DirettaCalcioMercato
·27 aprile 2026
Caso Rocchi, la verità di De Meo: “C’erano codici in sala VAR, così si favorivano alcuni arbitri”

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L’inchiesta che vede il designatore arbitrale Rocchi accusato di frode sportiva si arricchisce di dettagli: la testimonianza di De Meo.
Il terremoto che ha colpito l’AIA si arricchisce di dettagli che sembrano usciti da un romanzo di spionaggio, ma che invece colpiscono al cuore la trasparenza tecnologica del calcio italiano. Alle accuse di frode sportiva contro Gianluca Rocchi si aggiungono ora le rivelazioni dell’ex arbitro Pasquale De Meo. Parlando all’agenzia AGI, De Meo ha descritto un sistema di comunicazione non verbale che avveniva proprio sotto le vetrate della sala VAR di Lissone. Non comunicazioni criptate via software, ma gesti delle mani — come il celebre “sasso-carta-forbice” — che i vertici arbitrali, tra cui Rocchi e Gervasoni, avrebbero utilizzato per indirizzare le decisioni dei colleghi al monitor.
Secondo la testimonianza di De Meo, questi segnali non erano improvvisati ma venivano concordati durante i raduni tecnici settimanali. Si tratterebbe di una violazione frontale del protocollo VAR, il quale stabilisce che l’addetto al video e l’AVAR debbano operare in totale autonomia, senza alcuna interferenza esterna. Se confermato, il fatto che i designatori potessero influenzare un on-field review o la convalida di un gol attraverso un vetro cambierebbe radicalmente la percezione della moviola in campo: da strumento di oggettività a strumento di gestione politica.
L’aspetto forse più sottile dell’accusa riguarda il “perché” di tale pratica. De Meo ipotizza che il sistema non fosse necessariamente nato per favorire questa o quella squadra, ma per tutelare il percorso professionale di certi direttori di gara. Nel sistema di valutazione dell’AIA, un errore corretto dal VAR pesa sul voto finale dell’arbitro in campo e, di conseguenza, sulle sue future designazioni e sulla sua permanenza nei ruoli d’élite. “Salvare” un arbitro da un errore pubblico attraverso un codice di segnali significava garantirgli una carriera più lunga e prestigiosa, creando però un campionato a due velocità dove le regole non venivano applicate in modo uniforme.
La differenza sostanziale rispetto al passato, come l’esposto di Domenico Rocca nel 2023 che finì in un nulla di fatto sotto la gestione di Giuseppe Chinè, è l’intervento della Procura ordinaria di Milano. Per De Meo, questo è il vero punto di svolta: il passaggio da un organo interno alla FIGC a un magistrato super partes garantisce una ricerca della verità che finora, nell’ambiente arbitrale, è stata vissuta con profondo malumore e rassegnazione. Ora che i “codici” sono di dominio pubblico, il rischio è che ogni singola decisione presa al VAR negli ultimi due anni venga riesaminata sotto una luce totalmente diversa. Lo riporta La Gazzetta dello Sport
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