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·11 giugno 2026
🎙️ Chivu a 360°: “Bastoni? È stato giusto difenderlo. Col Como vittoria scudetto. Ho rosicato zero per i derby persi”

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·11 giugno 2026

Intervistato da Ivan Zazzaroni, giornalista del Corriere dello Sport, al nuovo podcast su Youtube “Tutto in Piazza”, Cristian Chivu ha parlato di tantissimi temi, raccontandosi a 360°. Queste le sue parole, riprese da fcinter1908.it:
Hai vinto qualcosa quest’anno?
“No (ride, ndr). Per me poco, si poteva far meglio: sto scherzando. Ho giocato per vincere e alleno per vincere, non è andata male anzi”.
L’ad del Parma mi ha rivelato che tu volevi giocatori e ti montavi la testa prima che arrivasse l’Inter?
“Stava scherzando, dove eravate (ride, ndr)? No, avevamo già fatto la pianificazione e sapevamo chi sarebbe andato e chi seguivamo: poi è successo quello che è successo. Io venivo dal settore giovanile, ogni anno cambiavo tutta la rosa: sono abituato a lavorare col nuovo e a valorizzare i giocatori a disposizione”.
Il rinnovo?
“Ma perché dovete sempre parlare di contratti? Perché nessuno parla di quello che avevo l’anno scorso: io sono felice, allenare l’Inter è gratificante. Non ho dormito tante notti, sono arrivati i capelli bianchi: è un anno e quattro mesi che non dormo, mia moglie non mi riconosce più e i miei figli mi vedono solo mezz’ora a cena. Facciamo due chiacchiere e quando mi parlano io penso a quello che scrivi te sul giornale (ride, ndr).”
L’autunno non è stato felicissimo, vero?
“Per me no: è ovvio che le aspettative sono diverse, ma le prestazioni e la crescita le ho sempre viste. Le nostre richieste diverse rispetto al passato a tratti si vedevano: poi se perdi una partita qualche fantasma viene fuori e devi essere bravo a gestire. Avevamo perso un po’ tante partite fino a novembre, ma qualcosa si intravedeva. Se Ausilio non dormiva? Non lo so, si presentava tutte le mattine e aveva una faccia serena come tutti gli altri. Il sostegno loro non è mai mancato, la vicinanza è stata importante e determinante. Poi non è semplice perché si parlava sempre di non vincere gli scontri diretti: 4 sconfitte erano troppe per chi voleva vincere il campionato ma siamo stati bravi a non perdere punti con le altre”.
Cosa voleva Chivu?
“Io non volevo rivoluzioni, ma un’evoluzione del gioco: e a tratti l’abbiamo fatto bene. E’ difficile mantenere continuità ogni tre giorni, devi cambiare tanto. Qualche relazione di gioco si perde perché subentrano i nuovi: hanno dato il loro apporto. Volevo solo aggiungere cose giuste: non è stato semplice convincerli di andare più in verticale e alzare l’intensità facendo cose più concrete e semplici. Ora parlano tutti di Inter pragmatica ma all’inizio sbagliavamo tanto, sottoporta creavamo occasioni ma non riuscivamo a buttarla dentro. E’ frutto del lavoro e di qualcosa che era rimasto dentro la loro testa. Io odio speculare, le mie richieste all’intervallo erano di non speculare ed essere dominanti. Non mi piace abbassarmi ma è una questione fisiologica, non lo chiede l’allenatore: subentra nella testa. Poi se giochi ogni tre giorni pensi alla prossima: ma non basta, basta poco che gli altri fanno gol e poi è tardi per vincerla. A Verona ci siamo riusciti con un autogol al 93′.”
L’origine del tuo stress?
