Carnevali dovrà portare successi e peso politico alla Juventus. Elkann, perché tanta fretta nel promuovere Comolli ad e nel rinnovare Spalletti? | OneFootball

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Calcio e Finanza

·13 giugno 2026

Carnevali dovrà portare successi e peso politico alla Juventus. Elkann, perché tanta fretta nel promuovere Comolli ad e nel rinnovare Spalletti?

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Luciano Spalletti ha vinto la guerra interna alla Juventus: a tre settimane dalla fine del campionato John Elkann ha rotto gli indugi e ha dato ufficialmente il ben servito all’amministratore delegato Damien Comolli (manager che proprio lo stesso Elkann aveva voluto lo scorso anno in giugno promuovendolo ad amministratore delegato in novembre benché la sessione di mercato fosse stata tutt’altro che entusiasmante).

A prendere il posto del dirigente transalpino giungerà a Torino nelle vesti sia di amministratore delegato che di direttore generale una figura nota del calcio italiano quale Giovanni Carnevali, amministratore delegato da 13 anni del Sassuolo e vero demiurgo della società neroverde insieme agli investimenti della famiglia Squinzi.


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Carnevali, assommando per il momento tutti i carichi dirigenziali operativi più importanti, sarà quindi una sorta di plenipotenziario del club e toccherà a lui riportare la Juventus dove la immaginano i suoi tifosi: vincente sia sul campo sia come peso politico. Nei giorni dell’identificazione di Giovanni Malagò quale candidato per la Serie A per la presidenza FIGC, per esempio, Calcio e Finanza aveva svelato come l’identificazione dell’ex presidente del CONI fosse stata soprattutto opera di Marotta e in parte di De Laurentiis mentre MilanJuventus, malgrado i loro milioni di tifosi, non avessero praticamente toccato palla. Sintomo evidente di scarso peso politico nei gangli vitali del comparto.

Nella specifico, decisione di ieri di Exor, è evidente che con la nomina di Carnevali viene posta così la parola fine a quella tregua armata imposta da Elkann tra lo stesso Comolli e Spalletti che durava dal termine del campionato e che in tre settimane ha visto il manager transalpino ciccare due obiettivi cari all’allenatore di Certaldo: il portiere Allison e la conferma di Vlahovic di cui Spalletti aveva tessuto le lodi ripetutamente nelle ultime giornate di campionato. Anche se, però, la vera colpa di Comolli agli occhi dei tifosi è la campagna trasferimenti della scorsa estate quando giunsero a Torino giocatori poi rivelatisi veri e propri flop quali David, Openda e Zhegrova per una spesa complessiva di oltre 66 milioni (considerando il riscatto dell’ex Lipsia) e un impatto a bilancio negativo di quasi 32 milioni di euro sull’esercizio 2025/26.

Soprattutto però con la decisone di ieri di Exor si è posta fine a quella sorta di commedia nella quale Spalletti e Comolli, che palesemente avevano idee diverse e che mal si sopportavano a vicenda, erano obbligati a lavorare insieme. E in questo senso basti menzionare quanto avvenuto nel giorno della commemorazione delle vittime dell’Heysel quando il linguaggio del corpo dei due, anche senza essere esperti sul tema, non trasmetteva certo reciproca sintonia. Insomma, se avessero dovuto imparare a lavorare insieme, come inizialmente si augurava Elkann, la strada sarebbe stata ancora lunga e probabilmente il rampollo di casa Agnelli si è reso conto che sarebbe stato troppo pericoloso intraprendere la nuova stagione con una tale pace armata sotto la cenere.

In questo quadro però, prima di tornare alle cose bianconere, ci sia consentita una nota a margine e un paragone con quanto sta avvenendo con l’altra grande malata del nostro calcio: il Milan. Dopo il termine del campionato e la mancata qualificazione in Champions da parte di entrambe, Elkann ha tirato le orecchie ai due litiganti interni imponendogli di andare avanti insieme e solo quando ha avuto in mano l’intesa per Carnevali ha iniziato la rivoluzione che ha chiuso in meno di 24 ore. Cardinale invece comportandosi da sceriffo ha mandato via tutti subito dopo Milan-Cagliari, senza però avere i rimpiazzi e dopo tre settimane a Casa Milan non è stato ancora nominato nessuno.

