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·20 maggio 2026
Cagni: «Ritorno in Serie A? Devi avere le capacità per farlo e non puoi prendere in giro i tifosi. Il Ferraris? Stadio più bello d’Italia» – ESCLUSIVA

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Ai microfoni di SampNews24, Luigi Cagni, ex allenatore della Sampdoria, ha condiviso il suo parere sulla squadra blucerchiata, evidenziando le difficoltà derivanti dallo scarso carisma messo in campo da giocatori e da molti allenatori transitati da la Superba.
L’ex tecnico ha anche espresso la propria preoccupazione per la mancanza di continuità, sottolineando come il continuo avvicendamento di giocatori e allenatori non possa portare a un progetto vincente. Tuttavia, ha anche sottolineato la speranza che il Club ligure riesca finalmente a trovare la giusta strada, puntando sulla razionalità e la conoscenza del calcio, elementi che, secondo lui, sono essenziali per un progetto solido e duraturo. Le sue parole:
Volevo chiederti da cosa dovrebbe ripartire la Sampdoria dopo la mancata conferma ad Attilio Lombardo?
ALLENATORE – «La prima cosa che devono fare è prendere un allenatore esperto. Non mi metto nemmeno a pensare chi potrebbe essere. Ieri mi arriva Il Secolo sul telefono e leggo l’intervista del presidente dell’Entella, il quale ha affermato che, prima di prendere la decisione definitiva, avevano seguito Chiappella per un anno! Mi è venuto in mente che la stessa cosa venne fatta anche con me da parte del Piacenza negli anni Novanta: l’allenatore veniva seguito durante l’anno, andavano a vedere gli allenamenti. Quindi è inutile parlare dei giocatori se non hai l’allenatore e se poi anche quest’anno lo vai a prendere con l’algoritmo».
Tu avresti confermato Lombardo?
LOMBARDO – «Io non entro nel merito perché non conosco le cose effettivamente come stanno. Per organizzare una squadra devi avere la consapevolezza su cosa devi fare, perché ci sono tanti passaggi. Il primo, secondo il mio punto di vista, è prendere l’allenatore. Poi tutto viene dopo: l’obiettivo e tutte queste cose. Se hanno detto loro di voler andare in Serie A, allora vediamo cosa fanno. Sono curioso, perché io so come si fa. Se fanno le cose in un certo modo allora ce la possono fare, perché lo stadio e il pubblico lo meritano, su questo non ci sono dubbi. Ma devi avere le capacità per farlo. Le chiacchiere puoi farle quanto vuoi, ma se non parti dall’allenatore come fai a fare una squadra?».
In virtù del tuo discorso, invece di fare nomi, quale criterio selezioneresti come base per partire con una scelta adeguata?
CURRICULUM – «Tu l’hai detto prima: esperienza. Ma scusami, perché i curriculum non servono più? Se io devo vincere un campionato e ho una società come la Sampdoria, con una storia, uno stadio di quel tipo e un pubblico di quel tipo, devo prendere un allenatore capace di gestire una situazione. Non soltanto l’aspetto tattico, che è l’ultima cosa che devi fare, ma la capacità di gestire un contesto del genere. Io lì dentro ci sono stato, da giocatore e da allenatore. Secondo me è lo stadio più bello d’Italia. Devi avere caratteristiche non solo tecniche, ma mentali. Devi avere capacità di gestione nell’arco di un campionato. Questi signori non hanno ancora capito bene».
Si è parlato di un direttore sportivo e di un allenatore all’altezza. Sarà curioso vedere in quale direzione la società si muoverà.
PROGRAMMAZIONE – «Quello che tu mi stai dicendo è la stessa cosa che io aspetto di vedere: cosa farà il presidente, chi sarà, cosa dirà. Poi dirò quello che penso. Lo stesso vale per le squadre. L’unica cosa che posso dire in più, per il tifoso, è che al tifoso non devi raccontare balle. Devi dire la verità, perché il tifoso la verità la capisce. Non puoi prendere in giro i tifosi, soprattutto quando hai una squadra in una città con il derby. Quando sono arrivato a Genova e poi alla Sampdoria, il problema più grosso era gestire i derby: è la prima cosa che ti dicono. Anche il tifoso ha bisogno di certezze».