“È un bel misto di tutto, devo essere onesto e non faccio il figo. All’inizio la mia domanda era: sono in grado di farlo? Sono in grado di portare a buon fine quella che è stata la fiducia che questa società mi ha dato? Sono in grado di gestire una determinata tipologia di giocatori? Perché un conto è allenare dei giovani ambiziosi che hanno voglia di ascoltare e imparare, un conto è arrivare ad allenare giocatori già evoluti, è difficile entrare nella loro testa ed è difficile dire cosa devono fare. Devi avere la sensibilità giusta per essere in grado di farlo e non sapevo se lo ero oppure no. Avevo allenato nel settore giovanile, anche il Parma dove i ragazzi sono stati meravigliosi ma era una situazione molto più complicata rispetto all’Inter. Poi c’è la pressione esterna, quello che vuol dire allenare l’Inter, quello che si crea attorno a questa squadra da sempre per un pareggio o per una partita persa, a volte anche per niente. Ed è stressante, devi gestire un po’ tutto. Fare l’allenatore è la cosa più semplice, allenare e giocare la partita, la cosa complicata è gestire tutto”.
Hai cambiato anche linguaggio?
“Ho dovuto adattarmi alla realtà. Io ho una dignità e vedo il calcio fatto alla mia maniera, quello raccontato: questo è diverso da quello che ho visto. Non mi piacevano certi atteggiamenti e dichiarazioni degli allenatori quando ero giocatore: e quando ho iniziato ho detto che l’avrei fatto a modo mio. Ti dicono che sei un finto prete: io leggo qualcosa, Gigi mi manda la rassegna stampa. Io non ho i social ma i familiari ce l’hanno e qualcosa me lo fanno vedere. Io non ho fatto il prete, ma non entro in polemica e non mi interessa: io ho un sacco di energie da spendere per gestire la mia squadra. Il resto non mi interessa: a voi interessa la negatività.”
Il caso Bastoni?
“La cosa difficile è stata che avevo fatto quella dichiarazione il giorno prima… Ma non era che dovevo dirlo io, ho detto che quando avrei visto uno farlo, l’avrei fatto anch’io. E mi sono pentito perché dovevo dire forse. Poi è accaduto quello che è accaduto e avevo due scelte: o mantenere la mia o difendere il mio giocatore. E’ giusto difenderlo perché si era creata una situazione subito post-gara che andava oltre le ragioni e il calcio. Va bene tutto, uno può sbagliare, simulare o non simulare, ma era qualcosa oltre. Ma io lo so perché: perché tutti si aspettavano che l’Inter non vincesse. Giravano i maroni a tante persone: i big match non li avevamo vinti e si era creata una narrativa che la Juve l’avrebbe vinta, ma per me non era proprio così.
Quanto ha sofferto lui? Tanto, ma è stato bravo a non farlo vedere ai compagni, che gli sono sempre stati vicini. Però colpisce il fatto che poi vai a Lecce e lo stadio ti fischia, a Como uguale: sorridi, ma dentro solo lui e la famiglia sanno cos’aveva dentro. Io cos’avrei fatto? Per me non è una simulazione, continuo a dirlo adesso: non è colpa né di Bastoni né dell’arbitro, ma del regolamento VAR. Fuori a tutti noi sembrava fallo netto: pure i giocatori della Juve si girano anche loro arrabbiati. Poi è un tocco leggero e non meritava il giallo, ma la mano allungata c’era: poi lui esagera. Ma solo chi non ha giocato non capisce cosa si vive a livello emozionale in Inter-Juve. Quello che mi ha dato fastidio è che ex giocatori ne hanno parlato come se fosse una vergogna: ma loro stessi l’avevano fatto, tutti abbiamo giocato. E se abbiamo la possibilità di “imbrogliare”, in una partita si fa di tutto: sono cose che capitano da anni. Io quello che è successo ad Ale io non l’ho mai visto e non l’ho visto nemmeno dopo perché di episodi ce ne sono stati.”
Quanto è mancato Lautaro?
“Tanto, molto. Ma sono stati bravi i ragazzini: la mia paura è sempre stata trovarmi a fare una partita con Pio e Bonny. Non perché non sono bravi, ma per l’inesperienza: quindi li ho sempre affiancati a Lautaro e Thuram. Poi ti trovi nel derby che devono giocare tutti e due perché Lautaro era fuori e Thuram aveva le placche. Lì ti trovi in una situazione difficile sperando che facessero il meglio e l’hanno fatto: abbiamo avuto più difficoltà del solito anche perché i difensori del Milan quando vedono due ragazzini iniziano ad alzare il livello. Se vedi Lautaro e Thuram, hanno qualcosa di diverso e da difensore sei preoccupato. E Lautaro ci è mancato tanto.”
