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·28 aprile 2026
Alfonso Montero: «I consigli di papà Paolo, la Juventus come casa ma anche responsabilità» – ESCLUSIVA VIDEO

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·28 aprile 2026

Ci sono cognomi che, nel mondo del calcio, non sono solo lettere stampate su una maglia, ma vere e proprie eredità di sangue, sudore e passione. Alla Juventus, pronunciare la parola “Montero” evoca istantaneamente immagini di battaglie, grinta indomabile e un amore viscerale per i colori bianconeri. Oggi, quella fiamma arde più viva che mai negli occhi di Alfonso Montero. Classe 2007, difensore e leader carismatico della Juve Primavera, Alfonso sta tracciando il proprio cammino portando sulle spalle un’eredità importante, ma affrontandola con la naturalezza di chi ha respirato Juventus fin dalla culla.
Intervistato in esclusiva da Juventusnews24, il giovane talento si è raccontato a cuore aperto, svelando l’immenso orgoglio di una dinastia destinata a continuare. Ma c’è una frase, tra le tante, che racchiude in modo perfetto il senso di questa appartenenza: «Per mio padre la Juventus è come la Nazionale». Un legame sacro, un attaccamento incondizionato che non conosce confini e che oggi vive nel talento del figlio.
Partiamo dall’inizio, dai tuoi primi passi da giocatore in Uruguay. Che ricordi hai di quegli anni in patria e cosa ti hanno insegnato? «In Uruguay ho ricordi bellissimi. Ho iniziato nella Escalinata, noi abbiamo il famoso Baby Futbol che si inizia con il calcio a 9, poi quando hai 10/11 anni si passa al calcio a 7. Facevo l’attaccante centrale, poi con il passare degli anni mi hanno iniziato a spostare all’indietro e sono arrivato al Defensor Sporting a 14 anni per fare l’Under 14».
Quanto c’è di tuo papà nel tuo percorso da calciatore? Come hai iniziato: hai guardato qualche sua partita e hai detto ‘Voglio seguire le tue orme’?«La verità è che mio papà da piccoli, a me e mio fratello, non ci ha mai detto di giocare a calcio. Tutto è iniziato per una persona molto legata alla famiglia, è un grande amico di mio padre ed è come se fosse uno zio per noi. Fin da piccoli ci dava il pallone e tante cose ce le ha insegnate lui. Però è ovvio che quando siamo diventati più grandi, sia a me che faccio il difensore centrale sia a mio fratello che fa il terzino – due ruoli che mio padre ha ricoperto – ci dà tanti consigli e lo ascoltiamo sempre».
Com’è il vostro rapporto dal punto di vista calcistico? Lo chiami dopo le partite, ti dà qualche consiglio, ti fa notare cosa migliorare o ti lascia tranquillo?«Dopo le partite, una cosa che mi piace e che ho preso un po’ da lui, è che non siamo così contenti. A volte esco e penso più agli errori che ho fatto che alle cose positive, ma non in maniera negativa. Sempre per migliorare. Magari la gente mi dice ‘Hai fatto un partitone’ ma io non sono d’accordo. Quando parlo con mio padre dopo le partite mi dà sempre consigli, io gli mando i video delle giocate e gli chiedo cosa ne pensa, cosa avrebbe fatto lui in quella situazione. Sempre per migliorare».
Il cognome Montero è un cognome molto importante, qui in Italia tantissimo. Ha solo dei lati positivi o c’è stato anche qualcosa di negativo da affrontare nella tua carriera: parlo di pressioni, etichette, eredità da raccogliere e se sì come le hai vissute?«Essere ‘figlio di’ come diciamo in Uruguay comporta parole come ‘raccomandato’ ma la verità è che a me quello non mi tocca proprio. Sono tutte cose positive perché non tutti i miei compagni hanno avuto genitori calciatori e quindi è un privilegio che io posso avere. Cerco di sfruttare al meglio perché non è una cosa normale».
Ti rivedi in lui in qualche caratteristiche in campo? Nel modo di giocare o intrepretare il ruolo magari. Cosa pensi di aver ‘rubato’ del Paolo calciatore? «Qualche volta sì, perché i consigli che mi dà provo a riportarli in campo…Poi a volte mi guardo le sue partite ma mi manca ancora abbastanza per arrivare a lui».
