PianetaBari
·19 aprile 2026
Bari, la C è più vicina. Zero progettualità e scelte sbagliate, il triste risultato di una gestione fallimentare

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·19 aprile 2026

Quella contro il Venezia, per il Bari, è stata indubbiamente una sconfitta pesante, non tanto (o non soltanto) per i punti persi in classifica, visto che in qualsiasi tabella di marcia verso la salvezza si poteva mettere in conto un ko nella gara contro la capolista. A preoccupare maggiormente è il modo in cui è arrivata, o forse ancor di più i segnali che il match del San Nicola ha lasciato. A poco serve aggrapparsi al buon approccio e alla prestazione collettiva in avvio richiamati da Moreno Longo nel post-gara, se si considera come raramente, fra le mura amiche, si sia vista una squadra alzare bandiera bianca così presto, reiterando in maniera preoccupante le stesse fragilità che hanno accompagnato l’intero campionato.
Sostenere questo non significa che nelle parole del tecnico non ci fosse qualcosa di vero. A posteriori, ad esempio, è facile dire che bisognava difendere in maniera diversa, ma tutte le volte in cui, durante questa stagione, il Bari ha provato a farlo ha quasi sempre dato la sensazione di non avere le caratteristiche adatte per un certo tipo di pressing. Un meccanismo che non si improvvisa e che, se eseguito senza preparazione, rischia di diventare controproducente. Questo potrebbe anche aprire il discorso sulle colpe del tecnico, ma prima di soffermarsi su tale questione è difficile non riconoscere come la tendenza di questa squadra a farsi del male da sola sia il segno di una formazione costruita con dei limiti enormi.

Copyright: SSC Bari
Moreno Longo ha impostato la partita contro il Venezia con un’idea chiara. Senza palla, l’obiettivo era rendere complicato lo sviluppo dell’azione dei lagunari, chiedendo grande sacrificio soprattutto ai trequartisti, più chiamati a chiudere le linee di passaggio che a portare pressione diretta. L’intento era quello di impedire giocate pulite verso attaccanti e centrocampisti avversari. Che il piano gara non sarebbe stato semplice, però, lo si è capito fin dai primi minuti: la velocità nella circolazione del pallone dei veneti, unita ai continui movimenti e interscambi, ha mandato rapidamente in difficoltà l’intera retroguardia, incapace di reggere l’urto.
Ed è proprio in questa difficoltà che il Bari è crollato. Un aspetto preoccupante, perché i gol subiti non nascono soltanto dalla qualità dell’avversario, ma da una sequenza di errori già visti contro Carrarese, Pescara e altre squadre. È il segnale di una formazione inaffidabile, anche nei confronti di sé stessa, e al tempo stesso priva di quei leader che, due anni fa, permisero di restare aggrappati alla categoria con determinazione. È vero che fin qui ci sono state anche prestazioni positive, ma è sempre difficile capire quale volto aspettarsi nelle tre gare che mancano. C’è da sperare di ritrovare la squadra combattiva e cattiva, ma già ora il dovere di cronaca impone di riflettere sui motivi per cui una compagine come quella pugliese (per di più con tale proprietà) sia arrivata a questo punto.

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Da quando Moreno Longo si è seduto sulla panchina del Bari, la narrazione è stata spesso quella della ricerca dell’impresa, del miracolo sportivo. Se la salvezza non dovesse arrivare, è difficile sostenere che una parte di responsabilità non ricada anche su un tecnico capace di alternare buone prestazioni a prove decisamente incolori. Eppure, con il passare delle settimane, quella retorica assume sempre più i contorni della realtà. L’idea diffusa in città — secondo cui solo un miracolo potrebbe salvare questo Bari — appare oggi meno come un’esagerazione e più come una fotografia fedele della situazione.
E non si tratta di un esito casuale, né di una semplice stagione storta. È il risultato di un percorso segnato da una mancanza di visione che trae le sue radici già dal post finale play-off. Un Bari che paga soprattutto la disorganizzazione, l’assenza di progettualità e l’incapacità di programmare, ancor più di un budget ridotto con cui i direttori sportivi sono costretti a operare. Perché, come dimostrano altre realtà, anche in condizioni economiche limitate è possibile costruire un progetto solido, se non vincente.

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Dalle parti di Via Torrebella, invece, il rischio enorme corso due anni fa sembra non aver prodotto un vero cambiamento, venendo derubricato a semplice incidente di percorso. Avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta, l’occasione per ripensare strategie e metodi anche con risorse contenute, ammesso che una piazza come Bari debba considerare normale una situazione del genere, a maggior ragione con una proprietà importante alle spalle.
Si sarebbe potuto investire nello scouting, rafforzare il settore giovanile per valorizzare nuovi talenti, puntare su giovani provenienti dalla Serie C capaci di generare plusvalenze. Invece, si è scelto di riproporre le logiche del passato: ingaggi elevati per giocatori svincolati, largo utilizzo dei prestiti e, anche nei casi di acquisti a titolo definitivo, profili da rilanciare con poche garanzie. E il solito mercato di gennaio contando i centesimi, prelevando profili che non spostano gli equilibri e non aggiungono nulla alla mediocrità generale.
I risultati — frutto delle responsabilità della proprietà e di chi ha costruito le squadre — sono evidenti. A tutto questo si aggiunge il silenzio della società, che alimenta le paure e le incertezze di una piazza sempre più convinta di essere trattata come una realtà di secondo piano. Il non sapere cosa sarà del Bari in caso di Serie C, se verranno onorati o meno gli impegni o se vi sarà un disimpegno, non può che rendere difficile quell’unione di intenti che servirebbe adesso. Resta soltanto la speranza, fragile ma ancora viva, che quel miracolo evocato possa evitare l’epilogo più amaro.


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