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·25 Maret 2026
Torino, Beppe Dossena a tutto tondo: «Vedere la squadra così in basso era una sorpresa! Ora mi aspetto che questo giocatore si prenda la scena»

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Beppe Dossena, centrocampista campione del Mondo nel 1982, oggi osserva il suo Torino e ne parla con La Gazzetta dello Sport.
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ATTACCO «Io continuo a dire che lì davanti la squadra è molto forte. L’allenatore può scegliere qualsiasi soluzione, può giocare con due o anche tre attaccanti. Che Adams è un buonissimo giocatore, Zapata aveva bisogno di recuperare, Simeone poi è una garanzia. La squadra deve mettere questi tre giocatori in condizione di esprimersi, deve costruire attorno a questo reparto e cercare di non subire. Vedere la squadra così in basso per me era già una sorpresa. Secondo me qualche scalpo eccellente lo può prendere ancora».
D’AVERSA «Quando c’è un cambio tecnico in corsa si azzera tutto, anche gli eventuali problemi, le incomprensioni, le diatribe. Per l’allenatore che subentra diventa più facile lavorare, c’è terreno fertile. Poi però nel tempo occorre continuare, proteggere questo dono. Gli allenatori lo sanno. Chi fino a quel momento è stato impiegato poco, ha qualche speranza in più di giocare e quindi la qualità degli allenamenti aumenta, il livello si alza e ne beneficiano tutti».
LAVORO ATLETICO PERSONALIZZATO «Questo è il futuro. Nessuno di noi è uguale all’altro, avviene nella preparazione di un atleta così come nei rapporti tra le persone. Visto il numero di professionisti che compongono gli staff, occorre ricercare questo tipo di approccio. La strada è questa: personalizzare quando si può, tenendo comunque spazio anche per i momenti comuni».
L’IMPORTANZA DEL GRUPPO «Come prima cosa un allenatore deve sforzarsi di capire ciò che succede nel calciatore che ha di fronte. Là dove non deve transigere, però, è nei principi. Se si passa sopra a una regola fondamentale del gruppo, ad esempio al rispetto degli orari e di certi comportamenti, alla fine si erode il patrimonio di rapporti che è stato creato. Tre o quattro principi devono essere messi a prescindere e su quelli un allenatore deve essere spietato. Nessuno all’interno del gruppo deve superare quei limiti. Nel primo giorno in cui un allenatore entra nello spogliatoio, i giocatori gli fanno subito la radiografia. Presto sanno chi è, cosa possono aspettarsi da lui, come si devono comportare. Poi magari provano pure a demolirla, quella figura che sta davanti a loro. Per questo i principi devono rimanere al di sopra di tutto questo».
I GIOVANI «Se sono bravi i giovani giocano. La mia sensazione in generale è che gli stranieri abbiano una maturazione diversa rispetto alla nostra. Mi sembrano pronti, preparati. Al Toro comunque vedo grande qualità e i risultati stanno arrivando. Si può sperare che per questi ragazzi la maturazione avvenga prima possibile e che così esprimano tutto il loro potenziale».
GINEITIS «Quelli bravi giocano sempre. Anzi, su questo facciamoci qualche domanda. Non parlo del Torino, parlo del campionato in generale: a volte si dice “facciamo attenzione, non bruciamo i giovani”, ma chi è bravo deve giocare».
ILKHAN «Nessun allenatore gioca contro se stesso, chi decide chi deve scendere in campo vede i giocatori tutti i giorni e li valuta. Se qualcuno in Italia vuole prendersi il palcoscenico, deve conquistarlo. E a volte uno non gioca perché troppo facilmente concede agli altri di poterlo fare».
LA POSIZIONE DI VLASIC «Le qualità del croato sono quelle, le conosciamo. Lui ha tutte le possibilità di muoversi come vuole in quei settori».
CASADEI «Ora si deve prendere la scena. Con le caratteristiche che ha deve diventare un giocatore professionista di altissimo livello. Quando passano gli anni è brutto avere rimpianti. Deve dimostrare quello che è. Magari su questo, involontariamente, un po’ di freno a mano tirato lo ha, ma deve prendere coscienza delle qualità che possiede».









































