Inter News 24
·7 giugno 2026
Ausilio a tutta ruota: «Con Thuram la trattativa più complicata. Per Lautaro cambiò il prezzo dopo una partita»

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·7 giugno 2026

Dopo la presenza del presidente Giuseppe Marotta, c’è stato spazio anche per il direttore sportivo dell’Inter, Piero Ausilio, salito sul palco del Festival della Serie A a Parma. Il dirigente nerazzurro è stato uno dei grandi protagonisti del seguitissimo panel intitolato “I Signori del Calciomercato”. Ecco, di seguito, tutte le sue parole.
SULLA SUA CARRIERA – «Io, a differenza sua (di Braida, ndr), per fortuna, forse anche sia mia che del calcio in generale, ho smesso molto presto di giocare. Quindi non ho potuto iniziare quel tipo di carriera fatta da lui, però come tutti gli appassionati ho cercato in tutti i modi di restare in questo ambiente perché era quello che sentivo di voler fare. Piano piano ho capito che la mia ambizione, la mia vera passione, era quella di diventare direttore sportivo. E devo essere sincero, non perché Braida è qui, lo sa perché sono cose che può confermare anche lui stesso, ho avuto la fortuna di conoscerlo da molto giovane e Ariedo per me è sempre stato forse il più grande dei riferimenti perché mi piaceva il suo modo di interpretare il ruolo da direttore sportivo. Oggi non sarebbe magari così moderno, ci stanno continuando a parlare di algoritmi, statistiche, numeri, però il vero direttore sportivo com’era Ariedo Braida era uno che andava in giro a scoprire talenti, andava a trattarli, andava a visionarli, andava a conoscerli e io sono cresciuto un po’ con questo modello, quindi per me oggi è veramente un orgoglio averlo qui di fianco. Però della carriera di Ariedo Braida c’è traccia».
SULLA SUA ESPERIENZA DA CALCIATORE – «Non c’è traccia perché per fortuna a seguito di un grave infortunio ho smesso molto presto quindi dico per fortuna perché ho avuto la possibilità così di iniziare molto presto, rispetto magari agli altri, questo tipo di percorso, che è partito da segretario del settore giovanile per poi piano piano crescere e diventare negli anni il direttore sportivo».
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SU UNA SUA FOTO DELLA PRO SESTO – «Ecco qui la carriera stava già per finire perché lo avevo appena operato se guardate il ginocchio destro non era non era dei più belli quindi sì comunque quella foto adesso me l’ha fatta vedere me la ricordo è è stato stato bello però purtroppo non ha potuto neanche essere un un inizio perché è finita lì».
IL MOMENTO IN CUI HA CAPITO DI VOLER DIVENTARE UN DIRIGENTE – «Non so il momento preciso in cui l’ho capito. So cosa volevo fare, cosa volevo diventare. Ho fatto un percorso molto lungo, sono orgoglioso di averlo fatto in questo modo perché non avendo giocato ad alti livelli avevo un’altra strada da percorrere. Il fatto di aver fatto tante cose, ho lavorato tanto nel settore giovanile prima come segretario e poi soprattutto come responsabile. C’è stato poi un periodo lungo, circa dieci anni, in cui ho fatto un lavoro secondo me bellissimo che era quello di fatto di vice direttore sportivo. Purtroppo gli anni che ho passato con Marco Branca, direttore dell’Area Tecnica, mi hanno permesso, non avendo la responsabilità diretta della squadra, di poter viaggiare molto e quindi stringere rapporti, relazioni, conoscere fuori il mondo del calcio, perché poi non è soltanto quello che succede la domenica, ma è tutto quello che c’è intorno che deve essere per forza conosciuto e diventa oggi la grande esperienza che mi porto dietro. Del momento in cui sono diventato poi direttore sportivo degli effetti nel 2014, avendo meno tempo di girare, perché comunque devi passare il tuo tempo con la squadra, devi essere molto più presente nella gestione, di fatto vivi le stesse attività che ha la prima squadra, quel percorso mi è mancato ma allo stesso tempo mi ha permesso oggi di essere probabilmente più completo».
