Buffon: «Juve? Ci fu un momento in cui mi sentii un peso; ora non possono cambiare ogni anno. Conte o Allegri? Ecco chi scelgo» | OneFootball

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·17 settembre 2026

Buffon: «Juve? Ci fu un momento in cui mi sentii un peso; ora non possono cambiare ogni anno. Conte o Allegri? Ecco chi scelgo»

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Buffon: «Juve? Ci fu un momento in cui mi sentii un peso; ora non possono cambiare ogni anno. Conte o Allegri? Ecco chi scelgo». L’intervista all’ex portiere bianconero

Gianluigi Buffon si racconta senza filtri. Nel corso di una lunga intervista concessa a Ivan Zazzaroni per il format “Tutto in Piazza”, pubblicato sul canale YouTube del Corriere dello Sport, l’ex portiere della Juventus e della Nazionale italiana ha affrontato alcuni dei passaggi più delicati della propria carriera e della propria vita.


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Dal rapporto con gli errori alla depressione, dalla volontà di ritagliarsi più tempo per la famiglia alla necessità di mantenere una propria indipendenza dal mondo del calcio. Senza dimenticare la Juventus, la Nazionale, la scelta di Gennaro Gattuso, gli allenatori che hanno maggiormente segnato il suo percorso e quel momento nel quale prese seriamente in considerazione la possibilità di lasciare Torino. Buffon non si è sottratto neppure alle domande sul presente del calcio italiano. Ha parlato della mancanza di progettualità, dell’impazienza che spesso condiziona le scelte di società e dirigenti e delle difficoltà attraversate dalla Juventus. Spazio anche al confronto tra Antonio Conte e Massimiliano Allegri, al lavoro di Cesc Fabregas e Gian Piero Gasperini e al controverso episodio con l’arbitro Michael Oliver. Ne è emerso il ritratto di un Buffon consapevole, diretto e desideroso di affrontare la nuova fase della propria vita senza essere costretto a rimanere legato al calcio soltanto per paura di essere dimenticato.

Buffon e gli errori commessi da giovane: «Mi sono sempre perdonato»

Uno dei primi argomenti affrontati da Zazzaroni riguarda gli errori commessi durante la carriera. Buffon non ha nascosto di averne fatti molti, soprattutto in giovane età, ma ha spiegato come quelle esperienze abbiano contribuito alla sua crescita.

«Gli errori servono a crescere, se sei tu che paghi in prima persona e ci metti la faccia. Se invece c’è sempre qualcun altro che fa da filtro, non cresci mai», ha dichiarato l’ex portiere.

Buffon ha ammesso di essersi sempre perdonato. Non per superficialità, ma perché dietro ogni sbaglio riconosce l’esistenza di una motivazione e di una fase personale particolare. Da ragazzo, ha spiegato, possedeva un livello di energia che non sempre riusciva a gestire nella maniera corretta.

«Quando sei giovane hai un livello di energia tale che non sai dove metterla e alcune volte la usi per fare delle cavolate».

Il tema dell’errore attraversa tutta l’intervista. Per Buffon, sbagliare non rappresenta necessariamente un fallimento definitivo. Può diventare uno strumento di conoscenza, a condizione che la persona coinvolta si assuma direttamente le proprie responsabilità.

Il periodo della depressione: «Dovevo guarire e continuare a performare»

Particolarmente delicato il passaggio dedicato alla depressione, esperienza che Buffon aveva già raccontato pubblicamente e nel libro scritto insieme a Roberto Perrone.

Zazzaroni gli ha riportato le perplessità espresse nel tempo da alcune persone, secondo le quali un calciatore ricco, famoso e vincente avrebbe dovuto parlare più genericamente di un momento difficile. Buffon ha però rivendicato con chiarezza la realtà di ciò che ha vissuto.

«Io non mi sono divertito in quei momenti. So perfettamente cosa ho provato e so anche quanto è durata», ha spiegato.

