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·3 ottobre 2026

Chivu si racconta: «Vorrei creare qualcosa che duri e lasci un segno nella storia dell’Inter. Su Pio Esposito…»

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Cristian Chivu ripercorre la propria storia dall’infanzia alla carriera da allenatore dell’Inter: il rapporto con il padre, la crescita all’Ajax, Pio Esposito, i giovani e gli obiettivi in nerazzurro

Cristian Chivu si è raccontato in una lunga intervista concessa alla piattaforma FUTNET, ripercorrendo le tappe che hanno segnato la sua vita personale e professionale. Dall’adolescenza e dagli insegnamenti ricevuti dal padre fino al sogno di diventare calciatore, passando per l’esperienza all’Ajax, la leadership, il lavoro nel settore giovanile e il rapporto con Pio Esposito. L’allenatore dell’Inter ha parlato anche delle nuove generazioni, delle difficoltà del calcio italiano e degli obiettivi che vuole raggiungere alla guida dei nerazzurri.


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Da ragazzo suo padre la allenava ed era particolarmente esigente con lei, al punto da lasciarla tornare spesso da solo con i mezzi pubblici. Cosa pensava in quei momenti il giovane Cristian Chivu e quanto quelle esperienze hanno inciso sull’uomo che sarebbe diventato?

«Era il suo modo di offrirmi, di darmi dei valori, credo. E sono sicuro, a questo punto della mia vita, che siano state cose che mi sono servite, perché ho imparato a cavarmela da solo. Avevo scuola la mattina, quindi dovevo prendere un mezzo pubblico per arrivare agli allenamenti in orario e poi dovevo tornare a scuola di nuovo. Finito l’allenamento, nonostante lui avesse a disposizione l’automobile, non mi ha mai offerto un passaggio per portarmi in fretta a scuola. A volte ritardavo, però comunque riuscivo da solo a trovare modi e soluzioni per rispettare quelli che erano i programmi, gli orari e i patti fatti con lui. Mi sono serviti perché ho imparato a vivere da solo, a non chiedere aiuto e a cercare di trovare soluzioni nei momenti non semplici e non facili. Poi, nel tempo, sono cose che mi sono state molto utili.»

Quel tipo di educazione è rimasto anche nel suo modo di affrontare la vita, prima ancora che nel rapporto con il calcio?

«Credo che un adolescente debba avere modo di confrontarsi con varie situazioni, con varie problematiche, e cercare di sistemarle. Poi, dove non riesci a trovare la soluzione, ovviamente hai sempre la famiglia, il padre e la madre che ti possono dare una mano. Ma non c’è soddisfazione più bella, al mondo, di quando fai da solo determinate cose a una certa età. Ti dà una botta, un’iniezione di fiducia e di autostima che ti completano in quello che è il processo di maturità che un adolescente deve superare».

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Quanto hanno contato il senso di responsabilità verso la sua famiglia, il sacrificio e la volontà di diventare un professionista nel percorso che l’ha portata fino al grande calcio?

«È stata una promessa fatta a mio padre, una promessa fatta a me stesso per quanto riguarda quella che era la mia responsabilità a quel punto. Una volta che lui non c’era più, sentivo il peso di essere l’unico maschio della famiglia. Sentivo il peso di dovermi prendere cura di mia sorella e di mia madre. Quindi ho cercato di fare di tutto per non deludere quelle che erano le aspettative su di me, ma soprattutto quello che mi aspettavo io da me stesso, perché la cosa più importante era questa. Alti e bassi: si va avanti, si cresce, si matura, si sbaglia, si impara e si cerca di fare la cosa giusta. Arrivato a questo punto della mia vita, direi che mi è andata abbastanza bene.»

Quando ha capito davvero che il calcio avrebbe potuto trasformarsi nella sua professione? C’è stato un momento preciso in cui se ne è reso conto?

«Da piccolo, quando ho scelto di andare in una scuola calcio. Perché prima di andare in una scuola calcio ho fatto diversi sport. Ho fatto aikido, karate, nuoto, sci di fondo. Persino sci di fondo sono andato a fare: mi hanno fatto correre su una collina per ore e ore. Ho detto: “Basta, non ci vado più”. E poi ho scelto il calcio. Però non è che avessi chissà quali sogni. Il mio sogno era giocare in nazionale. Quello, da ragazzo. Siamo nell’89-’90. La Romania si qualifica al Mondiale con quella famosa partita contro la Danimarca ed era l’evento più importante in quel periodo. Due anni prima c’era stato quel gol famoso di Marco van Basten nella finale dell’Europeo dell’88. Quindi sono queste piccole cose che mi hanno motivato a voler diventare un calciatore professionista.Come obiettivo avevo quello di andare a giocare in nazionale, quantomeno in nazionale. Per noi era tutto. Avevamo tutti questi esempi di giocatori emersi in quel periodo, che per noi rappresentavano il massimo.»

