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·5 marzo 2026
Desideri racconta: «Liedholm e Zaccheroni due mastri, ecco come andò la lite con Luis Suarez all’Inter. Ho due rimpianti»

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·5 marzo 2026

Nel centrocampo della Roma (e non solo) Stefano Desideri si è fatto notare. Oggi a La Gazzetta dello Sport apre l’album dei ricordi, compresi quelli maturati in casa Inter.
L’ESORDIO – «Esordire all’Olimpico è un’emozione difficile da spiegare per uno tifoso come me. Ho sempre dato tutto per Roma e per la Roma, infatti qualcuno mi chiamava “il legionario”. Devo un grazie particolare a Eriksson che ha avuto fiducia e mi ha fatto esordire. E pensare che la notte prima del debutto stavo per rovinare tutto… In squadra in tanti sapevano fare l’imitazione del mister, Impallomeni su tutti. Io quella sera ero in camera e mi arrivò una chiamata di Eriksson che mi diceva di andare a dormire perché il giorno dopo sarei partito dal 1’ al posto di Ancelotti. Io quasi lo mandai a quel paese, pensavo fosse uno scherzo. Invece era davvero lui, grazie a Dio…».
LIEDHOLM E ZACCHERONI – «Maestri, più che allenatori. Il Barone [Liedholm, ndr] era incredibile. Un personaggio tanto assurdo quanto bizzarro. Pensi che ogni volta che giocavamo al nord ci faceva alloggiare a Busto Arsizio, così potevamo essere “testati” dal suo stregone. Ci valutava e ci infondeva energia positiva. Stava con noi in ritiro, come fosse un nostro compagno. E Liedholm si confrontava con lui prima di fare la formazione. Zaccheroni, invece, arrivava da Cosenza. Ricordo che il suo adattamento alla Serie A fu un po’ complicato. Noi a Udine eravamo un gruppo pieno di giocatori d’esperienza: Borgonovo, Calori, Poggi, Balbo. Gente che sa come ci si prepara a una partita. Lui voleva fare un po’ il sergente di ferro, ma piano piano abbiamo trovato la quadra. E da lì abbiamo preso il volo e non ci siamo più fermati».
IL LITIGIO CON LUIS SUAREZ ALL’INTER – «Io ero una persona diretta, dicevo le cose in faccia a tutti. Non mi sono mai nascosto. In alcune situazioni, poi, sei nervoso e inesperto, può capitare di perdere la brocca. Soprattutto se giochi poco. Dopo un gol al Napoli mi girai e gli dissi [a Suarez, ndr]: “È per te stronzo”. Venni punito e finii fuori rosa. Ho passato due settimane ad allenarmi con la Primavera. Poi mi hanno reintegrato, ma non mi sono mai scusato».
VOLEVA ANDARE ALL’INTER – «Non è così, vorrei spiegarmi bene. Io non volevo andare via da Roma, è molto diverso. Mi dissero che la società aveva bisogno di soldi e che io ero uno di quelli con più mercato. Non mi fu data scelta».
I DUE GRANDI RIMPIANTI – «Sta toccando un tasto dolente, quel Roma-Lecce è una ferita ancora aperta. Ma non solo per me eh, per tutti miei compagni di allora. Quando ci vediamo a cena ancora ne parliamo e sono passati quarant’anni. Ognuno ha qualcosa che cambierebbe. Io avrei vinto uno scudetto con la squadra che amo. Posso dirle che è uno dei due rimpianti più grandi della mia vita. L’altro è la finale di Coppa Uefa contro l’Inter. Facemmo una partita spettacolare all’Olimpico. Avremmo meritato di vincere la coppa. È un’altra delusione che mi porto dentro».
GLI IDOLI – «Direi Agostino Di Bartolomei. Era il mio idolo, ne studiavo i movimenti e ne ammiravo la grande professionalità. Però era uno spettacolo anche vedere i dribbling di Bruno Conti e i colpi di testa di Pruzzo. In ogni allenamento c’erano almeno due o tre prodezze da ammirare. Chi mi ha insegnato di più? Qui è facile: Carlo Ancelotti senza dubbio. È stato un maestro per me. In campo era un vero duro, ti insegnava come entrare e come posizionarti correttamente. Poi, invece, fuori dal campo era uno spasso. Quante cene e quante risate ci siamo fatti».
IL LAVORO NEL SETTORE GIOVANILE CON BRUNO CONTI – «È stato fantastico, quanti ragazzi abbiamo tirato su. Facevamo un conto con Bruno, più di cento sono diventati professionisti. Un numero incredibile. È molto bello vederli arrivare bambini e seguirli nel percorso. Penso a Florenzi, Pellegrini, Frattesi fino ad arrivare a Calafiori, Zalewski e tanti altri».
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