Inter News 24
·10 luglio 2026
Acerbi si racconta: «Voglio ancora giocare, Chivu mi ha sorpreso e all’Inter il gruppo ha fatto la differenza»

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·10 luglio 2026

Intervistato da Sportmediaset, Francesco Acerbi ha ripercorso gli ultimi mesi vissuti con la maglia dell’Inter, soffermandosi sul lavoro svolto con Cristian Chivu, sul valore del gruppo, sul proprio futuro da calciatore e su diversi temi legati alla Nazionale e alla sua carriera.
A 38 anni come ti senti oggi?
«Sto bene! Un po’ con la famiglia: relax, ti si alleni, stai coi bambini. Solita vita che si fa in vacanza».
Hai appena chiuso la tua esperienza all’Inter: come descriveresti l’ultima stagione in nerazzurro?
«Guarda, è stata un po diversa dalle altre, ma penso una delle più costruttive. È stata intensa sotto tanti punti di vista: non è stata un’annata in generale facilissima anche se hai vinto due titoli però molto utile. È stata un po’ altalenante, dei momenti difficili però sono molto anche orgoglioso di me stesso, anche per come ho fatto l’anno sotto ogni punto di vista».
Qual è il motivo principale di questo orgoglio personale?
«All’inizio dell’anno sono successe cose che è giusto non dire. Da lì comunque non ho mai mollato, ho sempre cercato di dare il massimo in ogni circostanza in ogni allenamento, di aiutare la squadra nei momenti di difficoltà. Ovviamente non solo io, ci siamo fatti forza a vicenda per uscire da questi momenti duri, che ci sono stati anche se abbiamo vinto due titoli. Soprattutto dopo l’eliminazione in Champions, abbiamo fatto un paio di mesi, da gennaio a prima della sosta della Nazionale, in cui non stavamo più giocando, non eravamo noi, non riuscivamo a stare in campo, eravamo mentalmente stanchi. Poi siamo riusciti a reagire: la vittoria con la Roma, poi quella col Como che ha chiuso definitivamente il campionato. Perché poi non c’è stata una vera diciamo rivale quest’anno: c’è stato un po’ il Milan, il Napoli ha perso molti punti, la Juve ha fatto fatica già dall’inizio… quindi non c’era una che poteva starti dietro perché nel momento che qualcuna ci provava perdevano anche loro punti. Quindi alla fine questo campionato è stato abbastanza tra virgolette tranquillo anche se abbiamo avuto dei momenti comunque non facili».
Quando avete capito che era arrivato il momento di reagire? Quanto ha inciso Chivu e quanto i leader dello spogliatoio?
«Quando c’è un momento di difficoltà penso che tutti lo notino e tutti sono importanti per uscirne. Lo vedi: quando sei stanco mentalmente la cosa più difficile è reagire. Ma va fatto subito: perché se lo fai un po’ dopo, come magari è successo, hai le squadre dietro che sono 3 o 4 punti e dopo non riesci più a reagire. Menomale che erano 8/9 e vedevi che comunque perdevano punti: per questo siamo sempre rimasti abbastanza sicuri. Li devi cercare di riunire il gruppo e dire: ‘Ragazzi o tiriamo fuori qualcosa o si perde il campionato, si perde la coppa e andiamo in vacanza’. La squadra ha reagito benissimo: vuol dire che il nostro gruppo è veramente top ed è per questo che abbiamo vinto. Il gruppo da tanti anni è sempre lo stesso, aggiungi giocatori comunque bravi, bravi ragazzi… il gruppo è unito e alla fine quando un gruppo è unito viene fuori da qualsiasi avversità».
Hai detto che Chivu ti ha sorpreso positivamente. Cosa ti ha colpito maggiormente del suo modo di lavorare?
