ESCLUSIVA PSB – Ruvo: “Lo Spezia ha scelto Donadoni solo per il nome! Mi prendo i meriti per Saporiti, non capisco perché Buso…” | OneFootball

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·29 novembre 2025

ESCLUSIVA PSB – Ruvo: “Lo Spezia ha scelto Donadoni solo per il nome! Mi prendo i meriti per Saporiti, non capisco perché Buso…”

Immagine dell'articolo:ESCLUSIVA PSB – Ruvo: “Lo Spezia ha scelto Donadoni solo per il nome! Mi prendo i meriti per Saporiti, non capisco perché Buso…”

Alberto Ruvo è una di quelle persone che conosce la Liguria calcistica a menadito e che, negli anni, l’ha girata in lungo e in largo come il più ostinato dei globetrotter: da calciatore fa parte della rosa di quella Sampdoria che vincerà un memorabile Scudetto e successivamente, non contento, deciderà di tornare a casa sua, a Chiavari, per contribuire alla crescita della piccola ma ambiziosa realtà della Virtus Entella. È però nelle vesti di allenatore che si afferma come leggenda del calcio dilettantistico; per conferire l’adeguata misura delle sue gesta, basti pensare che in 14 anni di carriera in panchina ha conquistato 7 campionati e una Coppa Italia.

Ma, d’altronde, l’animo del vincente non è una cosa che si cancella una volta appesi gli scarpini al chiodo: rimane con te e ti accompagna fino alla fine dei tuoi giorni. Intervistato in ESCLUSIVA ai microfoni di Pianeta Serie B, l’attuale tecnico del Sestri Levante ha analizzato a 360° l’andamento ligure in cadetteria, elogiando il virtuosismo della Virtus Entella e mostrando empatia per le difficili situazioni in cui sono invischiate Sampdoria e Spezia. Infine, non si poteva non parlare di Nicolò Buso ed Edoardo Saporiti, giovani talenti “cresciuti” e lanciati verso i palcoscenici più importanti proprio da Alberto Ruvo. Di seguito l’intervista completa.


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La nostra chiacchierata non poteva che partire dalla città che ti ha dato i natali: a Chiavari sei diventato un’istituzione grazie al tuo glorioso passato calcistico nella Virtus Entella. Sei orgoglioso della crescita societaria, in gran parte derivante dall’impegno e dalla perseveranza del presidente Antonio Gozzi?

“Sono molto orgoglioso di ciò che rappresenta oggi la Virtus Entella: io sono tra i primi cinque nella classifica all-time per presenze, ho passato tanti anni a Chiavari. Qua ho iniziato il mio percorso da allenatore, ho visto la società crescere e fare dei passi da gigante grazie allo spirito imprenditoriale e organizzativo del presidente Gozzi. L’impresa non era per niente facile in quanto Chiavari, storicamente, è sempre stata una città in cui il calcio veniva vissuto come aspetto marginale. Lui è riuscito a portare la gente allo stadio e ad arrivare fino alla Serie B, che per la Virtus Entella è un risultato incredibile”.

A tuo parere, come si sta comportando l’Entella in questa stagione? Cosa ne pensi del lavoro e dei principi di gioco di Andrea Chiappella?

“La Virtus Entella ha tutte le carte in regola per regalarsi una stagione di assestamento ma, guardando al futuro, penso non abbia limiti viste le potenzialità della società e di Gozzi. Non escludo, nel prossimo futuro, che non si possa pensare al grande salto verso la Serie A. Chiappella è un allenatore di prospettiva: ritengo che abbia delle buonissime idee, anche se il nostro modo di intendere il calcio non collima alla perfezione. All’Entella ha la grossa chance di allenare con una società seria alle spalle, ma senza pressioni troppo ingombranti: ci sono tutti gli ingredienti per una collaborazione fruttuosa. Tiritiello, invece, è uno di quei giocatori che sanno sguazzare in area di rigore pur non rimanendoci per larghi tratti della partita. Bisogna ammettere, però, che il merito di questo rendimento da capogiro è anche dei compagni che lo servono con il contagiri; se dovessi dare una percentuale, direi che il 30-40% delle lodi vanno conferite agli assistman”.

