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·11 giugno 2026
Costacurta senza pietà: «Leao vuole andare via? Non è un fuoriclasse, non perdi Kakà. Con Allegri si è rotto qualcosa»

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·11 giugno 2026

Billy Costacurta ha giocato per ventuno anni nel Milan e oggi, da opinionista tv, segue con preoccupazione la situazione della squadra alla quale ha dedicato una vita. L’intervista con La Gazzetta dello Sport conferma la sua lucidità d’analisi, a partire dal crollo finale che ha portato all’esonero del tecnico. Ecco, di seguito, tutte le sue dichiarazioni.
IL CROLLO FINALE – «Una o due partite sbagliate possono essere casuali, ma dieci no. A maggior ragione certe sconfitte casalinghe, con un obiettivo a portata di mano. E’ un indice chiaro del fatto che si sia creato qualcosa di sbagliato, di rotto tra squadra e allenatore. Colpa di tutti ma, per me, chi va in campo è sempre il primo responsabile. L’idea che mi sono fatto da fuori è che si sia formato un gruppo di bravi ragazzi ma senza la personalità necessaria per competere per certi traguardi».
ALLEGRI – «La penso come Carletto Ancelotti, il più bravo di tutti: un allenatore incide sì, ma fino a un certo punto. Poi tocca ai giocatori. O, ancora meglio, distinguiamoli dai “calciatori”. Per giocare a calcio serve una buona tecnica e di gente con grande qualità il Milan ne aveva sicuramente. Poi però servono i calciatori a 360°, dentro e fuori dal campo, i Rabiot, i Modric».
GLI EPISODI – «Ci sono episodi che dimostrano uno spessore. Un esempio della scorsa stagione: quante volte Maignan, il capitano della squadra, ha portato in campo i compagni in ritardo? Che fosse l’inizio della partita o l’avvio della ripresa? Se è stato fatto volontariamente è una pochezza, se involontaria è ancora peggio: finisci solo per innervosire gli altri e l’arbitro. Il capitano del Milan è anche un esempio di stile e di puntualità. I dettagli che fanno la differenza sono altri: l’attenzione, le marcature, il sacrificio. Il resto sono solo bassezze».
A CHI AFFIDARE LA PANCHINA – «Vorrei qualcuno che disciplinasse finalmente la squadra, che restituisse entusiasmo, gioco, corsa, identità. Spenderei per due trascinatori giovani, due ragazzi di 23-24 anni. Gente motivata, che ricrei energia: le partite devono essere arrembanti, cosa che da anni qui non succede e invece in giro per il mondo sì. Vorrei una squadra non che aspetti l’avversario come ha fatto quest’anno ma che lo porti a sbagliare. Gol lo prendi comunque, ma almeno diverti. Ecco, vorrei questo: un allenatore con coraggio e voglia».
IL FUTURO – «Sono ottimista, come ho letto essere il mio amico Sandro Nesta. Servono un paio di giocatori che possano spingere, un allenatore che dia una linea chiara, una direzione. E un riferimento dell’area tecnica che abbia una strategia definita. Certo, bisogna azzeccarli e volerlo. Non parlo di nomi specifici ma mi sembra che da Rangnick siano passate squadra che avevano un senso, un’organizzazione. E Ibrahimovic, al contrario del pensiero di molti, non mi sembra abbia voglia di ritagliarsi uno spazio di primo piano, tutt’altro».
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LEAO VUOLE ANDARSENE – «E’ sempre stato sbagliato, a mio avviso, considerarlo un leader, invece che un buon giocatore capace di accendersi a intermittenza. Personalmente non l’ho mai considerato da pallone d’Oro: ho giocato con alcuni di loro e… sono tutta un’altra cosa. Se va via, certo non perdi Kakà o Sheva. Rafa non è mai stato un fuoriclasse, anche se lui stesso poteva pensare di esserlo. Se poi invece cambia idea, arrivano i veri leader e a lui è data una dimensione diversa, in un contesto giusto, allora può anche essere utile. Ma deve essere visto per quello che è: un ottimo giocatore, non la stella della squadra».
CHI CONFERMARE – «Pulisic è reduce da sei mesi disastrosi ma è sempre stato un serio professionista: non lo boccerei solo per la seconda parte di stagione. Spero che Modric resti: alla sua età andrebbe gestito, ma quando è in campo insegna ancora calcio. Lo stesso mi auguro per Rabiot: è una bestia. E poi Bartesaghi è giovanissimo e può crescere, Pavlovic si è dimostrato affidabile. Se Maignan smette con certe frivolezze, è forte: se c’è da parare, para. Gabbia può restare, accanto a un difensore forte che va preso. Così come un grande centravanti. Ma ripeto: si parte dal manico, e cioè da allenatore e direttore tecnico, per il resto non servono chissà quanti interventi».
IL GAP – «Dipende sempre dagli obiettivi. Se è per tornare finalmente in Champions e rimanerci stabilmente allora sì, non manca tanto. Se invece l’obiettivo è tornare a vincere in Italia e in Europa, allora dico che ci vorranno ancora anni. Ci sono almeno sei-sette squadre molto più forti, anche dell’Inter».







































