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·10 settembre 2026

Borja e i mercanti dell'applauso.

Immagine dell'articolo:Borja e i mercanti dell'applauso.
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Con la solenne pigrizia di chi sembra adempiere a un obbligo che gli pesa sulla coscienza, arriva finalmente al Comune di Santiago il meritato omaggio a Borja Iglesias. Era ora.

Questo riconoscimento, oltre a costituire un’elementare questione di giustizia nei confronti del calciatore compostelano, rappresenta anche un piccolo atto di considerazione verso i tifosi del Celta che viviamo al di là di Vigo. Siamo una legione numerosa, testarda e sparsa in tutta la Galizia, anche se troppo spesso veniamo trattati come se il celtismo perdesse copertura una volta attraversato il ponte di Rande.


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Insisto: questo omaggio rappresenta anche il celtismo compostelano. È doveroso. Ed è molto, molto necessario.

Il lettore di Moi Celeste può intuire le ragioni di questo ritardo e dell’immensa pigrizia mostrata dal governo compostelano. Mi risulta complesso scrivere di questo cercando di camminare in punta di piedi, perché non intendo trasformare queste pagine in uno spazio di confronto politico. Non è questo il senso di questo luogo su internet, né dovrebbe esserlo.

E conviene chiarire una cosa fin dall’inizio: questa critica non intende mettere in discussione alcuna identità, ideologia o sentimento nazionale. Tutti trovano posto in una società pluralista. Ciò che si mette in discussione è il modo di esercitare una responsabilità istituzionale quando una determinata visione politica sembra interferire con un riconoscimento che dovrebbe appartenere a tutta la città.

Non dovrebbe nemmeno essere accettato il sequestro di simboli o figure comuni a beneficio di un credo politico prevalente, qualunque sia il suo segno. Lo dico nel rispetto di tutte le posizioni: mi sembra una pratica profondamente pericolosa.

Si può avere un’ideologia, avvolgerla nella solennità e amministrarla come se fosse incenso. Quello che non si dovrebbe fare è trasformare il Comune in una cappella privata dove ogni riconoscimento pubblico debba prima superare un esame di purezza dottrinale.

Borja Iglesias è compostelano e ha raggiunto uno straordinario successo sportivo. Riconoscerlo non richiedeva una conversione politica, una genuflessione davanti a nessuna bandiera né una crisi metafisica attorno al concetto di Spagna. Bastavano educazione istituzionale, buon senso e una certa rapidità amministrativa.

L’omaggio è finito per arrivare, ma lo ha fatto dopo un ritardo inutile, sotto una notevole pressione pubblica e nel mezzo del consueto trambusto politico. Il solito veleno di sempre, capace di contaminare perfino ciò che dovrebbe unirci. La fotografia che ne risulta non è particolarmente decorosa. Quando un’istituzione finisce per fare tardi ciò che poteva fare bene e in tempo, non siamo di fronte a una vittoria ideologica. Siamo di fronte a una rettifica in forma cerimoniale.

Voglio chiarire, in ogni caso, che il mio punto di vista è fondamentalmente celtista. Ognuno può andare a letto con il proprio credo e pregare i propri santi e demoni. Rispetto profondamente chi non crede nella Costituzione, nella monarchia o perfino nel concetto di Spagna. In alcuni di questi dibattiti, probabilmente mi hanno più vicino di quanto immaginino. Allo stesso modo, rispetto chi, sempre con la dovuta considerazione per gli altri, pensa in maniera radicalmente diversa. Qui ci stiamo tutti. O dovremmo starci. La convivenza democratica non richiede che pensiamo tutti allo stesso modo. Richiede che nessuna posizione si arroghi il diritto di espellere le altre dallo spazio comune.

Ma chi governa una città deve alzarsi al mattino e governare anche per chi non condivide il suo altare.

Sono profondamente felice per Borja Iglesias. Insisto: se lo merita. E sono felice anche per Santiago, anche se il suo Comune ha dovuto essere trascinato dalla realtà fino al luogo in cui il buon senso lo conduceva fin dal primo minuto.

Naturalmente, a questa rappresentazione dell’assurdo non sono mancati nemmeno i soliti approfittatori dell’occasione politica. Determinati dirigenti, spagnoli e molto spagnoli, ceutí sentimentali di nuovo conio e membri di recente incorporazione nei Tercios de Flandes, non si sono accontentati del tipico gesto di tirare l’acqua al proprio mulino. Alcuni hanno cercato di appropriarsi del falò, del pesce e perfino del merito dell’omaggiato. Tutto serve a fabbricare un titolo, occupare il centro di una fotografia e racimolare qualche voto. Alcuni ritardano l’evidenza per dogma. Altri trasformano quel ritardo in propaganda. I soliti che fanno le solite cose attorno al merito di un altro. Mercanti dell’applauso. Tuttavia, anche qui conviene non confondere le cose: segnalare l’opportunismo di determinati rappresentanti non significa disprezzare i loro elettori né le idee che rappresentano legittimamente. La critica deve rivolgersi contro la strumentalizzazione politica, non contro i cittadini che la pensano diversamente.

Perché, quando tutto si trasforma in trincea, la prima cosa a cadere abbattuta è il buon senso.

Il calcio riesce a far sedere sotto gli stessi colori persone che sono in disaccordo su quasi tutto. La politica, invece, sembra specializzarsi nel separare perfino chi condivide l’essenziale. Soprattutto negli ultimi tempi.

Per questo conviene ricordare che governare non consiste nell’amministrare trincee, ma nel trovare punti d’intesa tra posizioni differenti. Non si tratta di rinunciare alle proprie convinzioni, ma di evitare che esse impediscano di riconoscere il merito altrui. Forse chi vive di politica dovrebbe osservare con un po’ più di umiltà ciò che il calcio riesce a ottenere in modo naturale: riunire persone diverse attorno a un’emozione condivisa.

E forse questo è, alla fine, il miglior omaggio che possiamo rendere a Borja Iglesias.

Questo articolo è stato tradotto in italiano dall'intelligenza artificiale. Puoi leggere la versione originale in 🇪🇸 qui.

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