«È stato un giocatore importante, ha vinto. Poi sai, da allenatore veniva dai quattro mesi del Parma, poi arriva all’Inter dove negli ultimi anni si erano fatte finali di Champions, vinto il campionato… Non ha voluto strafare: la squadra era quella, il modulo era quello. Ha provato a gestire il gruppo. Tra virgolette ci dava tante libertà sui giorni liberi: sapeva quando eri un po’ stanco, cercava di dosati perché anche sa che sono tante partite. Poi comunque abbiamo cercato di dargli una mano perché non è facile venire all’Inter, hai un peso sulle spalle importante. Il gruppo quest’anno secondo me ha fatto uno step mentale perché è grazie al gruppo, l’ho detto anche ai miei compagni, se poi hai vinto quello che hai vinto. Il gruppo quest’anno ha fatto la differenza: con altre dinamiche interne non avresti vinto. E quindi sono molto orgoglioso di me e soprattutto dei miei compagni. Poi ovviamente Chivu ci ha messo anche del suo. Alla fine tutti insieme siamo riusciti a vincere».
Dopo la finale di Monaco si parlava di una squadra arrivata a fine ciclo. Tu come hai vissuto quelle valutazioni?
«Onestamente non lo capivo: siamo arrivati in fondo a tutto. Se poi ti rode perdere la finale di Champions 5 a 0, dove non siamo neanche entrati in campo…ci sta o non ci sta. Eravamo morti mentalmente, l’ho già detto: perdi il campionato all’ultima giornata, poi subito finale di Champions, poi subito America. Se avessimo avuto un mese di vacanza come adesso, senza il Mondiale per Club, dopo un mese e mezzo due… basta! Mi rode di più quella contro il City che ce l’avevamo in pugno, l’hai giocata… quella col Psg no. Io non mi sono recriminato nulla: eravamo morti, sfiniti, basta. Poi c’è chi se la prende di più e di meno, ma non c’era niente da ricostruire: avevamo ottenuto risultati importanti, erano considerazioni folli per me. Chivu ci ha motivato? Ovvio che hai sempre bisogno di qualcuno che ti dà una carica in più, ma è una cosa in più perché comunque se giochi nell’Inter la pressione te la metti addosso da solo: non serve un motivatore. All’Inter serve uno che metta il calciatore in condizione di esprimersi al meglio. La macchina era già accesa, non c’era da fare il meccanico e mettere a posto le cose».
Che rapporto si è creato tra te e Chivu?
«Io giocavo, lui allenava. Mi sono messo a disposizione. Io, per dire, voglio bene anche a Inzaghi però sono quei rapporti che tu sei l’allenatore, io sono il giocatore. Simone mi ha dato molta fiducia ma io l’ho ripagata altrettanto. Questa è la cosa che poi ti porta rispetto reciproco».
Tra tutti gli allenatori avuti, Inzaghi è quello che ti ha lasciato di più?
«Ne ho avuto tanti che mi hanno lasciato qualcosa. Con lui ho vinto, sono stato bene per sette anni e quindi è probabilmente quello che comunque ha inciso di più».
Guardando al presente, pensi più a ciò che hai ottenuto o senti di avere ancora qualcosa da dare?
«No, io sto bene e voglio ancora giocare. Non ho in mente di fare altro ma voglio andare avanti con molta serenità perché so di aver dato tutto quello che avevo. Con l’Inter mi sono lasciato bene: non ho nessun rimpianto. Anzi sono molto orgoglioso di questi quattro anni: di come sono arrivato, come me ne sono andato e quello che ho fatto».
Hai già immaginato quale potrebbe essere la tua prossima destinazione?
«Per ora no. Vediamo cosa arriva poi valuteremo con la mia famiglia».
Cosa può ancora offrire Acerbi al calcio italiano?
«Ho esperienza e motivazione. Magari un po’ di esempio in campo su come ci si deve allenare. A 38 anni ho ancora la voglia di un ragazzino: io voglio giocare. Se volevo fare per dire il mister quest’anno avrei iniziato. Poi sarà il mio mestiere, però adesso ho ancora voglia di andare avanti a certi livelli per 2/3 anni».







































