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·20 Maret 2026
Meriti e limiti dell’Inter di Chivu

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Meglio mettere subito le cose in chiaro: l’Inter è meritatamente in testa alla classifica, per distacco. Lo dicono i dati. I nerazzurri sono primi sotto ogni aspetto: gol segnati (65), xG (57,02), tiri (528), tiri nello specchio (180), cross e passaggi completati, persino per costruzioni dal basso (126) che hanno, con pazienza, portato al gol (6). Anche i numeri difensivi sono eccezionali: 23 gol subiti (terza miglior difesa) ma 22.04 xGA (nessuno ha subito meno), terza per PPDA ma prima per distanza da cui parte il pressing (44,6 metri dalla porta di Sommer), tra l’altro molto efficace – 224 recuperi alti da cui 47 tiri (20,98%, meglio solo la Juve) e 6 reti.
In quasi tutto il resto, comunque, l’Inter non sfigura. Seconda per possesso medio dietro al Como (60,3% a 61,4%) e sesta per attacchi diretti (sequenze rapide e verticali in campo aperto), a testimonianza di una versatilità di gioco importante. Ma è proprio questo il caso in cui, almeno ultimamente, la statistica cozza con la percezione.

Ce ne eravamo già accorti in Champions League, dapprima nei gironi – dove fisicità, velocità e verticalità di Atlético, Liverpool e Arsenal avevano sgretolato quel blasone di rilevanza europea costruito da Inzaghi – e poi nel doppio annichilimento tecnico/tattico col Bodø, che ha messo in luce tutta l’approssimazione dello staff di Chivu. Che forse è un po’ la chiave interpretativa per quel “problema dei big match” di cui spesso si parla. Sembra, cioè, che l’Inter prepari ogni partita alla stessa maniera, senza uno studio approfondito dell’avversario, ma in modo egoriferito, insistendo su automatismi che dipendono ormai dall’efficienza del singolo più che da un intento corale.
Ed è così che la manovra sembra sempre meno fluida, più prevedibile, legata alle sbavature nemiche. Non è un caso che l’Inter sia ultima in Serie A per passaggi in avanti (27,9%) ma prima per aperture verso sinistra e seconda verso destra. Una ricerca estenuante dell’ampiezza, gratificata dall’incredibile stagione di Dimarco. Quando l’avversario si chiude, l’ottusità con cui i nerazzurri cercano di liberare l’1v1 nel gioco a 3 sulle fasce (il braccetto che si sovrappone al quinto, la mezzala che taglia al centro dall’esterno, e così via) è quasi snervante. E i dati sul dribbling non sono certo rivoluzionari: 5,5 riusciti a partita, al primo anno di Inzaghi erano 6,7.

L’aspetto più preoccupante, però, riguarda le disattenzioni difensive, dovute certo allo stile di gioco più aggressivo, ma spesso frutto di amnesie posizionali (vedi Luis Henrique nel derby), assenza di marcature preventive o veri e propri errori di formazione (si pensi al mismatch atletico di Acerbi contro l’attacco del Bodø). Ovvio, le richieste di Chivu sul mercato non sono state soddisfatte (anzi), tanto che ha dovuto reinventare i ruoli di LH e Diouf per giustificarne l’investimento, ha dovuto reintegrare Frattesi (mai veramente utile, finora), ed è stato capace di rivalorizzare Bisseck e Zielinski. Il tutto al netto dei cali di rendimento di Barella, Thuram e Sommer.
Eppure – nonostante, poi, le prolungate assenze di Dumfries e Calhanoglu – i numeri raccontano una realtà più rosea. L’organico non ha risposto male: nessuno ha segnato più gol dalla panchina (11) e la concentrazione sembra ottima (minor numero di errori che han portato al tiro avversario,12, o al gol, 2, peggio solo di Roma e Milan). Al tecnico rumeno, insomma, va riconosciuto il merito di trovarsi dove si trova a 9 giornate dalla fine, ma – un po’ come lo scorso scudetto del Napoli – vanno considerati anche i demeriti degli inseguitori. Quindi, tornando a una vecchia domanda, l’Inter è la più brava o la più forte? Probabilmente entrambe. Ma, ad oggi, non è una grande notizia.


Langsung


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