IL SEGRETO PER ESSERE UN BUON DIRETTORE SPORTIVO – «Quando si parla di sessioni di mercato si pensa ovviamente soltanto al periodo estivo, a gennaio, in realtà quello è il periodo in cui si formalizzano i documenti ma è calcio mercato tutto l’anno perché al di là della gestione della squadra, di tutto quello che sono le dinamiche che ci sono all’interno dello spogliatoio, ci sono nella relazione con l’allenatore, nella quotidianità di tutta la settimana di lavoro che poi è l’avvicinamento alla partita, ci sono poi tutte le situazioni che devi preparare e organizzare per arrivare a quel momento del calciomercato. A settembre finisce un percorso ma ne inizia un altro che è quello fatto di relazioni, di contatti, di visioni, i scout che sono in giro che ti relazionano su quello che hanno visto. Qualche volta, ripeto, adesso un po’ più raramente, perché c’è meno possibilità di allontanarsi ma si va anche a vedere qualche partita. Ne farei anche molti di più perché onestamente è una cosa che mi è sempre piaciuta tantissimo. E poi si cerca di affrontare giorno per giorno tutte quelle dinamiche che in una squadra hai. Ci sono anche problemi: Un giocatore che magari è stato utilizzato meno, che ha bisogno di una pacca sulle spalle, ha bisogno di qualche parola in più, quello che magari invece è in un momento di esaltazione che va un po’ più tranquillizzato… Sono dinamiche che ci sono in una famiglia, in un’impresa, in un ufficio e che tutti i giorni viviamo anche noi quotidianamente cercando di di dare il nostro contributo per il bene sempre del club e della squadra».
SULLE TRATTATIVE COL PARMA: DA DIMARCO A BASTONI E BONNY – «Hai detto bene, noi abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con la dirigenza del Parma in particolare poi negli ultimi anni, trovo che ci siano dei professionisti a Parma di grande qualità e competenza. Conosco personalmente Cherubini, conosco Pettinà e mi sento di dire che Parma Calcio è in buonissime mani. La proprietà è ambiziosa, è una proprietà che vuole investire sui giovani. Noi abbiamo sempre sfruttato questo canale. Abbiamo approfittato dell’anno di Parma in prestito per valorizzare Bastoni e e Dimarco e farli crescere di più. E poi nella stagione passata siamo riusciti a fare questa operazione con Bonny che è stata sicuramente molto positiva per noi. Il Parma quest’anno ha fatto qualcosa di incredibile con un bravissimo allenatore, giovane che ha portato risultati importanti, ha salvato la squadra con un certo anticipo anche attraverso dei bellissimi risultati soprattutto contro Milano e Napoli va bene. Dai allora giustamente un grazie a Parma e al Parma».
SULLE PERSONE DA RINGRAZIARE – «Direi che insomma ricordare tutte le persone che meriterebbero di essere citate è difficile. Quando penso all’Inter ne cito una che rappresenta un po’ tutti perché Massimo Moratti è stato il presidentissimo dell’Inter. La sua famiglia, lui, mi hanno permesso di iniziare questo percorso. Quindi nel momento in cui ricordo lui ricordo tutta l’Inter perché sono passati tantissimi dirigenti, allenatori, calciatori collaboratori, io ho un bellissimo ricordo di tutti questi. Ripeto, citarli uno per uno farei fatica intanto per il numero e soprattutto perché rischerei di dimenticarne qualcuno. Poi per uscire un po’ dalle dinamiche dell’Inter invece ci tengo a citarne uno che per me ha rappresentato tantissimo nel mio inizio e anche in quello che è stata poi la mia strada, che è Pierluigi Casiraghi, che è solo un omonimo dell’ex calciatore della Nazionale. Invece Casiraghi è un signore che adesso è scomparso che mi ha dato tanto perché è stato quello che mi ha mi ha formato dal punto di vista professionale, mi ha sempre sostenuto, mi ha dato sempre i consigli giusti, mi ha dato tutto quello che oggi mi porto dietro. Sto cercando anch’io di trasferire a quelli un po’ più giovani, visto che anch’io adesso comincio ad entrare nell’altra parte generazionale. Ho iniziato quando avevo 25 anni, oggi ne ho quasi 54, quindi oggi qualcosina da dare probabilmente ce l’abbiamo anche noi a quelli più giovani. E poi ovviamente dal punto di vista prettamente educativo e per i sacrifici che hanno fatto legato alla professione, nel senso che mi hanno permesso di farla anche in momenti in cui magari a casa serviva qualcos’altro, i miei genitori che mi hanno aspettato e mi hanno permesso di crescere piano piano senza farmi pesare il fatto che a casa fossi magari più un peso che non un’utilità dal punto di vista economico».