Tra il ruolo di padre e quello di allenatore, quale considera più difficile e carico di responsabilità?

«Senza dubbio padre, perché comunque è una grossa responsabilità. Però non si possono fare paragoni, perché tratto i miei giocatori come se fossero i miei figli. È ovvio che c’è una differenza: loro sono maschi, io ho due femmine, quindi cambia un po’ l’approccio, cambia un po’ tutto quello che sono io nei loro confronti. Però ho cercato sempre, con le mie figlie, di dare i giusti valori e anche le giuste critiche che servono, credo, a un adolescente per capire determinate cose. Più o meno è la stessa cosa che ho fatto anche quando ho iniziato all’Under 14. Avevo dei tredicenni adolescenti, ragazzi che sognavano di diventare calciatori, ma comunque erano ragazzi piccoli, messi sempre a giocare e non a trattare seriamente quella che era la professione, se si può chiamare professione a tredici anni e mezzo.»

La sua carriera da tecnico è cominciata dall’Under 14. Qual è la qualità fondamentale che cerca in un ragazzo di quell’età, al di là del talento evidente?

«La cosa più importante è avere una caratteristica, almeno una caratteristica, per poi limarla, sfruttarla e cercare di migliorare quelle che sono le altre caratteristiche che servono. Però secondo me è troppo presto. È sempre una preparazione, non solo dal punto di vista tecnico-tattico, dal punto di vista di quello che è il tuo talento e delle caratteristiche che tu hai. La parte mentale fa tutto: l’approccio a come vuoi migliorarti e l’umiltà necessaria nel capire determinate cose, cosa ti serve per mantenere quell’ambizione e quella motivazione nel portare avanti tutti i giorni la stessa cosa.

Io devo essere meglio rispetto a quello che sono stato ieri. Non è semplice, perché ci vuole disciplina. Ci vuole una disciplina mentale, soprattutto mentale, nel domare i tuoi pensieri, nel domare tutte le voci intorno a te e tutto quello che senti da parte dei genitori, degli amici, dei procuratori, degli allenatori stessi. Devi mantenere l’equilibrio e cercare sempre di migliorarti. Devi essere consapevole di quelli che sono i tuoi errori, imparare a farti l’autocritica, cancellare un po’ tutto quello che è rumore fuori. È una situazione più complicata e non è semplice, perché, essendo giovane, andare dietro a tutte quelle che sono le voci ci vuole poco.Tu devi comunque trovare l’equilibrio giusto nell’avere l’ambizione, nel lavorare sodo, nel migliorare te stesso, nel migliorare quello che hai di fianco e nel farti crescere l’autostima. È una serie di cose che ti permettono di andare avanti, però la risposta è dentro: è nel giocatore, cioè nella persona. La testa fa tanto, soprattutto a quell’età, nel prepararti a quello che verrà dopo. E non è semplice».

A 19 anni l’arrivo all’Ajax, a 21 la fascia da capitano. Ricorda come le venne comunicata quella decisione e cosa le permise di assumere un ruolo così importante tanto giovane?

«È ovvio che fare il capitano dell’Ajax è un onore, a prescindere dall’età e da quello che era l’Ajax in quel momento. Rappresentare, avere la fascia del capitano, quella responsabilità, in un Paese straniero, per un ragazzino… però non ho mai pensato a me stesso. Ho sempre messo a disposizione del gruppo quello che ero, la mia professione, la mia professionalità, la mia maturità. Anche perché comunque era un gruppo molto giovane. All’epoca c’erano tre o quattro ragazzi più o meno intorno ai trent’anni; tutti gli altri erano sotto i 18 oppure intorno ai 20, fino ai 22-23 anni. Quindi ero comunque uno dei più giovani in quella squadra.»

Portare la fascia da capitano a quell’età ha cambiato il suo modo di intendere la leadership e le responsabilità all’interno di una squadra?