Questo è molto interessante, fa capire tante cose che ci sono dietro.
RETROSCENA AL GENOA – «Quando ho allenato al Genoa, prima di andare alla Sampdoria, mi chiesero di rimanere. Io quindi chiesi cosa volessero fare e mi risposero che volevano vincere il campionato. Allora dissi che per riuscire a vincere il campionato bisognava fare in un certo modo. La risposta fu: non abbiamo i soldi. Allora dissi: dite ai tifosi che fate un anno di transizione e io rimango. Mi risposero che non potevano dirlo perché c’erano anche gli altri (la Sampdoria). E allora arrivederci. Al tifoso devi dire la verità. Il tifoso non deve avere fretta, ma tu devi essere sincero. Se fai un anno di transizione lo devi dire, anche se magari qualcuno non fa l’abbonamento. Non puoi raccontare balle alla gente».
Da cosa sarebbe giusto valutare la nuova scelta?
PIRLO – «Io sono sempre stato giudicato dal campo: se andava bene restavo, se no mi mandavano via, come è successo alla Sampdoria. Lì mi fecero una cosa sbagliata. Se penso a quell’anno mi viene male. Quello è un esempio di disorganizzazione: hai un allenatore che per un pelo il primo anno va in Serie A (Pirlo), gli fai un contratto di due anni e alla quarta partita lo mandi via perché sta antipatico a qualche giocatore? Dai. E infatti è andata male».
Guardando anche alla Serie A, questo discorso vale per altri club?
ROMA – «Guarda cosa ha fatto la Roma: c’è un presidente, ha preso un allenatore esperto e si è fidata. Poi, quando alcune cose non sono andate, hanno cambiato, ma ora faranno la scelta dell’allenatore e prenderanno un direttore sportivo all’altezza, facendo tutto insieme all’allenatore. Perché dobbiamo cambiare ottanta allenatori in tutte le categorie professionistiche? Perché? Se sbagli dall’inizio è perché non lo scegli bene. Torno al discorso dell’Entella: il presidente ha detto che hanno seguito l’allenatore per un anno. Quella è una cosa bella».
Questo conferma i motivi di confusione visti anche alla Sampdoria?
ALGORITMI – «Quando ho letto degli algoritmi e di certe scelte ho pensato che fosse un altro mondo. Tutti fanno cose fuori logica perché altrimenti “non sei moderno”. Ma non mi sembra che sia andata bene. C’è qualcosa che non va. Anche perché certi allenatori esperti vogliono giocatori esperti, di personalità, perché questo manca nel calcio di oggi: la personalità. Non ci sono più leader nelle squadre. Se sbagli l’allenatore, non capisci che lì devi mettere tutta la tua qualità di scelta. La storia della Sampdoria la devi conoscere, lo stadio lo devi conoscere, il pubblico lo devi conoscere, devi capire dove sei».
È un problema che si riflette anche in Serie A ed in Nazionale?
ITALIA – «Non parlo solo della Sampdoria. Parlo dell’Italia. Per la terza volta fuori da un Mondiale non per una questione tecnica, ma per una questione di personalità che non hanno più i calciatori italiani. Dimmi un giocatore della Sampdoria con personalità. Neanche Coda ha quella personalità. Coda è un leader tecnico, è un goleador, ma non è un leader carismatico. Le cose cambiano. Quello che voglio dirti è che questi signori, siccome vengono da fuori e sono imprenditori, magari saranno anche bravi, ma il calcio è un’altra cosa. Nel calcio devi avere un sistema che conta. Non è quello che hanno fatto fino a oggi. Quanti allenatori hanno cambiato in tre anni alla Sampdoria? Se vai avanti così vuol dire che hai sbagliato. Devi prendere un direttore di cui ti fidi, con qualità, e con il direttore prendi anche l’allenatore. Poi l’allenatore deciderà insieme alla società, a seconda dell’obiettivo. Dire «voglio vincere il campionato» è facile, ma devi sapere come si fa».