SULLA TRATTATIVA PIU’ DIFFICILE – «Nelle trattative le difficoltà ci sono sempre. Arrivano, in primis perché si parla sempre di calciatori di un certo livello e quindi la concorrenza è sempre molto, molto forte. Noi italiani, lo dico con orgoglio, Ariedo lo può confermare, abbiamo qualcosa in più a livello di fantasie, di strategie. È normale che quando vai a competere con con potenze quali sono diventate oggi le squadre inglesi, ci devi mettere qualcosa in più. Cioè dove non arriva il potere economico arriva l’ingegno. Noi ci arriviamo con la italianità, ci arriviamo magari a volte prima con strategie, cerchiamo di essere molto più empatici perché ci piace comunque conoscere il calciatore, conoscere le famiglie, cercare di arrivare a quel qualcosa che magari spesso e volentieri non ci si può arrivare soltanto con i soldi e quindi pagando di più. Ricordo operazioni di diversi calciatori, ma mi viene in mente su tutti Thuram, tanto per fare un esempio. Tra l’altro con orgoglio posso dire che è stato strappato anche al Milan. L’Inter, per un motivo molto preciso, perché oltre al Milan, c’erano anche altre squadre importanti europee e anche economicamente molto, molto forti e strutturate e straniere e lui scelse l’Inter per un motivo molto preciso. Noi già due anni prima lo avevamo individuato e lui scelse l’Inter. Giocava al ‘Gladbach, e per intenderci era l’anno in cui Lukaku si era trasferito al Chelsea, noi avevamo già preso Dzeko e ci serviva un terzo attaccante e avevamo pensato a lui. La cosa bella e particolare è che lui non giocava in attacco, noi giocavamo già col 3-5-2 e lui non era un attaccante, ma giocava esterno a sinistra. E invece eravamo convinti che Marcus invece avesse proprio le caratteristiche che servivano a noi per giocare in quel sistema di gioco quindi chiamai lui che alzò le mani e disse: ‘Parla con papà’. Tra l’altro Lilian penso che anche qui a Parma lo ricorderete tutti come un grandissimo campione e un grandissimo uomo. Mi chiese di spiegargli bene il progetto, era molto curioso e voleva capire perché pensavamo che Marcus potesse diventare un attaccante e quindi spostarlo dalla sua posizione più naturale, dove aveva sempre giocato. Gli spiegammo tutto, quali erano le nostre idee e perché doveva venire all’Inter e giocare in quel sistema di gioco. Mi diedero l’ok, si formalizzò praticamente tutto, se non fosse che si fece male ad un ginocchio in una partita contro il Leverkusen e ci fu questo impedimento e abbiamo dovuto ritardare di due anni l’operazione. Lo abbiamo perso per due anni, in realtà poi lo abbiamo recuperato praticamente a costo zero, quindi direi che è stato comunque un bene anche così».
SULLA TRATTATIVA PER LAUTARO MARTINEZ – «Quella è stata una trattativa molto particolare. Quelle sono trattative dove o torni con il calciatore e allora diventi un fenomeno oppure fai una figura di quelle che non ti puoi più presentare. Per un motivo molto semplice: normalmente quando un direttore sportivo decide di prendere un aereo partire e cercare di andare a chiudere una trattativa, tra l’altro con una mediaticità così forte qual era quella di Lautaro, perché in Argentina tu appena atterri praticamente tutto il mondo sa che sei lì e tutto il mondo comincia a descrivere a commentare ora per ora quello che stai facendo. Io ho preso questo aereo durante il campionato, ero convinto di andare in un periodo apparentemente tranquillo era appena finito il calciomercato c’era una partita che mi sembrava pure facile e sono partita. Invece perdiamo anche la partita quindi arrivarono anche le critiche perché non ero a Milano in un momento di difficoltà della squadra, ma il vero problema era che io ho preso l’aereo sapendo che il ragazzo si era promesso anche di più all’Atletico di Madrid. Mancava solo la firma fra i club, mancava quindi l’ok da parte del direttore sportivo Diego Milito. Era arrivata qualche buona informazione sia a me che a Zanetti e decisi di provare questa cosa che in quel momento poteva essere un po’ folle. Ho detto vado e cerco di chiudere puntando sull’accordo del club e riuscii ad ottenere l’accordo rapidamente con il club semplicemente pagando qualcosa di più. Ci si diede la mano e poi mi invitarono ad andare a vedere la partita. Vado a vedere la partita e il buon Lautaro decide quel giorno di fare tre gol e procurarsi un rigore. Quindi immaginate in Argentina cosa vuol dire una stretta di mano dopo una prestazione di questo tipo».
CAMBIO’ IL SUO PREZZO – «Si ricominciò tutto da capo. Ovviamente cambiò il prezzo, arrivarono altre interferenze, altre società, mille telefonate, quindi diventò tutto più difficile. Io rimasi lì, provarono a convincermi a prendere il volo, rientrare, ti mandiamo tutto via mail, tutto a posto… Ho detto no, io non rimango qui, non parto fino a quando non c’è la firma del club. Alla fine tornai con questo famoso documento».
SUL DOCUMENTO MESSO NEI PANTALONI – «Sì, lo arrotolai e andai diretto in aeroporto perché stavo per perdere l’aereo, però alla fine tornai a casa con il calciatore ed era la cosa più importante».