«Sì, cambia un sacco di cose e, per quelli che riescono a sentire quella responsabilità che una fascia ti deve dare, secondo me bisogna avere anche una certa sensibilità nel capire cosa vuol dire essere un portatore di fascia. Se ci metti anche un po’ di intelligenza emotiva in tutto ciò, credo che il livello di autostima aumenti di un bel po’. Non sono tutti capaci di sentire quella responsabilità e quell’emozione particolare nel farti crescere, perché alcuni la vedono come… siccome secondo me hanno un ego importante, la fascia di capitano fa uscire, fa aumentare ancora di più quell’ego. Troppo ego, a volte, è il contraltare, è negativo. L’ho provato anch’io nel settore giovanile. L’ho provato spesso in alcuni momenti. Esposito mi viene in mente: quando l’ho responsabilizzato dandogli la fascia, lui ha risposto alla grande, comportandosi da persona molto sensibile. E l’ha fatto vedere e lo fa vedere tuttora.»

Che giocatore ha conosciuto in Pio Esposito nelle giovanili e cosa ha ritrovato quando lo ha avuto nuovamente a disposizione con la prima squadra dell’Inter?

«Noi abbiamo avuto la fortuna di lavorare per un bel po’. Era con noi già dall’Under 14, per poi portarlo in Primavera con due anni sotto età. Aveva giocato poco perché preferivamo altri giocatori, però comunque era con noi. Ha sfruttato quelli che sono stati i miei regali, o quello che sono stati anche i suoi meriti, nel giocare qualche partita in Youth League. Non mi ricordo se aveva fatto qualcosa in campionato, ma l’anno dopo era già stabile in prima squadra, nonostante fosse sotto età. Poi ha avuto il coraggio, perché nessuno lo racconta, di mollare la Primavera, di andare in un’altra realtà, che era la Serie B, in un’altra città, dove doveva dimostrare e ripartire da zero contro dei professionisti veri. E quel primo anno suo in Primavera, se non sbaglio, fece 17-18 gol. La prospettiva era che l’anno dopo, siccome giocava sotto età, ne avrebbe fatti magari 30. E lui ha scelto di andarsene. Ne abbiamo parlato, ovviamente, all’Inter. Sono stato veramente felice per lui perché aveva scelto questo. Poteva scegliere la strada più comoda: poteva fare un altro anno in Primavera e far crescere l’autostima segnando magari 30 o 40 gol, non lo so. Però ha capito, andando in un altro posto, quanto doveva lavorare e veramente ha lavorato tanto. Anche dopo ci sentivamo spesso: mi raccontava quelle che erano le sue difficoltà, quello che era il suo lavoro, la sua ambizione, come si preparava ad affrontare tutte le avversità che incontrava, affrontando dei difensori di un altro livello rispetto alla Primavera. Il secondo anno è esploso, perché ha fatto 17 gol, se non sbaglio, in Serie B. Poi l’ho ritrovato in prima squadra più pronto, più maturo, con la stessa fame e la stessa voglia di migliorarsi. Ecco perché è importante anche questo.»

Dopo quella grande vittoria non prese parte ai festeggiamenti e preferì rientrare a casa. Come visse quella notte e cosa le passava per la testa dopo un traguardo così importante?

«Ho vissuto poco. Era un sospiro di sollievo per quelle che erano state le difficoltà di quell’anno. A gennaio mi faccio male, finisco in sala operatoria, ho delle incertezze e non so se posso tornare a giocare a pallone ancora.Torno presto, dopo due mesi e mezzo. Si arriva in finale, si vince il campionato, si vince la Coppa e si vince anche la Champions League. Però il mio pensiero era che dovevo andare in nazionale, perché avevo questa responsabilità. Ero anche il capitano della nazionale e non volevo che mi percepissero come uno che ormai aveva la puzza sotto il naso.

Quindi sono tornato a casa perché volevo riposare, visto che avevo l’aereo per tornare in nazionale il giorno dopo. Nonostante il commissario tecnico della nazionale mi avesse dato qualche giorno libero, ho detto: “No, sono il capitano della squadra, io devo venire come tutti gli altri”.Non l’ho fatto per finta, ma perché pensavo questo. Per me sì, avevamo raggiunto un traguardo. Era importante, importantissimo, era bello. Però ne avevo altri. Avevo una responsabilità nei confronti del mio Paese e una responsabilità nei confronti di quelli che, nonostante fossero impegni amichevoli, comunque vedevano in me un leader importante del gruppo».

Cosa ha imparato dalla vittoria prima da calciatore e successivamente da allenatore, a partire dall’esperienza nel campionato Primavera?