L’ex portiere ha sottolineato come la popolarità e il successo non rendano necessariamente più semplice affrontare un periodo di sofferenza psicologica. Nel suo caso, l’esposizione pubblica e le responsabilità professionali avrebbero reso ancora più complicato il percorso.

«Per uno come me prendersi del tempo per sé è impossibile. Devi cercare di guarire e stare meglio, ma nello stesso tempo devi continuare a performare e a dare risposte importanti, con pressioni inimmaginabili».

Uscire da quella condizione gli ha restituito fiducia e consapevolezza. Buffon considera quella prova una delle esperienze che gli hanno permesso di affrontare con maggiore forza anche le successive difficoltà incontrate sul campo.

Buffon e il futuro lontano dal calcio: «Sono serenissimo e convintamente felice»

Dopo aver concluso la carriera da calciatore e vissuto un’esperienza all’interno della Nazionale, Buffon ha deciso di concedersi del tempo. Una scelta che, nelle sue parole, non nasce dalla mancanza di opportunità, ma dalla volontà di ridefinire priorità e obiettivi.

L’ex portiere ha spiegato di volersi dedicare alla propria formazione, ai figli, ai genitori e alla moglie Ilaria D’Amico. Una dimensione familiare che oggi considera centrale.

«Ho deciso di prendermi del tempo per me, per continuare a formarmi e per dedicare il mio tempo ai miei figli che cominciano a crescere».

Il punto fondamentale, però, riguarda il rapporto con il calcio. Buffon non vuole che il mondo nel quale ha trascorso quasi tutta la propria vita diventi una forma di dipendenza.

«La prima cosa fondamentale e indispensabile è mantenere un’indipendenza dal calcio. Io non sono mai stato dipendente da nulla».

Da giocatore aveva accettato regole, responsabilità e compromessi perché il ruolo di portiere gli permetteva di mostrare la propria arte. Oggi, dopo aver vissuto quella che considera la parte più bella del calcio, non sente la necessità di occupare a tutti i costi un incarico.

«Sono serenissimo e convintamente felice», ha assicurato. Secondo Buffon, molti grandi campioni continuano a cercare spazio nel calcio per la paura di essere dimenticati o di perdere la routine garantita per anni dall’attività agonistica. Una paura che lui sostiene di non avere.

L’addio alla Nazionale e la scelta di Gattuso

Nel corso della conversazione Buffon ha difeso anche la propria esperienza dirigenziale con la Nazionale. Alla domanda di Zazzaroni, che gli ha chiesto se fosse uscito male da quel percorso, la risposta è stata netta.

«Sono uscito benissimo, perché sono uscito come uno dei pochi italiani che si prende le proprie responsabilità e se ne va».

Buffon ha quindi ribadito la volontà di essere coerente con la decisione di fermarsi. Un passaggio che non cancella il suo coinvolgimento nelle valutazioni effettuate durante l’esperienza in azzurro, compresa quella relativa a Gennaro Gattuso.

L’ex portiere ha confermato di aver sostenuto la candidatura del suo ex compagno di Nazionale, ritenendolo adatto alle esigenze della squadra in quel preciso momento.

«Gattuso è una persona che ho spinto e lo rifarei ancora adesso. Sono convinto che, per il momento storico della Nazionale e per ciò che proponeva il mercato, Rino fosse l’allenatore ideale».

Buffon ha difeso questa convinzione indipendentemente dai risultati immediati. Il suo ragionamento parte dall’idea che una scelta debba essere valutata sulla base delle condizioni nelle quali è maturata, senza riscriverne la validità esclusivamente attraverso un episodio o una partita.

Conte o Allegri? La risposta di Buffon

Uno dei passaggi più calcistici dell’intervista riguarda il confronto tra Antonio Conte e Massimiliano Allegri, i due tecnici che hanno segnato una parte importante dell’esperienza di Buffon alla Juventus.

L’ex capitano bianconero non ha accettato di indicare un vincitore assoluto. Per lui, il valore e l’efficacia di un allenatore dipendono dal momento attraversato dalla società, dalle caratteristiche della squadra e dagli obiettivi da raggiungere.

