Ashley Young rivela: «Conte? I suoi allenamenti mi hanno fatto arrivare a 40 anni, ma non dura più di due anni per i suoi metodi» | OneFootball

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Inter News 24

·11 agosto 2026

Ashley Young rivela: «Conte? I suoi allenamenti mi hanno fatto arrivare a 40 anni, ma non dura più di due anni per i suoi metodi»

Immagine dell'articolo:Ashley Young rivela: «Conte? I suoi allenamenti mi hanno fatto arrivare a 40 anni, ma non dura più di due anni per i suoi metodi»

Ashley Young rivela alcuni aneddoti sull’Inter di Antonio Conte. Le parole dell’ex calciatore inglese a High Performance tra allenamenti e metodi del tecnico

Intervenuto nel podcast High Performance, Ashley Young è tornato sulla sua esperienza all’Inter, soffermandosi in particolare sui metodi di lavoro di Antonio Conte. L’ex calciatore inglese ha raccontato la durezza degli allenamenti del tecnico salentino, spiegando come quella preparazione abbia avuto un ruolo fondamentale nella sua longevità sportiva, permettendogli di giocare ad alti livelli fino ai 40 anni.

GLI ALLENAMENTI DI CONTE ALL’INTER«Quando sono andato all’Inter, per quanto possa sembrare assurdo, tutti avevano qualcosa da raccontare riguardo le strane e meravigliose sessioni di allenamento di Conte».


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IL CARICO FISICO E LA LONGEVITÀ«Facevamo tanta corsa e sapevi già che il martedì o il giovedì che la domenica avresti fatto una specie di corsa folle, che poteva portarti praticamente ovunque. Per me è pazzesco, ma penso che sia proprio questo ad avermi dato la longevità necessaria per arrivare fino ai 40 anni. Il carico di lavoro era davvero enorme, dal punto di vista delle capacità cardiovascolari, ti portava a livelli incredibili. In Italia molte squadre giocavano a uomo, il che ti richiede un grande dispendio di energie fisiche: devi rimanere con lo stesso avversario per tutta la partita».

LA SFIDA CONTRO L’ATALANTA DI GASPERINI«Conte diceva: ‘Guardate solo cosa succede al 60esimo’. C’erano tantissime squadre che venivano a San Siro e calavano al 60° minuto mentre noi iniziavamo a volare. Nessuna squadra riusciva a reggere il nostro ritmo dal punto di vista della condizione fisica. Era una delle cose che lui usava per metterti alla prova mentalmente. E gli allenamenti di corsa che facevamo non erano normali. Non erano normali per dei calciatori. Non ho mai fatto corse del genere. Per il tipo di gioco che vuole, per il modo in cui mette alla prova le persone mentalmente e fisicamente. Per la corsa che facevamo… e, come ho detto, non mi piaceva. Non credo che a qualcuno piaccia correre. Era una di quelle cose che non volevo fare. Non è che non volessi farlo: semplicemente non mi piaceva. Però, ripensandoci oggi, credo che sia stato proprio questo a darmi sicuramente la longevità necessaria per continuare a giocare».

IL CONFRONTO CON L’ATALANTA«Una volta abbiamo giocato in trasferta contro l’Atalanta, ricordo di aver segnato in quella partita, nel secondo tempo pensavo che fossimo molto più forti di loro. In seguito, parlando con alcuni dei loro giocatori, mi dissero: ‘Il vostro livello di forma fisica è completamente diverso’. L’allenatore dell’Atalanta (Gasperini, ndr) diceva che i suoi giocatori erano molto più in forma dei nostri. Poi, dopo la partita, è andato da Conte e gli ha detto: “Non so cosa facciate in allenamento, ma siete molto più in forma’. E l’Atalanta era famosa per l’alto livello di preparazione fisica».

IL METODO CONTE E LA GESTIONE DEL GRUPPO«C’erano giorni in cui arrivavamo al centro sportivo alle 9 del mattino. Dopo colazione, diciamo alle 10, saremmo dovuti uscire sul campo ed allenarci verso le 11. Quindi tutti i ragazzi si preparavano. Poi arrivavamo più o meno le 10 e 45 e dicevamo: ‘Bene, siamo pronti per uscire’. A quel punto chiedevamo a uno degli allenatori della prima squadra: ‘È pronto?’. E lui rispondeva: ‘No, non è pronto’. Mandavamo allora il team manager a parlargli. Lui tornava e diceva: ‘Bene, il mister ha detto che deve andare a pranzo alle dodici, andate nelle vostre stanze a riposarvi: ci alleniamo alle 14’. E tutti i giocatori si guardavano chiedendosi: ‘Ma noi siamo qui dalle nove. Perché?’. Era semplicemente uno dei suoi modi per metterti alla prova, per vedere se qualcuno sarebbe andato a bussare alla sua porta, se qualcuno avrebbe reagito. C’erano molti giocatori che erano lì da tempo, giocatori più anziani, che volevano dirgliene quattro; alla fine lo fecero».

LO SPOGLIATOIO E IL PROGETTO DI CONTE«E furono proprio quelli che poi vennero mandati via. Non rimasero lì ancora a lungo. Dopo un po’ ti abituavi a cose del genere, era grazie anche a queste cose che c’era coesione tra i giocatori, la squadra era unita, è stato uno dei migliori spogliatoio in cui sia stato per spirito di squadra. Grazie al modo in cui l’allenatore gestiva le cose, i giocatori restavano uniti. Ha sempre avuto questo progetto in mente e non l’ha mai cambiato. Quando si vince non si può metterlo in discussione. C’è un motivo se non rimane più di uno o due anni in una squadra, alla fine capisci che probabilmente è proprio questo il motivo».

IL PUNTO DI ROTTURA CON I GIOCATORI«Penso che il punto di rottura arrivi quando i giocatori cominciano a pensare: ‘Ok, adesso si sta esagerando’. La gente inizia a crollare e si sommano tantissimi infortuni. Credo che persino alcuni membri del suo staff finiscano per non condividerne più i metodi, anche se lui si porta dietro quasi sempre gli stessi collaboratori ovunque vada. Loro ovviamente pensano: ‘Devo restare con lui perché è un vincente’, ma i calciatori sono fatti a modo loro: parlano, si confrontano, fanno sponda. E ci sono elementi che hanno più peso politico di altri».

Le parole di Ashley Young restituiscono il ritratto di un Conte estremamente esigente, capace di costruire gruppi compatti attraverso allenamenti durissimi e una mentalità fondata sulla disciplina. Secondo l’ex nerazzurro, proprio quel metodo di lavoro è stato uno degli elementi decisivi per la conquista dello scudetto 2020/21 e per la sua stessa crescita professionale.

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