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·8 Juli 2026

Quando la Premier ha superato la Serie A e perché oggi vale il doppio

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A metà degli anni Novanta la Serie A era il campionato più ricco del mondo: nove finali di Coppa dei Campioni su dieci giocate da almeno una italiana tra il 1989 e il 1998, e nel 1992 Paul Gascoigne che lasciava l’Inghilterra per la Lazio. Trent’anni dopo i rapporti si sono rovesciati. Quando è avvenuto il sorpasso, e perché? Lo abbiamo chiesto a Marco Veronese, fondatore di Commercialista Londra, studio di commercialisti italiani qualificati in UK specializzato nella fiscalità tra Italia e Regno Unito.

Il divario nei numeri, anno per anno

Nel 2024/25 i club di Serie A hanno registrato 4,038 miliardi di euro di ricavi complessivi, a fronte di 4,212 miliardi di costi e con plusvalenze nette per 828 milioni, secondo l’aggregazione dei bilanci depositati pubblicata da Calcio e Finanza. Al netto delle plusvalenze, i ricavi si fermano intorno ai 3,2 miliardi.


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Per la Premier League il riferimento consolidato di lega resta il dato Deloitte del 2023/24: 6,3 miliardi di sterline di ricavi aggregati, oltre il doppio della Serie A a parità di metodo. Il 2024/25 conferma la corsa: nella Money League di Deloitte i 20 club più ricchi del mondo hanno toccato 12,4 miliardi di euro, trainati dagli inglesi. L’ultimo report UEFA certifica: la Premier stacca tutte le altre leghe, la Serie A è quarta per ricavi.

Sui diritti TV il confronto è tra un dato ufficiale e una stima: la ripartizione audiovisiva della Serie A 2024/25 vale 1,524 miliardi di euro, mentre per la Premier le stime di The Athletic riprese da Calcio e Finanza superano i 3 miliardi di sterline a stagione.

«Le ricostruzioni sulle distribuzioni raccontano che l’ultima della Premier incassa dalla televisione più della prima della Serie A, e chi retrocede è protetto da un paracadute da circa 100 milioni di sterline in tre stagioni» osserva Veronese. «Sono letture giornalistiche, ma l’ordine di grandezza è quello: il sistema inglese protegge perfino chi perde.»

Il sorpasso: 1992 e la fine degli anni Novanta

Le date del cambio sono due. La prima è il 1992: i club inglesi escono dalla Football League, fondano la Premier e vendono i diritti in blocco a Sky per 191 milioni di sterline in cinque stagioni, meno di 40 milioni l’anno. La seconda è il Taylor Report del 1990, che impone di rifare gli stadi e li trasforma in macchine da ricavi di proprietà dei club. Secondo le serie storiche di Deloitte il sorpasso nei conti matura entro la stagione 1997/98. E il mercato lo certifica prima dei bilanci: nell’estate 1996 Ravanelli, Vialli e Zola fanno il percorso inverso di Gascoigne e scelgono l’Inghilterra.

Perché l’Italia è rimasta indietro

La Serie A ha fatto quasi tutto al contrario. Gli stadi di Italia ’90, rifatti con denaro pubblico, sono rimasti dei comuni: i club non hanno mai costruito l’asset. Nel 1999 i diritti TV passano alla vendita individuale e il potere contrattuale verso l’estero si polverizza. Poi la crisi della pay TV del 2002 e Calciopoli nel 2006, che devasta il marchio nel momento peggiore. Il ritorno alla vendita collettiva arriva solo nel 2010, quando il mercato internazionale era ormai perso.

«La differenza è di modello» spiega Veronese. «La Premier è una società con venti soci che distribuisce ricavi con regole chiare e uguali per tutti. La Serie A per vent’anni è stata venti aziende in guerra tra loro.»

Il sistema finanziario dietro il pallone

È questo insieme che attira i capitali: ricavi televisivi contrattualizzati per anni, stadi di proprietà (Tottenham 1 miliardo di sterline nel 2019, Everton 800 milioni nel 2025, mentre Milano e Roma restano ferme affossate nella burocrazia italiana), regole finanziarie dure ma prevedibili e passaggi di proprietà rapidi: il Chelsea è stato venduto in tre mesi per 2,5 miliardi di sterline, il Milan è passato di mano per 1,2 miliardi di euro.

«Chi investe compra certezza» conclude Veronese. «E la certezza delle regole, nel calcio come nel fisco, in Inghilterra vale più di ogni incentivo.»

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