«In certe condizioni Conte è il numero uno per distacco. In altre è più funzionale Allegri», ha spiegato.

Una risposta che supera il semplice dualismo tra i due allenatori. Conte, secondo questa lettura, può risultare insuperabile quando è necessario ricostruire, imporre una mentalità e ridefinire l’identità di un gruppo. Allegri può invece essere più indicato in situazioni differenti, nelle quali servono altre capacità gestionali e tattiche.

Parlando degli allenatori che gli hanno dato maggiormente, Buffon ha citato innanzitutto Marcello Lippi, con il quale ha condiviso anche il trionfo ai Mondiali del 2006. Subito dopo ha ricordato Conte e Allegri, senza dimenticare Carlo Ancelotti e Nevio Scala ai tempi del Parma.

Il momento in cui Buffon pensò di lasciare la Juventus

Tra le rivelazioni più significative dell’intervista c’è il racconto del periodo nel quale Buffon si sentì distante dal progetto della Juventus.

Il momento risale alla stagione 2010-2011, successiva al grave problema alla schiena che lo costrinse a rimanere lontano dal campo per diversi mesi. In quella fase il club stava attraversando una profonda trasformazione: erano arrivati Andrea Agnelli, Giuseppe Marotta, Fabio Paratici e Luigi Delneri.

Buffon, ancora impegnato nel recupero, percepì di essere diventato quasi un problema per la nuova dirigenza.

«C’è stato soltanto un momento nel quale non mi sentivo più dentro al progetto Juve. Durante quei sei mesi fuori per l’infortunio mi sentii quasi come un peso».

Una sensazione particolarmente dolorosa, considerato il legame costruito con il club e la decisione di rimanere anche dopo la retrocessione in Serie B. Buffon ha spiegato di non aver mai utilizzato il proprio status per condizionare la società, ma di aspettarsi chiarezza, trasparenza e rispetto.

La reazione fu una chiusura quasi totale. Per alcuni mesi smise di rispondere alle telefonate provenienti dal club e valutò concretamente altre possibilità. Tra le società interessate c’erano la Roma e l’Arsenal.

«Ci ho pensato. Se alla Juventus ritenevano che potessi diventare un problema, potevo fare serenamente la stessa analisi anch’io».

Il successivo confronto con Andrea Agnelli, Marotta e Paratici cambiò la situazione. Buffon riconobbe nella dirigenza un atteggiamento più corretto e adatto alla sua storia. Da quel momento ripartì un ciclo che avrebbe portato la Juventus a dominare il calcio italiano.

La permanenza in Serie B, invece, non viene descritta come un sacrificio. Buffon preferisce parlare di rinuncia: restare alla Juventus gli dava, in quel momento, una soddisfazione maggiore rispetto alla possibilità di provare a conquistare la Champions League con un’altra grande squadra europea.

La crisi del calcio italiano secondo Buffon

Buffon ha poi affrontato il tema delle difficoltà del movimento italiano. Zazzaroni ha individuato nella vittoria del Mondiale del 2006 l’inizio di un lento declino. L’ex portiere ha proposto un’interpretazione differente.

«Il calcio italiano è entrato in difficoltà per una mancanza di progetto. Gli altri hanno progettato, noi no».

Secondo Buffon, l’Italia continua a produrre individualità di livello. Il problema principale risiederebbe nell’assenza di una visione complessiva e nella convinzione che prima o poi possa emergere spontaneamente un talento in grado di risolvere tutti i problemi.

A questa mancanza di programmazione si aggiunge l’impazienza. Dopo poche partite negative, allenatori, dirigenti e giocatori vengono immediatamente messi in discussione. Le società finiscono così per modificare continuamente le proprie decisioni, spesso condizionate dalla pressione mediatica e ambientale.

Buffon sulla Juventus: «Non si può cambiare ogni anno»

Il discorso sulla progettualità si è inevitabilmente intrecciato con il presente della Juventus. Zazzaroni ha richiamato i frequenti cambiamenti avvenuti all’interno del club, tra dirigenza, guida tecnica e mercato.

