della Juventus paga molto di più per iscriversi, allora vado a prendere risorse da chi ha più disponibilità. L’idea della Serie D, di cui parlava anche Cherubini nella vostra intervista, non è sbagliata. Ma il problema è che il giocatore non ci vuole andare. Un ragazzo che si allena a Milanello e si sente professionista poi fatica ad accettare di giocare sui campi di Serie D. Lo stiamo vedendo con Milan Futuro: un anno di sacrificio lo accetti, due diventano complicati. Prendi un portiere come Torriani: è giusto che il Milan investa su di lui, ma poi è difficile pensare che un ragazzo con quello stipendio accetti serenamente la Serie D. Per questo il modello può essere intelligente, ma secondo me è difficile da realizzare».

Michele Criscitiello
D. E c’è anche un tema tecnico: un conto è sviluppare giocatori in Serie C e un conto in Serie D, corretto?
R. «Tra D e C c’è differenza, come tra C e B e tra B e A. Il calcio è brutale: esistono le categorie. Poi c’è il cuore, il sentimento, ma se un giocatore non lo ritieni da Serie C o Serie B devi avere il coraggio di dirlo. Nel calcio non puoi ragionare solo con i sentimenti».
D. Quale sarebbe la sua prima richiesta da fare al nuovo presidente FIGC?
R. «La prima, oggi che sono in Serie C, è cambiare la tassazione della Lega Pro. Altrimenti le società sono morte. La seconda: ridurre il numero delle squadre. La terza: sedersi con il governo e svincolare stadi e centri sportivi dai comuni, trovando formule che permettano ai club di gestirli davvero. Lo sto vivendo nel mio piccolo: anche con la disponibilità del Comune resta tutto complicato. Ma se io investo, miglioro una struttura e poi te la restituisco dopo trent’anni in condizioni migliori, dovrei poterla gestire come un business. Non è una vergogna dirlo: il calcio deve campare».
«È normale che il Napoli faccia Champions e abbia ancora uno stadio con problemi? È normale che Milan e Inter siano ancora a San Siro senza riuscire a rinnovarlo davvero? Parliamo di Milano. Oppure di Firenze, con uno stadio ancora in mezzo ai lavori. Sono contraddizioni enormi di un sistema che non funziona. I diritti televisivi dovevano servire a modernizzare il calcio italiano, invece per anni sono diventati una forma di doping finanziario».
D. Anche a Coverciano qualcosa va cambiato?
R. «Secondo me sì. Oggi entrano soprattutto ex calciatori perché hanno punteggi e corsie preferenziali. Ma se uno è bravo deve poter emergere anche senza quel percorso. Alla fine bisogna mettere le persone alla prova, non guardare solo i titoli».
D. C’è invece una novità in vista per lei.
R. «Sì, racconto prima come è nata. Usciamo dal Mondiale e mi arriva una telefonata di Mondadori. Non rispondo, pensavo fosse qualcuno perché criticavo Gravina. Il giorno dopo richiamano, non rispondo di nuovo. Al terzo giorno mi dico: “Ti sta chiamando Mondadori, forse è il caso di rispondere”. Mi propongono un libro. Io rispondo: “Ma io non faccio libri, non ne sono appassionato, non mi piace neanche andare in televisione e non ho tempo”. Mi spiegano che avrei dovuto solo raccontare, parlare, portare fatti e contenuti. Alla fine accetto. Abbiamo fatto un accordo con Mondadori per “Il libro nero del calcio italiano”, questo sarà il titolo. Dovevamo consegnarlo entro l’8 maggio per uscire il 30 giugno. Ho detto: “Siete pazzi”. Però il libro è stato consegnato e dal 30 giugno sarò in giro per librerie a presentarlo».
D. Che taglio avrà il libro?
R. «È un libro d’inchiesta, ma con una doppia o tripla veste: quella del giornalista, dell’imprenditore e del presidente di calcio. Mondadori voleva raccontare la storia di uno che critica il sistema ma poi ci entra dalla porta principale, non dalla finestra. Oggi i presidenti professionistici sono cento e io sono uno di quei cento. Però non è solo critica. Il libro si chiude anche con proposte, perché è troppo facile dire “tu sei scarso, tu sei questo o quello” e basta».
D. Ne ha parlato coi vertici del calcio?
R. «Sì, ne ho parlato anche con Gravina e con Marani. Il problema è che spesso la risposta è: “Non si può fare finché non cambia lo statuto”. Ma allora cambiatelo. Bruciatelo e rifatelo, se serve. Se questa rivoluzione l’avessimo iniziata nel 2008, 2009 o 2010 oggi saremmo molto più avanti. Se la inizi nel 2027 forse arrivi pronto nel 2034, ma intanto sei già in ritardo. La rivoluzione va fatta, come hanno fatto Germania e Inghilterra. Poi magari qualcosa la sbagli, ma è meglio provare a ricostruire da zero che continuare a mettere lo stucco su una porta che sta cadendo. A un certo punto bisogna buttare giù tutto e ripartire per andare avanti».







