Quanti cambi ci vogliono per arrivare in finale di Champions?
“Io parlo di soldi (ride, ndr). E nessuno ti dà garanzia che i soldi ti porteranno a vincerla. Però aiutano a tenere un livello competitivo: quando inserisci giocatori bravi, anche la loro percezione cambia perché capiscono che il livello si alza e vuol dire che abbiamo un’ambizione diversa”.
Chi prenderei se avessi 200 milioni?
“Noi abbiamo dei bravi giocatori, ovvio che c’è sempre bisogno di alzare il livello e inserire giocatori forti perché ti danno la possibilità di essere competitivo per i tuoi obiettivi. I giocatori ci sono, bisogna essere bravi, e noi lo siamo perché abbiamo scout e dirigenti bravissimi a sceglierli, manca qualcos’altro però…”.
Quando hai percepito di aver vinto lo scudetto?
“Dopo Como. Perché sapevo che avrebbe tolto un sacco di cose ai competitor: tutti si aspettavano Roma e Como in cui potessimo perdere punti e invece abbiamo fatto 6 su 6. Como è stata determinante: è la vittoria scudetto, l’ho detto subito ai ragazzi e allo staff perché avrebbe tolto cose agli altri infatti il Napoli ha pareggiato a Parma. Non siamo stati speculativi ma pragmatici. Un po’ di culo? Affrontare il Como non è mai semplice, il culo ci vuole sempre: prima o poi un calo loro c’è perché spendono tanto nel gioco. Hanno 7 numeri 10 compreso il portiere in campo: hanno qualità e intensità, ma le ambizioni nostre erano diverse e c’erano più motivazioni per portarla a casa perché sapevamo l’importanza della partita.”
Allenare il Parma e l’Inter sono mestieri diversi?
“Sì. Perché cambia tutto il contorno, le aspettative, l’impatto mediatico e le richieste: è sempre fare l’allenatore ma di là c’è qualcosa in più su cui incidere. Di qua è gestione e convincere: non è semplice allenare uno dei più forti centrocampisti che ha vinto sempre il miglior premio dell’anno e devi dirgli cosa fare. Anche Calhanoglu è dentro quel discorso. Devi creare un’armonia in cui li convinci che è la cosa giusta: poi sono in grado loro di sistemare una partita, non a caso hanno vinto i premi di migliori giocatori. Si può fare l’allenatore e il gestore, l’allenatore è un gestore: devi adattarti alla realtà di un gruppo, ai limiti e ai pregi. Il piano gara lo fai in base ai principi e l’identità che hai dato, ogni tanto devi cambiare senza stravolgere: parliamo sempre di principi e di come ti affronta l’avversario. Tante partite le abbiamo preparate in un modo e poi l’avversario non faceva niente di quello che aveva fatto in passato perché con l’Inter tutti cambiano. E tu devi essere pronto e riconoscere le situazioni: o le prepari in campo o al video. Devi simulare cose, poi sta nelle loro conoscenze di gioco: e per fortuna l’Inter ha grandi giocatori.”
Quanto cambia il lavoro da luglio maggio?
“Devi essere coerente: è vero che il caos a volte funziona, ma devi mantenere coerenza perché quello che dici a inizio anno non può cambiare nella partita. Devi toccare certe cose per migliorare tipo non subire le transizioni: ma giochi ogni tre giorni e non hai tempo di allenare all’Inter. Tu inizi a settembre e fino a gennaio non alleni niente, solo i giocatori che non giocano perché devi mantenerli allenati: ma la parte tattica la fai a -1 prima della partita ma senza volume.”
C’è stato qualche giocatore che ha suggerito qualcosa?