Buffon non è entrato direttamente nelle singole decisioni, ma ha invitato a valutare le scelte nel loro contesto. Un calciatore può essere ceduto non perché considerato scarso, ma per ragioni economiche o perché la società pensa di poter acquistare un profilo più funzionale.

«Se un giocatore rimane, non significa che sia una scarpa vecchia. Può essere ancora un calciatore valido, anche se magari ne avevi individuato un altro che preferivi».

Allo stesso modo, il rendimento di un atleta in un’altra squadra non può diventare automaticamente la prova di un errore. Il contesto tattico, tecnico e ambientale può cambiare completamente le prestazioni.

Il punto centrale rimane la necessità di avere convinzioni solide. Se una società prende una decisione, deve farlo sulla base di valutazioni approfondite e non modificarla immediatamente per liberarsi dalla pressione.

Fabregas, Gasperini e il giudizio sul Como

Buffon ha espresso parole di grande apprezzamento nei confronti di Cesc Fabregas, nel quale vede «la luce del predestinato». L’ex centrocampista avrebbe qualcosa di speciale nel modo di comunicare le proprie idee e di trasferirle alla squadra.

Pur riconoscendo la qualità del progetto del Como, Buffon ha ammesso di sentirsi maggiormente coinvolto dal calcio proposto da Gian Piero Gasperini.

«Con le squadre di Gasperini non c’è quasi mai un attimo di sosta: si gioca, ci si batte e si va avanti».

Il Como, tuttavia, avrebbe modificato alcuni aspetti del proprio gioco, diventando più piacevole e verticale. Buffon ha anche ridimensionato le aspettative da scudetto: con gli impegni europei e una rosa poco abituata a disputare continuamente partite di alto livello, un piazzamento tra le prime posizioni rappresenterebbe già un risultato straordinario.

«Se Fabregas riuscisse ad arrivare terzo o a migliorare ancora la classifica, sarebbe un fenomeno».

L’episodio con Oliver e l’elogio agli arbitri italiani

Non poteva mancare un riferimento a Michael Oliver, l’arbitro della celebre sfida di Champions League tra Real Madrid e Juventus. Dopo l’eliminazione, Buffon pronunciò la famosa frase sul “bidone dell’immondizia al posto del cuore”.

A distanza di anni, l’ex portiere ha riconosciuto che avrebbe potuto evitare quelle parole, pur spiegando lo stato emotivo dal quale erano nate.

«È una delle cose che mi potevo risparmiare. In quel momento, però, avevo bisogno di quello per rimettermi in equilibrio».

Buffon ha poi difeso la categoria arbitrale. Ha descritto i direttori di gara come uomini spesso soli e sottoposti a enormi pressioni, arrivando a definire gli arbitri italiani «i migliori del mondo per distacco».

Particolarmente positivo il giudizio su Daniele Orsato, apprezzato per il carisma e per la capacità di dare sempre l’impressione di avere sotto controllo la partita.

Il futuro di Buffon: un progetto capace di emozionarlo

Buffon non esclude un ritorno nel calcio. Per convincerlo, tuttavia, non basterebbe un incarico di prestigio. Servirebbe un progetto coerente con la sua storia oppure una sfida completamente nuova, capace di restituirgli entusiasmo.

«Se dovessi prendere in esame il ruolo di direttore tecnico, dovrebbe avere un senso per quello che è stata la mia storia oppure rappresentare una sfida nuova».

L’ex portiere ha indicato come esempio un progetto costruito dal basso, simile a quello del Como: un’avventura aperta, senza un limite facilmente individuabile.

«Mi entusiasmano le sfide nelle quali non vedi il limite: si può andare sulla Luna oppure negli abissi».

Per il momento, Buffon ha scelto la propria libertà. Dopo una carriera vissuta ai massimi livelli, non sente il bisogno di aggrapparsi al calcio per conservare popolarità o riconoscimento. Vuole poter accettare soltanto ciò che lo stimola davvero, mantenendo la serenità e l’indipendenza conquistate dopo il ritiro.

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