Zerocinquantuno
·18 giugno 2026
Bolognese, bravo ragazzo e sciamano del lavoro oscuro: bentornato a casa ‘Tarozzino’

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Dicono le cronache podoliche che Domenico Tedesco, astuto ordinatore di schemi e animi umani, non abbia mai avuto dubbi su chi avere al suo fianco per l’avventura in rossoblù, ovvero un fantaccino di provata fede e sicura dottrina. Trattasi di Andrea Tarozzi, classe 1973, venuto al mondo per accidente anagrafico a San Giovanni in Persiceto ma cresciuto a Sasso Marconi, dove la Porrettana comincia a farsi più appenninica e severa. Lì la sua famiglia affonda le radici da generazioni, gente solida come i calanchi che circondano il paese.
I giovani d’oggi, stritolati dal narcisismo social, ignorano la sostanza di questo faticatore del pallone. Tarozzi è stato, nell’era ulivieriana, l’archetipo del terzino destro capace di sbarrare il passo alle ali avverse con la precisione del geometra di provincia. Per Renzo Ulivieri, che non regalava certo aggettivi e complimenti a caso, era semplicemente ‘Tarozzino’. Un vezzeggiativo che conteneva stima, affetto, ma anche pretese feroci.
‘Tarozzino’ ha vissuto la grande catarsi. C’era quando il Bologna sprofondò nel baratro del fallimento nell’estate del ’93, coi foggiani al potere, masticando la polvere della Serie C1. Ma ci fu soprattutto nella prodigiosa risalita. Centodiciannove presenze totali in campionato, nessun gol segnato, molti sventati, e soprattutto quel doppio salto mortale all’insù, dalla C alla A nel biennio 1994-1996, sotto la presidenza del mecenate (perché tale fu) Giuseppe Gazzoni Frascara.
Tarozzi correva, copriva e taceva. Un ‘bravo ragazzo’, e tale è rimasto anche fuori dal rettangolo verde, costruendo una fortezza domestica lontana dai baccanali del divismo, fedele a quello stampo antico ricevuto a Sasso Marconi, dove ha messo su famiglia con la moglie Paola e i due figli. In campo possedeva quello pneuma podistico che distingueva i difensori di casta dai semplici scaricatori di porto; nella vita e nella carriera, ha sempre scelto la via della linearità degli affetti. Il BFC è stato la sua pelle, ma è la Fiorentina di Rui Costa e Batistuta la sua scalata sociale nel grande calcio, in un’epoca in cui passare dal rossoblù al viola non era cosa scontata (o perdonata).
Finita la carriera nel 2008 a Sassuolo, anche lì con una promozione, ‘Tarozzino’ ha scelto la via monacale del vice allenatore di professione. Non la ribalta della prima linea, dove si consumano fegato e reputazione, bensì l’ombra operosa del suggeritore. Ha fatto da scudiero a Fulvio Pea proprio a Sassuolo, poi ha legato i suoi destini a Roberto D’Aversa a Lanciano e a Parma, toccando Sampdoria e Lecce, passando persino per i consigli forniti a Stefano Pioli alla Fiorentina. In un calcio moderno che troppo spesso confonde l’allenatore con un filosofo della domenica o con un imbonitore da fiera, Tarozzi rappresenta lo sciamano del lavoro oscuro. Badare alla propria terra e zappare. O pensare al proprio giardino, come avrebbe detto Voltaire.
Ora il ritorno a casa. Tedesco, il giramondo della panchina, lo ha voluto anche come ‘garante’ della bolognesità e maestro supplente della retroguardia. Sarà l’ombra del mister, il saggio che parla poco ma sa come si doma l’erba del Dall’Ara. Un bolognese di ritorno che non ha bisogno di mappe per capire come si è svegliato il Nettuno la mattina.
Luca Baccolini







