SULLA VITTORIA A CUI E’ PIU’ AFFEZIONATO – «Quella più più vicina è sempre la più bella perché so cosa c’è c’è stato. E c’è stata anche della sofferenza soprattutto all’inizio perché c’era rimasto addosso quello che era stato il finale della stagione passata. Ma allo stesso tempo c’era la grande voglia di ripartire tutti insieme costruire un qualcosa di importante contro tutto e tutti, perché è normale ma era anche giusto che in quel momento probabilmente la fiducia in questa squadra era venuta un po’ un po’ meno. È stata quella la grande sfida: il fatto che l’abbiamo vinta con questo splendido risultato che ha portato poi al successo sia in campionato che in Coppa Italia. Questo è sicuramente un motivo di grande soddisfazione per tutti noi che abbiamo lavorato tutti insieme, remato tutti dalla stessa parte. Siamo forti di questo, cioè del fatto di essere una entità unica. Ci sono i confronti, le discussioni, le situazioni che in ogni club ci sono e in ogni squadra ci devono essere, però noi sapevamo dove volevamo arrivare e quando si sono presentate queste difficoltà le abbiamo affrontate tutte insieme e una volta superate, piano piano siamo arrivati così, con il vento in poppa come si dice. Soprattutto negli ultimi due o tre mesi a vincere quello che quello che volevamo vincere e lo abbiamo fatto con con grande merito immagino».
COSA ASPETTARCI SUL MERCATO DELL’INTER – «Quello che abbiamo sempre dato negli ultimi anni. Io penso che il mercato dell’Inter sarà sulla stessa falsariga degli ultimi: un mercato fatto con attenzione. Non si può illudere le persone, la gente, i tifosi, dicendo che si va e si compra tutto quello che di meglio c’è in giro, perché non è così. Si compra con intelligenza, si venderà probabilmente anche qualcosa. Penso che ormai sia di attualità, è già stato ufficializzato che è andato via a Dumfries un calciatore importante, esercitando la clausola che aveva nel suo contratto. Posso tranquillizzare tutti dicendo che per ogni calciatore importante che va via ne arriverà uno altrettanto importante. Quello che abbiamo fatto in questi anni è cercare sempre di ritoccare la squadra e di migliorarla con con quello che erano le necessità singole di ogni reparto ma senza stravolgere nulla. Si può anche pensare quest’anno, ripeto, diamo continuità a quello che abbiamo già fatto nella stagione passata, di inserire qualche giovane per riequilibrare un pochettino di più ancora la rosa l’esperienza che è importante perché serve anche avere giocatori di esperienza per vincere. Giocatori che hanno già vinto, che hanno mentalità, e aggiungere a loro dei giovani che seguono quel percorso e quella strada. Perché il giocatore che ha anni di Serie A o anni di esperienza internazionale di Champions League è il traino migliore per quei giovani che si avvicinano magari per la prima volta ad una società importante e ad una responsabilità importante qual è quella di giocare nell’Inter. Io penso che quest’anno per esempio è successo con i vari Pio Esposito, i Bonny, i Sucic, i Diouf, Luis Henrique… insomma tutti quelli che abbiamo preso giovani, tra virgolette, perché poi in Italia abbiamo l’idea di parlare dei giovani quando hanno 23, 24, 25 anni mentre all’estero il giovane ne ha 17, 18 li buttano dentro e giocano. Noi in questo dobbiamo migliorare come sistema, non è un problema solo dell’Inter. L’Inter ci sta provando: con Pio abbiamo dimostrato che questa è la direzione e sicuramente daremo ancora continuità a questo, anche in questo mercato, cercando di fare quello che abbiamo sempre fatto, di fare una squadra competitiva che non si nasconde, l’Inter non si è mai nascosta. Sento sempre parlare delle grandi squadre, soprattutto in Italia, di qualificazione Champions League, Europa League, come obiettivo. Sono tutte bugie, non esiste una grande squadra, un grande club, Ariedo lo può testimoniare, che inizia la stagione pensando di arrivare terzo o quarto. Se pensi questo, arrivi quinto o sesto. Se pensi di provare a vincere, alla peggio arrivi in secondo, ma comunque hai lottato, sei stato competitivo e questo sarà sempre il motivo principale del mercato, della stagione e del lavoro che faremo all’Inter. Questo lo posso garantire».
SUL CALCIO DI OGGI – «Due parole: organizzato perché ci sono le risorse, ci sono le persone, ci sono i dirigenti, gli allenatori, i giocatori, però è conservatore. Non è il nostro calcio pronto per i cambiamenti rapidi e noi abbiamo bisogno di cambiamenti rapidi, questo sicuro».







































