PianetaSerieB
·15 Januari 2026
Garbato, ma non troppo – La difesa a 3 è il virus che ha inaridito la Serie B. Il Frosinone è primo, ma nessuno apre gli occhi

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·15 Januari 2026

“Non ho niente contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa.”
Pochi riferimenti sono più calzanti della celebre frase di Woody Allen per raccontare quanto sta accadendo in Serie B, ma più in generale nel calcio italiano. Del resto quest’estate, parlando di Gian Piero Gasperini, Maurizio Sarri ha usato parole del tutto sovrapponibili per commentare e di fatto stroncare le idee della nouvelle vague di allenatori: “Lui mi piace, i suoi emulatori no”. Se negli Anni ’10 gli scimmiottatori di Pep Guardiola sono stati il principale problema del calcio sia per monotonia e inefficacia della proposta di gioco che per scelte societarie volte a far sedere in panchina qualsiasi ex calciatore senza esperienza, adesso il virus che sta consumando questo sport soprattutto all’interno dello Stivale è la difesa a 3.
In Serie A è evidente, ma in cadetteria è addirittura avvilente. Con l’esonero di un dezerbiano purosangue (ormai anche il calcio è manicheo e polarizzato come ogni altro ambito della società) come Davide Possanzini, 18 squadre su 20 giocano con lo stesso sistema di gioco. L’Avellino adotta un sistema ibrido cambiando spesso tra 3-4-1-2 e 4-3-1-2 e poi c’è il Frosinone, unico club a proporre la difesa a 4 e due ali vere inserite all’interno del 4-2-3-1. Ironia della sorte (o giustizia divina?), i ciociari sono primi in classifica e non perdono da quando alle 18 c’era ancora luce.
È un tema abusato, trito e ritrito, che l’interpretazione del Gasp della linea a 3 sia anni luce distante da quello che si vede su ogni campo professionistico ogni maledetto weekend. È lampante che l’attuale allenatore della Roma rinunci a un difensore, mentre il 95% di chi dice di essersi formato presso la sua scuola abusi del concetto di quinto per schierare una retroguardia composta da 5 elementi. Ci si vende come rivoluzionari, si agisce come conservatori. Andava detto, ma non è il fulcro della questione: il marketing applicato alla panchina fa parte del gioco.
Il problema non è difendere o attaccare, proteggersi o osare: esistono molteplici (ci piace, anzi, pensare che siano addirittura infiniti) modi di interpretare il calcio e uno sport non può basarsi su giudizi morali o addirittura ideologici. Ognuno di essi è valido se applicato nella maniera corretta in un contesto adeguato e per uno scopo chiaro. La piaga che sta annichilendo la Serie B è l’omologazione. Per dirla come Marracash:
“Se riesci sei un genio, se fallisci sei uno zero e se fai quello che fanno gli altri rischi di meno”.
L’assoluta ripetitività di ciò che viene proposto rende prevedibile anche il campionato più imprevedibile al mondo. Non mancano e non mancheranno mai colpi di scena nel punteggio, poiché per fortuna errori e prodezze sono ancora gli aspetti che decidono le partite. I canovacci, tuttavia, si susseguono in un ciclo che appare infinito e che nessuno ha la voglia o il coraggio di spezzare.
È in questa banalità alienante che la normalità “originale” si trasforma in grandezza. Il Frosinone rifugge dallo schema in cui tutte le altre si sono rinchiuse e asseconda le caratteristiche dei suoi interpreti. Le ali puntano, i centrocampisti palleggiano, Koutsoupias sfrutta tutto ciò inserendosi senza sosta e trasformandosi in top scorer della squadra. Ognuno fa ciò che sa, al meglio delle proprie possibilità. Non sono necessari fuochi d’artificio, basta attaccare con più uomini e soprattutto in modo diverso per creare il panico. Ghedjemis è un calciatore splendido, ma non è la miglior ala del campionato. Anche Cisse, ad esempio, ha doti nel dribbling e nell’ultimo passaggio fuori categoria. Dalla prima giornata a oggi, però, ha progressivamente arretrato il suo raggio d’azione trasformandosi in un’ottima mezzala. Inutile? No. Limitata? Decisamente.
Massimiliano Alvini emerge come l’anti-integralista. Un uomo preparato, innamorato del suo lavoro, certamente creativo ma sopra ogni cosa razionale. Ha assemblato una squadra che non partiva coi favori del pronostico mettendo da parte le sue abitudini e cercando di valorizzare al massimo il materiale di cui disponeva. Ha quasi sempre in carriera adottato un sistema a 3 e la struttura dell’organico in difesa probabilmente lo permetteva anche. Se hai Ghedjemis e Kvernadze, però, devi facilitargli la vita. Lui l’ha capito e su questo principio ha costruito un centrocampo ispiratissimo che permette loro di tenere l’ampiezza così da mettere in mostra il meglio del repertorio. Sarebbe bello vedere più squadre del genere in un campionato che un tempo era laboratorio tattico d’eccellenza, ma il conformismo e i timori reverenziali stanno inaridendo l’humus su cui dovrebbe svilupparsi il calcio di domani.









































