Pagine Romaniste
·7 giugno 2026
Delvecchio: “All’inizio ero il quarto dietro a Balbo, Fonseca e Totti. Si arrivò anche a parlare di uno scambio con Trezeguet”

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·7 giugno 2026

Marco Delvecchio, storico attaccante della Roma e uno dei simboli del terzo scudetto giallorosso, è tornato a parare della squadra capitolina durante un’intervista.
L’ex numero 24 giallorosso, ha rilasciato un’intervista all’edizione odierna de La Gazzetta dello Sport, ripercorrendo i suoi 10 anni in giallorosso.
All’inizio era il giovane attaccante su cui l’Inter stava costruendo il futuro. “Sì, la fiducia la sentivo. Mi avevano lanciato in Serie A e con Moratti mi sono sempre trovato benissimo. Due mesi prima di cedermi mi aveva detto che sarei diventato una bandiera dell’Inter. Poi arrivò lo scambio con Branca e finii alla Roma. Oggi posso solo ringraziare quella scelta”.
Ad accoglierla nella Capitale c’è Carlo Mazzone. “Mazzone era un uomo spettacolare. Appena arrivato mi disse: “Davanti abbiamo due fenomeni, Balbo e Fonseca, e poi dietro c’è un ragazzino fortissimo che vuole giocare titolare. Tu ti ritaglierai il tuo spazio”. Quel ragazzino era Francesco. Io pensai: “E allora che sono venuto a fare?”. Poi le cose andarono diversamente”.
Quando nel 1997 arriva Zeman, arrivano anche le critiche nei suoi confronti. “La Roma in realtà cercava un centravanti diverso, un bomber alla Balbo o alla Voeller. Io non ero quel tipo di attaccante e una parte della tifoseria me lo faceva pesare. Si arrivò a parlare di uno scambio con Trezeguet, ma alla fine non se ne fece nulla con il Monaco”.
Da quei fischi nasce un’esultanza diventata iconica: le mani dietro le orecchie. “Comincia per sfida: volevo far capire che il mio lavoro lo stavo facendo. Poi, dopo un confronto con i tifosi a Trigoria, quel gesto cambiò significato. Non era più per sentire i fischi, ma l’esultanza della gente. È diventato il mio modo di celebrare la Roma”.
Roma, invece, l’ha celebrata soprattutto nei derby. “Erano le partite più importanti dell’anno, ma le vivevo con leggerezza. Forse era quello il segreto: quando una gara la senti troppo, rischi di sbagliarla”.
Di tutti i derby, ce n’è uno che porta più nel cuore? “Quello dell’11 aprile 1999. Quel giorno andò tutto bene: vincemmo 3-1, segnai due volte io e una Francesco. Ci furono anche le magliette: la sua, “Vi ho purgato ancora”, è rimasta nella memoria perché era uno sfottò. La mia un’autocelebrazione da derby”.
In fondo quella partita racconta anche un’altra storia: quella sua e di Francesco Totti. “Francesco è stato la costante di un’intera epoca. La bandiera e l’ottavo re di Roma. Il più grande giocatore con cui abbia mai giocato. Insieme abbiamo condiviso una vita di ricordi”.
Ne racconti uno che lo rappresenta bene. “Tornavo dal Mondiale in Giappone e Corea e non avevo ancora fatto un allenamento. Pensavo di essere lì solo per fare gruppo. Alla riunione Capello legge i titolari e sento il mio nome. Francesco scoppia a ridere, si gira verso l’allenatore e dice: “Ma questo è matto?”. Alla fine giocai e segnai pure”.
Quell’intesa era stata decisiva per Capello soprattutto nell’anno dello scudetto. “A luglio del 2000 Fabio mi chiamò e mi disse: “Quest’anno giocherò con Totti e Batistuta davanti, però tu devi farmi tutta la fascia. Solo così possiamo vincere lo scudetto”. Io accettai e lui ebbe ragione”.







