Cosa ti ha raccontato lui della Juventus? Quali parole ha usato per descriverti questo club prima del tuo arrivo nel 2022?«Anche prima del 2022, da quando sono nato… Per lui la Juventus è la sua casa. Fin da piccoli ci ha sempre raccontato cose positive. Siamo venuti alla inaugurazione dello stadio, lì è stata la prima volta che sono stato a Torino. Quando sono arrivato qui mi ha detto che dovevo essere felice, di sfruttare l’opportunità ma che era anche una responsabilità, di affrontarla con grande serietà e di fare in campo quello che sono abituato a fare»
Cosa ha rappresentato invece per te arrivare alla Juventus? Che significato ha vestire questa maglia?«Quando sono arrivato alla Juve sembrava tutto un sogno. Una differenza che ho trovato riguardava le infrastrutture. Venivo dal Defensor, che è una squadra organizzata in Uruguay, ma qui è tutto modernissimo, gli allenamenti erano diversi. Ero veramente felice e penso che mi sono ambientato velocemente grazie anche ai miei compagni che fin dal primo giorno sono stati disposti a darmi una mano».
Come è stato lasciare l’Uruguay?«È stata dura. Per fortuna ho avuto la mia famiglia che era venuta ad accompagnarmi, ma i primi mesi sono stati difficili. Lasciare tutti i tuoi amici, l’altra parte della mia famiglia…Mia mamma è stata brava, mi conteneva un po’ la testa. C’erano dei giorni in cui ti veniva voglia di tornare, ma non puoi, quindi senza di lei sarebbe stato ancora più complicato».
Diciamo che non solo l’ambiente bianconero si è accorto di te, perché i riflettori si sono accesi da tutto il mondo con l’inserimento del tuo nome nella lista del The Guardian dei 60 migliori giocatori nati nel 2007. Che effetto ti ha fatto essere in quel gruppo con Yamal, Cubarsì, Rodrigo Mora?«Io ne ero a conoscenza però dopo un allenamento con mister Magnanelli leggo dei messaggi dei miei amici in Uruguay che mi dicevano di guardare questa lista…È stata una bella cosa però poi quelle cose lì contano fino a un certo punto perché poi bisogna continuare a lavorare e migliorare in campo».
Stagione 2023/24 divisa tra Under 17 e Primavera: quali ricordi hai di quell’annata e come è stato essere allenato da tuo papà?«È stato uno degli anni in cui ho imparato di più nella mia vita calcistica. In Under 17 abbiamo fatto una bella annata, perdendo in semifinale con la Roma, con mister Rivalta. Lì è stato tutto positivo. Poi i mesi in cui sono salito in Primavera, avendo mio padre con mister, ho imparato tanto. Fisicamente – ero un 2007 che giocava contro i 2004, ma anche qualche 2003 – non ci arrivavo quindi dovevo pensare tutto prima e per quello sono stati gli anni in cui ho imparato di più».
Giocare sotto età ti è servito?«Sì, tanto. Quello è fondamentale nella crescita di un calciatore».
L’anno successivo, ossia la passata stagione, passi in pianta stabile con la Juve Primavera. Devi scegliere un momento più rappresentativo per te: il gol in Youth League con il Psv Eindhoven o la prima convocazione in Prima squadra per Lecce Juventus?«Senza dubbio la prima convocazione in Prima squadra. Quella è stata l’esperienza più bella. Tutti i compagni, lo staff ti han fatto sentire bene da subito, ti fanno sentire uno di loro. È un’esperienza che rimarrà per sempre».
Cosa ti ha lasciato quell’esperienza? La prima cosa che pensi quando poi torni a casa è ‘Ok, voglio arrivare lì, quello è il mio obiettivo’…«Mio papà dopo mi ha detto ‘Ok ora non sei pronto, però hai già assaggiato il mondo della Prima squadra e devi lavorare tutti i giorni per tornare lì’».
La Prima squadra, comunque, l’hai vissuta in questi anni durante gli allenamenti. Cosa guardi di più quando sali con i grandi, su cosa ricade maggiormente l’occhio relativo a questi grandi campioni?«La cosa che ti sorprende di più è la serietà, l’intensità, la forza nei passaggi, sbagliano pochissimo. Si vede che sono giocatori di altissimo livello».
Bremer, Kalulu ma anche Danilo lo scorso anno. Sono stati e sono tutt’ora i primi due, giocatori che hai guardato e guardi con più attenzione? C’è una caratteristica che ‘ruberesti’ a loro tre?«Sono tutti giocatori diversi, tutti e tre fortissimi. Di Bremer ruberei la marcatura a uomo, di Kalulu la spinta in avanti e di Danilo la leadership, senza dubbio».
Chi era il tuo idolo da bambino?«Gimenez, ma proprio quando da giovanissimo era arrivato all’Atletico Madrid. Mi piaceva tanto, è stato nell’annata dell’Under 20 che è arrivata in finale al Mondiale quindi da piccolo mi guardavo tutte le partite e me lo ricordo benissimo».