LE MOSSE DI COMOLLI NEI PANNI DEL CEO

Entrando nello specifico di casa Juventus, va detto che in queste settimane di convivenza forzata, Comolli, che visto il periodo era il più operativo dei due avendo nei fatti ricevuto la conferma formale del suo mandato quale capo azienda, si è comportato nella maniera più professionale possibile, incurante dei pettegolezzi sottostanti. Non appena terminato il campionato, ha organizzato un appuntamento con le principali testate nazionali (al quale Calcio e Finanza è stata lieta di partecipare) con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione e spiegare i programmi prossimi. E nell’occasione il manager non aveva mancato di ricordare come egli fosse sbarcato a Torino appena un anno fa e come Spalletti fosse entrato alla Juventus in novembre e pertanto di come fossero un team nuovo che doveva imparare a lavorare meglio insieme. Peccato però che due giorni dopo alla commemorazione dell’Heysel gli intenti di facciata sono franati dinnanzi alle immagini, come si diceva.

In termini formali però non si può nascondere che Comolli stesse tenendo fede al suo mandato guidando l’azienda in maniera abituale e iniziando le trattative di mercato come se nulla covasse sotto la cenere. E in questo quadro va notato che se è vero che il mancato rinnovo di Vlahovic non era piaciuto a Spalletti, è altrettanto vero che il manager transalpino aveva avviato numerose trattative di mercato volte a soddisfare il tecnico. Tra queste, per esempio, quelle su un portiere top (Emiliano Martinez) su un centravanti fisico (Alexander Sorloth) o su difensori che sappiano impostare.

Il tutto ben sapendo che se poi avesse dovuto subire un taglio da parte della società (come poi è avvenuto) allora si sarebbe dovuto negoziare sul quantum di una eventuale buonuscita di un manager che aveva dato tutto per l’azienda. E non a caso nella risoluzione del contratto Comolli non solo è riuscito a spuntare 850mila euro quale indennizzo per la dipartita ma ha anche ottenuto di non restituire i 950mila euro incassati come bonus all’entrata l’anno passato.

Secondo l’accordo siglato con il club bianconero a giugno 2025, il dirigente avrebbe dovuto restituire una parte della somma in questione in caso di cessazione del rapporto di lavoro con la Juventus per dimissioni senza giusta causa (come effettivamente avvenuto) entro 18 mesi dall’erogazione del bonus. La quota da restituire sarebbe stata proporzionale ai mesi mancanti fino ad arrivare al diciottesimo. Tuttavia, dal momento in cui le dimissioni sono arrivate sulla base di un’intesa, Comolli ha ottenuto di non dovere restituire neanche una quota del bonus alla firma.

Detto questo, va però spiegato che in termini tattici nella tensione che si era creata con Spalletti, l’ex Ad, che stupido non è, sapeva di avere un altro elemento a suo vantaggio, ovvero quello del fattore tempo: se Comolli avesse proseguito alla Juventus sino almeno a inizio stagione, il suo lavoro sarebbe stato giudicato in gran parte dal mercato. Però visto che la campagna trasferimenti chiude il 1° settembre e dunque a campionato iniziato, una volta chiuso il mercato, se da un lato non sarebbe stato difficile capire se Comolli avesse fatto bene i conti o meno per il bilancio, dall’altro solo il campo avrebbe potuto dare la controprova della questione se la rosa allestita da Comolli sarebbe stata valida oppure no.

E pertanto:

  1. Se la squadra fosse andata bene non ci sarebbe stato nessun motivo di cambiare. E sarebbero stati tutti contenti. 
  2. Se invece fosse andata male, la storia del calcio insegna che a stagione in corso è molto più semplice sostituire un allenatore che non un amministratore delegato anche perché la priorità incombente diventa quella di raddrizzare le cose sul campo non di scrivere piani strategici. Inoltre, non si deve dimenticare che se in FIGC le cose dovessero andare come sembra (ovvero Giovanni Malagò presidente e Roberto Mancini tecnico della Nazionale) il prossimo anno lo spettro di Antonio Conte aleggerà su molte panchine d’Europa. 

DAL RINNOVO ANTICIPATO DI SPALLETTI A COMOLLI AD: GLI ERRORI DI ELKANN

Uscendo dalla guerra interna Spalletti-Comolli ormai terminata, sullo sfondo resta però un tema incombente in casa Juventus sin da quando da fine 2022 John Elkann ha ripreso in mano le redini del club dopo la questione delle plusvalenze che ha estromesso suo cugino Andrea Agnelli.

È evidente che prendersi cura anche della Juventus per Elkann rappresenti una incombenza in più, dato che tra gli altri incarichi il nipote dell’avvocato Giovanni Agnelli è il CEO di Exor ed è stato appena rieletto presidente di Stellantis. Inoltre, osservando la catena di controllo di Exor, è il capo assoluto dell’impero industriale degli Agnelli e in questa veste ha anche un incarico in più, meno visto agli occhi del grande pubblico: quello di assicurare lauti dividendi ogni anno a una platea ormai sterminata di parenti/azionisti.