«Vincere la Champions è bellissimo, cioè è il sogno di tutti, credo. È una competizione talmente importante che si fa sentire. C’è una grossa differenza tra una partita di campionato e una di Champions.Non importa se è la fase a gironi o un ottavo: c’è una grossa differenza per quella che è la motivazione individuale di un giocatore, ma anche per quelle che sono le motivazioni di una squadra. È un po’ come andare in nazionale a giocare. Anche lì trovi qualcosa, dal punto di vista motivazionale, di diverso rispetto a quella che è la routine di un campionato di 38 partite giocate ogni domenica, che a un certo punto diventa un automatismo.Il rischio è che, dal punto di vista emozionale, ti trasmetta poco. Invece la Champions e la nazionale ti danno sempre qualcosina in più.»

Si rischia mai di abituarsi troppo alle vittorie, fino a considerarle quasi normali?

«Le difficoltà ci sono perché non esiste una ricetta che ti dà la certezza che puoi vincere la Champions.Non esistono i soldi che ti possono comprare una Champions, non esistono nemmeno idee che te la possano comprare. È una somma di tante cose che, durante la stagione, arrivano a un certo punto, ma tardi, tipo marzo, credo, dove ti fanno capire a che punto sei. Perché oggi dire chi è la favorita, sulla carta, è semplice nominarla. Ma chi arriverà in fondo e chi ce la farà non è semplice da dire.»

In cosa sono diversi i giovani di oggi rispetto a quelli di dieci o quindici anni fa e perché anche il modo di allenarli deve cambiare?

«Prima di tutto non bisogna mai paragonare con quello che facevamo noi, perché sono due generazioni diverse. Sono due modi di vivere talmente differenti che non vale la pena nemmeno pensare che quello che funzionava con noi possa funzionare anche con loro.Devi partire da questo presupposto. Prima non avevamo niente. Avevamo l’ambizione. Gli allenatori erano molto più duri con noi, però nelle urla e nel modo di fare credo che trovassero quella chiave giusta per stimolarti e farti dire: “Adesso te lo faccio vedere io“.

Oggi non funziona questo. Oggi è diverso. Oggi hanno accesso a mille cose e bisogna trovare sempre la chiave giusta per stimolarli e farli essere presenti in quello che fanno. Per esempio, noi facevamo una cosa. Le nuove generazioni te ne fanno tre in un solo momento: hanno questa capacità di pensare a una cosa, farne un’altra e programmarne anche un’altra.Noi non sapevamo fare questo. Eravamo lì al cento per cento. Non so cosa funzioni, ma non è giusto paragonare dicendo che noi facevamo meglio o che loro fanno peggio. Ci si adatta a quella che è la generazione, a quello che fanno oggi, e si cerca di trovare la chiave giusta nel portarli avanti, nel coltivare quelli che sono i loro sogni e farli emergere in quello che cercano di fare».

Quanto è importante oggi la comunicazione con i ragazzi e quali aspetti bisogna comprendere per riuscire davvero a entrare in sintonia con loro?

«Prima di tutto devi capire un po’ come sono fatti loro individualmente. Culturalmente sono differenti. In una squadra internazionale trovi ragazzi che arrivano da diversi posti del mondo e quindi devi capire cosa funziona con loro. Magari un abbraccio che faccio con uno vale con un altro, perché magari l’abbraccio non lo vuole, cioè magari si sente un po’ troppo. Quindi devi capire prima di tutto come sono fatti, cosa gli piace e cosa non gli piace.Poi il colloquio è importante, perché si sentono visti, si sentono ascoltati, vogliono essere capiti. E parlare con loro credo sia il modo migliore per capire che persona hai di fronte e cosa funziona con lui oppure no. Poi ci sono le richieste collettive, quello che è la partita, quello che è l’allenamento, l’importanza individuale messa a disposizione del gruppo e come si devono sentire. Sono tante cose. Non esiste una ricetta, ripeto. C’è un po’ di sensibilità nel capire cosa devi fare e come devi farlo, perché in questo momento le urla, secondo me, non funzionano più. È molto più empatico l’approccio da avere.»

La pausa per le Nazionali permette di osservare molti suoi giocatori impegnati in giro per il mondo. Come valuta invece il momento del talento italiano dopo le recenti difficoltà della Nazionale?