Più difficile marcare Yildiz o Vlahovic? O se c’è un altro giocatore della Prima squadra che in allenamento ti ha impressionato di più«Per il modo di giocare sono tutti e due difficilissimi da marcare. Non posso scegliere uno o l’altro, sono troppo diversi. Vlahovic con la palla copre con il corpo, è grande e quindi diventa difficile. Kenan ti fa diventare matto, si muove dappertutto, veloce, agile…».
Rivedendo Yildiz dal settore giovanile all’essere leader e numero 10 della Juve: che percorso ha fatto e in cosa secondo te è cresciuto di più?«Non mi ha stupito. Quando mio papà è arrivato 6 mesi prima di me in Primavera che io guardavo le partite si vedeva che era un fuoriclasse. Però sì mi ha sorpreso come è riuscito a continuare il percorso avendo quella pressione addosso. Ha sempre continuato e sta facendo benissimo».
La firma sul rinnovo fino al 2028 che significato ha avuto per te?«Mi ha liberato la testa, sapevo di poter tornare in campo. Lo staff e i compagni da quando sono stato disponibile mi han dato la fiducia e io cerco sempre di ripagarla in campo».
Ora sei tornato ad essere uno dei leader di questa Juventus. Lo si vede nella tua personalità, lo si vede soprattutto in campo. Come è cambiato il tuo ruolo all’interno dello spogliatoio ma soprattutto che gruppo è quello di quest’anno?«Penso di sì, perché in quest’annata eravamo 2/3 2006 che poi alcuni sono andati anche via, noi 2007 siamo i più grandi. Mi sento più responsabile, più maturo ma ci sono anche altri leader importanti nello spogliatoio».
Difensore sì, ma anche goleador. Sono 3 già le reti quest’anno, tuo mini-record personale. Cosa significa il gol per te? È un qualcosa che cerchi? «Ultimamente la palla mi cade lì…Poi con mister Spanò e mister Marchio che si occupano delle palle inattive, quando stavo rientrando in squadra hanno visto questa mia tendenza ad attaccare il primo palo, in un paio di partite mi han messo lì e per fortuna ho segnato».
E su mister Padoin, cosa ci dici?«Un bravissimo mister, un bellissimo rapporto. A me piace perché è chiaro, non fa tanti giri di parole, ti dice la verità. Prima della partita è sereno ma fa dei discorsi che ti contagiano».
Quanto credete nei playoff?«Come impone questa maglia, finché matematicamente abbiamo la possibilità ci crediamo fino alla fine. Sappiamo che è dura, sappiamo che abbiamo perso punti che potevamo portare a casa ma ci crediamo».
Ci racconti dal tuo punto di vista come è andata questa stagione? Per una squadra così giovane gli alti e bassi sono normali ovviamente. Cosa è mancato secondo te e in cosa siete davvero cresciuti nel vostro percorso di maturazione«Quest’anno è mancata in alcuni momenti un po’ di maturità, ma quello è anche l’aspetto su cui siamo cresciuti di più. Se guardi le partite di inizio anno e le guardi adesso, vedi i cambiamenti. Abbiamo perso punti per disattenzioni, per qualche errorino individuale. Ruota attorno alla maturità ma è una cosa normale».
Chiudiamo con questa finale di Coppa Italia. L’Atalanta l’avete già affrontata e battuta 2-0 in questa stagione: che partita ti aspetti e dove secondo te potrete fare davvero la differenza?«L’Atalanta l’abbiamo battuta sì ma non cerchiamo di pensare a quanto successo all’andata, sarà un’altra partita. Loro stanno in un buon momento, sono una squadra forte. Ma in questi giorni cercheremo di capire le loro debolezze, dove possiamo crear loro dei danni, ma se faremo le cose bene ce la porteremo a casa. Voglio vedere la Juventus con cui sono cresciuto: quella che attacca, quella che ha grinta, quella che pressa: È la base».
Quanta voglia c’è di portare a casa questo trofeo e cosa dirai o hai già detto ai tuoi compagni per prepararli a questa partita?«Quello sempre, ma non solo io…Con Verde e Milia siamo tra quelli che parlano di più nello spogliatoio. Cercheremo di spingerli al massimo ma anche noi vogliamo essere concentrati perché sarà una partita importante».
Si ringraziano Alfonso Montero e l’ufficio stampa di Juventus FC nella figura di Raffaele Orlandi per la gentile concessione dell’intervista









