Pertanto, è plausibile pensare che nessuno più di lui vedrebbe l’ora di poter lasciare la completa gestione della Juventus a un manager che gli garantisse che le cose vadano sempre per il meglio. Nell’auspicio di scendere nel weekend dalla sua villa in collina per godersi una Juventus bella e vincente. E in questo senso va ricordato che dopo ripreso le redini del club dopo la questione plusvalenze Elkann ha nominato quali massimi dirigenti della società:

  • prima un manager interno al gruppo e di sua assoluta fiducia come Maurizio Scanavino (di cui è amico sin dai tempi del Politecnico di Torino, quando entrambi vivevano come convittori a Villa San Giuseppe, un collegio cattolico), che è durato 23 mesi;
  • poi affidandosi alle società di head hunting ha scovato Damien Comolli che è durato meno di un anno;
  • e ora è sbarcato a Torino Giovanni Carnevali e vedremo come andrà. 

Però proprio sull’altare di questa voglia di trovare il management ideale non si può nascondere che Elkann abbia commesso numerosi errori, almeno visto come sono andate le cose sinora. Tanto per rimanere solo all’ultima stagione:

  • quale bisogno c’era di promuovere Comolli ad amministratore delegato a novembre quando il francese era giunto a Torino solo in giugno con i soli galloni di direttore generale e non aveva ancora dimostrato niente? Peraltro, a novembre Comolli era appena reduce da un mercato tutto da verificare (che poi per altro si è rivelato un flop);
  • non solo, è cosa nota che Elkann e Spalletti abbiano trovato sin da subito una sintonia personale, tanto che nella lettera agli azionisti di Exor di fine marzo, il rampollo di casa Agnelli ha espressamente menzionato l’allenatore di Certaldo quale nuovo pilastro della controllata Juventus e non ha mai menzionato Comolli. Però quale bisogno c’era di rinnovare il contratto a Spalletti (in scadenza a giugno) già a inizio aprile, quando la qualificazione in Champions League non era ancora sicura (e che poi non c’è stata)? 

Tra la Juventus e Spalletti era la prima ad avere il coltello dalla parte del manico. Posto che il club aveva deciso di puntare sull’allenatore toscano, dove mai questi si sarebbe potuto accasare per avere tanta premura?

  • Non all’Inter (la casella era già occupata da Chivu. Inoltre, i rapporti con Marotta non sono idilliaci dopo la dipartita del 2019 dal club nerazzurro);
  • non al Milan, dove se fosse andato bene Allegri, questi sarebbe rimasto e in caso contrario, come si sta vedendo, si sarebbe puntato su piste estere. Inoltre in via Aldo Rossi (per quanto all’epoca il contatto fu con Paolo Maldini) non si è dimenticato il rifiuto del 2019, quando l’allenatore preferì non liberarsi e prendere tutte le spettanze ancora da ottenere dall’Inter piuttosto che accettare l’offerta del Milan;
  • non al Napoli per evidenti motivi di piazza e di rapporti con Aurelio De Laurentiis;
  • non un ritorno alla Roma, dove Gasperini all’epoca del rinnovo di Spalletti stava già assaporando la sua vittoria interna contro Ranieri;
  • e nemmeno all’estero dopo la pessima figura in campo internazionale alla guida della Nazionale azzurra. 

Insomma, perché tanta fretta? Anche avendo deciso di continuare con Spalletti a prescindere dalla qualificazione in Champions League, la Juventus, visto il mancato quarto posto, avrebbe potuto ottenere quantomeno costi minori di ingaggio. La sensazione è che (per fare il paragone cui Elkann tiene di più) a differenza di suo nonno, l’avvocato Giovanni Agnelli, all’attuale capo dinastia manchi, come era già stato notato in un precedente articolo di questo spazio editoriale, un circolo ristretto di manager su cui sempre fare affidamento nei mille impegni che deve sostenere.

L’avvocato Agnelli in primo luogo aveva i suoi “pretoriani” personali nell’uomo di finanza Gianluigi Gabetti e nel grande giurista Franzo Grande Stevens, oltre alla mente finanziaria del fratello minore Umberto (fu proprio il papà di Andrea Agnelli d’altronde a inizio secolo a scovare e a portare a Torino un ancora giovane Sergio Marchionne dall’allora controllata svizzera SGS). Persone note che nel caso potevano sostituire l’Avvocato anche pubblicamente.

Poi al piano inferiore, quello delle controllate, Agnelli poteva contare su di una serie di manager veramente top e tra questi negli anni si possono citare tra gli altri Valletta, Romiti, Montezemolo, Marchionne e ovviamente alla Juventus Boniperti. Nel caso di Elkann invece oltre a Antonio Filosa, CEO di Stellantis, e adesso vedremo Carnevali alla Juventus, si sa poco dei suoi grandi manager. E soprattutto del suo cerchio ristretto a livello personale non si conosce quasi nessuno.

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