“No, ho dovuto suggerire io a loro di cambiare certe cose che non mi piacevano. Ma è un’esperienza assimilata da giocatore: certe domande me le facevo confrontando gli allenatori. Ho imparato che non sono tutti uguali e che l’allenatore deve cambiare i principi senza cambiare ambizione e motivazione. Sta a me convincerli che determinate cose funzionano. E la cosa più importante è vincere perché quando vinci hai più credibilità e hai più motivazioni. Quando si perde qualcosa viene sempre fuori, qualche lamentela: ma è normale. E’ fisiologico e devi essere bravo a confrontarti. Tanti allenatori mi hanno dato qualcosa, chi nella gestione, chi nella motivazione e chi nella tattica: la domanda è se quel tecnico funziona in un altro gruppo e non è detto. Magari uno tatticamente è impeccabile e ti dà codifiche, poi passi in un gruppo di giocatori forti e ti chiedi se può incidere: tu puoi andare da Messi a dirgli di fare un certo movimento? Non ce la fai. Serve adattarsi al gruppo. Un allenatore incide tanto nella preparazione, nel piano gara, nella lettura durante la gara, nel portare i giocatori pronti mentalmente: le partite cambiano in base all’avversario. Giocare contro le big è facile a livello di motivazione: quando la mente del giocatore dice che col minimo sindacale si porta a casa, allora c’è il rischio del calo. Lì sta la bravura dell’allenatore, nel trasmettere una motivazione più importante.”
Tu quanto parli?
“Prima della partita parlo, la riunione a volte dura 2 minuti, a volte 5 o 15: dipende da come vedo il gruppo. Se è stanco a livello mentale non vado a rompere. All’intervallo 8 minuti li parlo e dipende: posso essere calmo o incazzato, qualche tv è volata via. Qualche pugno o incazzatura l’ho avuta e le cose andavano bene perché si vinceva. Sta sempre a capire di non ripetere certi errori. Dopo la partita non parlo, ho parlato una volta e mi è bastato: non era il derby, dopo la Juve.”
Quanto hai rosicato per i derby persi?
“Ho rosicato zero. Per me è una partita di calcio persa, la cosa più importante è come reagisco e cosa faccio alla prossima, anche perché non ti permetti di andare a rosicare per una partita persa, non hai tempo perché devi preparare la prossima. Lo so che sono arrabbiati e incazzati, ma lo sono anch’io, però non vado a fare vedere e fare il figo di turno. Abbiamo perso una partita, basta, si volta pagina e si riparte da zero. Funziona anche quando vinci, bisogna che le cose vadano così.”
Quante regole hai dato?
“Per me non esistono regole, ci sono gli standard: all’Inter capiscono che non sono le regole a fare forte una squadra, ma ci sono standard dati dalla società e dal gruppo che ha raggiunto due finali e vinto trofei. Gli standard sono importanti: poi non faccio io le multe, c’è il capitano che raccoglie.”
Volevi Lookman e Koné, che poi sono arrivati…
“Sì, nelle altre squadre (ride, ndr). La pianificazione e la strategia del mercato funziona che tu indovini giocatori che pensi siano funzionali al gruppo e ad un’idea che hai in mente: la bravura sta nell’adattarsi veloce a capire quando non arrivano.”
Quest’anno chiedi qualcosa in più?
“Io chiedo a Pio e a Bonny di fare più di 10 gol, a Diouf un sacrificio in più. Marotta e Ausilio ascoltano ma io non posso parlare del se e del chi sarà: io parlo di quello che ho.”
Quanto sei felice?
“Felice che voglio riposare in vacanza: dal punto di vista professionale zero perché l’anno prossimo sarà peggio. Ma io sono sempre felice perché alleno una squadra che ho nel cuore e cerco sempre di essere qualcosa che non pensavo nel trasmettere energia ed entusiasmo. Come padre sono migliorato, sono più premuroso nel fare certe cose: poi posso migliorare. Ma dopo il colpo in testa era importante tornare ad essere uomo: a quel tempo c’era solo mia figlia grande e quella era la mia paura, che non riuscissi ad essere il mentore di cui mia figlia aveva bisogno. Ora ne ho due, credo di essere sano.”
Ti sei rovinato la carriera, devi solo vincere.
“Farò di tutto per vincere, poi non è possibile vincere sempre: conta avere l’ambizione e cercare di farlo. Se faremo un back to back saremo tutti contenti: la bravura deve essere trovare la motivazione giusta per trovare le cose che servono.”







