«L’Italia in questo momento è più manchevole. Parliamo, insomma, dopo una terza esclusione dal Mondiale. In Italia c’è sempre talento, una situazione così drammatica non la vedo, perché il talento emerge sempre.Poi è una questione anche generazionale. Ma anche altri Paesi hanno avuto problemi generazionali, dove c’è stato un boom di qualche giocatore molto talentuoso e poi, se ti va di fortuna, sono tanti messi insieme, probabilmente della stessa generazione.Poi magari sono dieci anni in cui non hai avuto niente e dopo sono emersi altri. Sono cicli.Per me è una questione di cicli, perché il talento fa tanto. Come li accompagni fa moltissimo, anche nel fargli capire determinate cose, soprattutto per quanto riguarda la gestione di quello che si vuole fare da atleta professionista.Non solo la parte tecnico-tattica, perché molti si perdono anche a livello mentale, quando arriva la fama e ti blocchi, o caschi in quelle che sono le trappole del successo e della fama.Non è facile gestire quelle situazioni. È importante quanto durano quei periodi in cui magari hai la puzza sotto il naso. È normalissimo, cioè è giusto che un giovane lo faccia pure. Però è importante quanto dura, perché se dura tanto è difficile ritornare. Se dura poco, invece, ti rimetti in piedi e inizi di nuovo a fare le cose giuste.Però hanno avuto anche altri queste problematiche. Non bisogna preoccuparsi troppo di quello che non abbiamo. È importante capire perché non le abbiamo, se non ci sono, se abbiamo perso qualcosa di quelle che erano le nostre caratteristiche, di quella che è stata la nostra identità. E dico nostra riferendomi all’Italia, ma vale lo stesso anche per il mio Paese, la Romania.»

Quali elementi caratterizzavano il calcio italiano negli anni migliori e cosa, secondo lei, è stato smarrito nel tentativo di evolversi?

«Abbiamo voluto aggiungere qualcosa, ne abbiamo aggiunto troppo e abbiamo perso quello che era la nostra identità.Bisogna trovare l’equilibrio giusto nel capire cosa dovevamo tenere di quello dove eravamo forti, cosa dovevamo aggiungere e quanto dovevamo aggiungere. Non troppo.Perché sennò è facile puntare il dito: gli allenatori del settore giovanile sbagliano, i giovani non ci sono più.No, non è così. Sono scuse.Bisogna trovare modi e soluzioni nel fare e nel capire dove abbiamo sbagliato noi, perché la colpa è nostra, non è di quelli che arrivano da sotto.

Siamo noi che abbiamo più esperienza, siamo noi che abbiamo un vissuto importante, rispetto a quello che sono stati questi anni, dove eravamo e dove siamo adesso.Ma la cosa più importante è dove vogliamo arrivare».

Qual è il pericolo principale che un giovane di talento deve evitare lungo il proprio percorso, soprattutto quando parte lontano dai grandi centri del calcio e sogna di arrivare al professionismo?

«Loro devono credere. Devono credere fino in fondo. Devono stabilire degli obiettivi: piccoli passi, piccoli obiettivi che ti permettono poi di avere la motivazione giusta nel percorso.

Perché il percorso è importante. Una volta raggiunto quel piccolo obiettivo, devi mettertiene altri e creare quel modus operandi, soprattutto mentale, nel non mollare mai, nel trovare gli stimoli giusti tutte le mattine.Anche quando piove, anche quando nevica, anche quando sei stanco, anche quando hai fatto tardi la sera. Perché più sei disciplinato dal punto di vista mentale, più possibilità hai di farcela. Poi ci vuole anche fortuna nella vita. Ci vuole anche l’osservatore giusto che ti vede e ti porta. Quindi ancora di più, in questo caso, sono amplificate le opportunità, perché abbiamo un mondo digitale a disposizione, che ci permette di avere un’opportunità in più».

Quali sono oggi i piccoli obiettivi che Cristian Chivu si pone alla guida dell’Inter e quale traccia vorrebbe lasciare nel club?

«Io sono arrivato in questo momento a un punto in cui penso a quello che è il giorno dopo. So dove sono capitato, so qual è la mia responsabilità, so quello che vuol dire avere questa grossa responsabilità, ma soprattutto so che ho la responsabilità nei confronti dei miei giocatori.Vorrei creare una cosa che dura, una cosa che lascia qualcosa di importante nelle pagine di questa meravigliosa società, e sto lavorando per quello. Ho mini-obiettivi da raggiungere in breve tempo, perché non penso mai fino in fondo.

Partendo dai piccoli passi, raggiungere quelli che sono gli obiettivi ti permette poi di sognare più in grande. Voglio solo salute per me e per i miei giocatori. Voglio solo che manteniamo la stessa energia e la stessa intensità nell’affrontare determinati momenti che vogliamo migliorare tutti i giorni, tutti noi, compreso me. Vogliamo essere la miglior versione di noi stessi, o la miglior versione di quello che eravamo il giorno prima».

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