Cosa dovrebbero fare le società?
PROPRIETÀ – «Con questa storia delle squadre economicamente in mano a fondi che non si sa chi siano, c’è qualcosa che non quadra. È possibile che in Serie A abbiamo tante squadre con presidenti americani o stranieri? L’Italia è diventata un posto dove non c’è programmazione importante. Non vengono rispettate quelle che dovrebbero essere le regole di gestione di una squadra di calcio. Il calcio è lo sport nazionale, ha un valore e noi abbiamo una cultura. Devi rispettare tutto questo».
Hai fatto anche l’esempio della Roma, prenderesti quello come modello virtuoso in Serie A?
ROMA – «Quello è un imprenditore che fa i conti e ha capito che doveva prendere l’allenatore giusto. Tu sei un imprenditore e rischi, pagando e prendendo l’allenatore forte, di personalità, di qualità, sotto tutti i profili. Poi puoi essere poco simpatico, come può esserlo Gasperini. Io sono contento perché le cose che dico poi si avverano. Ai tempi dell’Atalanta dicevo: guardate che nel giro di due o tre anni vincete qualcosa. Lo stesso lo dicevo con Ranieri: tutti dicevano che era anziano, ma non capivano. Serve gente che sa cosa deve fare. Il calcio è diventato sempre più difficile nella gestione, ma tutti pensano solo alla tattica».
Un Ranieri a Genova ce lo vedresti bene?
RANIERI – «Claudio non verrebbe mai, ormai. L’anno scorso ha rifiutato una nazionale nonostante il suo sogno era allenare una nazionale, poi a Roma è andato proprio perché era la Roma. Sarebbe una figura ideale, perfetta, ma non verrà mai. Concettualmente però segue la logica di cui parlo».
Ci sono esempi di allenatori più giovani che ti incuriosiscono?
GIOVANI – «Ero curioso di vedere l’allenatore del Parma. Nella prima intervista disse che l’età è un numero e io pensai: vediamo, perché sei stato abbastanza presuntuoso. Invece ha fatto bene, bravo. Hanno scelto bene. Anche Chiappella: non lo conosco, ma la prima intervista che ho letto mi è piaciuta. Ha detto: cosa devo fare di più? Niente, perché hanno vinto il campionato (di Serie C). Cosa devo cambiare? Niente. È stata una delle risposte più intelligenti. L’allenatore dell’anno scorso è stato bravo, quindi cosa devo cambiare? Poi è il campo che parla».
Chi ti ha colpito in questa Serie A tra i tecnici esordienti?
GIUDIZIO – «Sì. Sul tecnico del Parma (Cuesta) oggi dico che avevo sbagliato nel primo giudizio. Ha dimostrato personalità. Però, per capire bene, deve ancora fare quella categoria per almeno altri due anni. Solo allora potrà dire di essere di quella categoria, e questo vale sia da calciatore sia da allenatore. Quindi è tutto da vedere. Chivu ha dimostrato carisma. Pisacane ha avuto un momento di crisi ma è stato aiutato anche dalle altre squadre, come succede sempre. Però è stato bravo perché alla fine il risultato è quello che conta, quello finale. Lo giudicherò positivamente quest’anno, ma per dire se sarà un buon allenatore di Serie A voglio vederlo fra tre anni. Lo stesso vale per Chiappella e per Carlos Cuesta».
Si ringrazia Luigi Cagni per la gentilezza e disponibilità in questa intervista con la nostra redazione







































