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·10 maggio 2026
Baggio: “Finale del 94? Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Alla prima operazione ho detto a mia madre: uccidimi”

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In un’intervista al Corriere della Sera, Roberto Baggio ha avuto modo di esprimersi sulla propria carriera e sulla propria vita privata. Scopriamo insieme le sue parole.
“Mi sentii in colpa con tutti gli italiani – attacca Baggio, ricordando la finale del Mondiale 1994 –. Volevo sparire. Provavo una vergogna infinita, una di quelle cose che ti restano addosso anche quando passano gli anni. Col tempo impari a conviverci, ma non è una ferita che si chiude del tutto”. E poi: “Posso solo dire che quel pallone ancora oggi per me resta sospeso in un luogo difficile da raggiungere con le parole”. Ma torna ancora nei sogni: “Di continuo. A volte invece ci penso da sveglio, nel letto, quando non riesco a prendere sonno. Immagino di segnare. E mi addormento”.
Baggio parla della sua fede:
“Credo nella forza che ognuno di noi porta dentro, anche quando non la vede, anche quando pensa di non averne più. Non penso tanto a un Dio esterno che decide per noi, quanto a una forza interiore che va cercata, coltivata, rispettata”. E il buddismo “è stato sicuramente il mio rifugio, mi ha formato come persona portandomi a lavorare su aspetti del mio carattere a cui prima non facevo caso. Mi ha dato la forza quando ne ho avuto più bisogno e il coraggio di non mollare mai”.
Sulla famiglia:
“Il primo ricordo è “il pallone. Ci dormivo, lo tenevo sempre con me”. Cresciuto in una famiglia numerosa, con il papà interista e il tifo per il Vicenza di Pablito Rossi. “Andavo allo stadio seduto sulla canna della bicicletta di papà, erano gli anni dell’austerity. Quel freddo non l’ho mai dimenticato. E nemmeno quella felicità”.
La prima bistecca assaggiata a casa del suocero:
“Ero convinto fosse da dividere fra tutti. Ricordo lo stupore quando mi disse che era tutta per me. A casa noi la dividevamo in dieci una bistecca così”.
Racconta del primo intervento:
“Andammo a Saint-Étienne sulla vecchia Ford di famiglia. Dodici ore di viaggio nel silenzio: era il terrore che non sarei più tornato a giocare. Quando mi svegliai dall’anestesia urlavo per la sofferenza. Non potevo prendere antidolorifici, sono sempre stato allergico. Dissi a mia madre: “Se mi vuoi bene, uccidimi”. Non riuscivo più a correre, ad allenarmi come prima. Per mesi non incassai gli assegni dello stipendio della Fiorentina. Perché mi vergognavo. Non riuscivo ad accettare l’idea di guadagnare senza poter lavorare. Così mettevo gli assegni nel cassetto. Mi tornava in mente mio padre, la sua voce quando diceva che i soldi non meritati portano sfortuna. Per me il lavoro è sempre stato legato alla dignità. Anche se ero ferito, anche se non dipendeva da me, sentivo comunque quel peso”.
E poi parla del rapporto con Andreina, conosciuta da bambino.
“Una sera di luglio, alla vigilia del mio primo ritiro con il Vicenza, ci fermammo a parlare e le chiesi un anellino come pegno, che le avrei ridato al mio rientro. Finì proprio così. Rientrai da Recoaro, ci vedemmo, le restituii l’anellino e la sera stessa ci fidanzammo. Andreina mi ha seguito ovunque abbia giocato e mi ha sempre fatto sentire a casa. Siamo convinti che eravamo uniti già in una vita precedente”.
C’è stato lo choc per il passaggio dalla Fiorentina alla Juventus.
“Firenze si ribellò. Piangevo come un bambino. Si sentivano passare le ambulanze dirette verso la sede della Fiorentina, dove gli scontri durarono tre giorni. Sentivo un dolore lancinante per tutta quella rabbia e quella sofferenza. Non avevo mai voluto la cessione, ma mi sentivo colpevole”. Nel libro scritto con la figlia Valentina e Matteo Marani, Baggio svela il suo rapporto con Lippi ai tempi dell’Inter:
“A volte ho avuto la sensazione che alcuni allenatori facessero fatica ad accettare che attorno a un calciatore ci fosse tanta attenzione. Forse non era gelosia in senso banale, ma il bisogno di affermare un’autorità. Io ho sempre cercato di mettermi a disposizione, ma non sempre è bastato. Fa parte della mia storia, anche questo”.
Le parole di Sacchi prima del cambio nella partita di Usa 94 contro la Norvegia:
“Tu per noi sei quello che Maradona è per l’Argentina. Quelle parole mi erano rimaste dentro. Per questo, quando vidi il cambio, mi sembrò una contraddizione enorme”.
C’è stato l’infortunio in semifinale con la Bulgaria:
“Dovetti andare dal dentista: un difensore con una gomitata mi aveva spaccato il labbro e mezzo dente, me lo ricostruirono. Ricordo che per la vergogna avevo giocato il secondo tempo coprendo il dente rotto con un chewing-gum”.
La sensazione che Sacchi non lo volesse in campo contro il Brasile.
“Sarebbe ingiusto attribuire ad altri intenzioni che non posso conoscere fino in fondo. Dico però che percepii una situazione ambigua. Forse si pensava che una vittoria senza di me avrebbe esaltato ancora di più il gruppo. E forse, in caso di sconfitta, la mia assenza avrebbe potuto diventare un alibi. Sono pensieri che mi attraversarono in quel momento”.
Ci sono anche le parole in veneto con Del Piero:
“Negli spogliatoi parlavamo in dialetto veneto, e questa cosa ci avvicinava. Succede ancora oggi, quando ci incontriamo”.
Il dispiacere per Ronaldo il fenomeno:
“Quando si ruppe il ginocchio, soffrii davvero per lui. Lui era un talento immenso, qualcosa di raro. E forse proprio per questo il suo dolore mi colpì ancora di più”.
C’è un palleggio a 10 mila metri, con Maradona:
“Era speciale. Umile. Una volta, sul volo per l’Argentina, palleggiammo insieme. A 10 mila metri da terra, vicino al cielo. Coinvolgendo anche il mio Mattia”.
“Ci sono tante cose da sistemare. I bambini non giocano più per strada. E in serie A ci sono pochi italiani. Se devi andare a prendere un giocatore altrove e naturalizzarlo, vuol dire che in quel momento non hai trovato un italiano pronto allo stesso livello. Bisogna creare una formula che incentivi davvero l’utilizzo dei ragazzi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto, valorizzato. E bisogna avere il coraggio di dargli fiducia”.







