La tua carriera da giocatore inizia nelle giovanili della Sampdoria, dove hai avuto modo di ammirare da vicino le gesta di grandissimi campioni quali Mancini, Vialli, Cerezo, Vierchowod, Pagliuca…: quanto fa male vedere una società così gloriosa versare in queste condizioni?

“Fa malissimo, perché io nasco nella Sampdoria e con quella maglia ho la fortuna di vincere uno Scudetto, pur senza esordire ufficialmente. L’ho vista arrivare in finale di Coppa dei Campioni, e constatare questo decadimento mi fa piangere il cuore. Sinceramente, mi auguro che persone come Gozzi e Mantovani non spariscano dal mondo del calcio, perché sennò saremo costretti ad assistere a continue altalene. Queste nuove società se indovinano l’annata giusta raggiungono l’apice, ma poi ricascano ancora più in fretta e dopo poco spariscono dalla circolazione. Le famiglie che sono state padrone del calcio in Italia stanno scomparendo: spero che non si facciano da parte e che non vinca solo il business, ma anche la passione. Nella Sampdoria c’è al 100% un problema interno: ci sono un presidente e dei dirigenti sconosciuti, che passano al campo con il contagocce o solo quando la situazione sta andando a rotoli. Mi dispiace soprattutto per i tifosi, che sono meravigliosi: non dimentichiamo che l’anno scorso, se non fosse stato per il Brescia, sarebbe retrocessa in Serie C. Il ritorno della “dorianità” in società? L’idea è stata giusta, e tra virgolette hanno avuto anche ragione visto il risultato finale, ma secondo me è stata più una trovata di marketing che un’autentica rivoluzione. Diciamo che ai piani alti sono stati astuti come imprenditori a livello di immagine, ma nella sostanza non è cambiato più di tanto”.

Tornando all’attualità, tu sei attualmente impegnato come allenatore a Sestri Levante, città che si trova esattamente a metà tra Genova e La Spezia: anche i bianconeri non se la passano molto bene, dato che si ritrovano in fondo alla classifica dopo aver sfiorato la promozione in A nella scorsa stagione. Cosa ne pensi della scelta di Roberto Donadoni come post-D’Angelo?

“Mi sembra di rivivere la situazione fotocopia della Sampdoria: finché c’era stato l’impegno del presidente Volpi la situazione era rimasta sotto controllo, ma dopo la cessione si è vivacchiato per un paio di anni sino a ritrovarci con le criticità odierne. Per carità, i presidenti ci sono e sono competenti, ma sono stipendiati da qualcun altro e non mettono nulla o quasi di tasca propria. La Sampdoria fa più scalpore perché è la Sampdoria, ma anche lo Spezia si ritrova nelle medesime condizioni. Le capacità di Donadoni non si discutono: è stato un grande campione da giocatore, anche se nelle vesti di allenatore non ha fatto altrettanto bene. Io penso che sia stata più una scelta per il nome che per le idee: reputo D’Angelo un ottimo allenatore e ha pagato un po’ per tutti. Spero per lo Spezia che questa idea sia la strada giusta per portare entusiasmo e risollevarsi, anche se l’ebbrezza dura poco; poi ci vogliono la concretezza e il quotidiano sul campo, non basta solo il curriculum. Mi sarei aspettato più un traghettatore da salvezza che uno come Donadoni, ma per quello che ne sappiamo potrebbero essere stati contattati e non aver accettato: per una circostanza così delicata, personalmente mi sarei affidato ad un profilo che in carriera abbia dimostrato di riuscire in questo tipo di imprese”.

Durante la tua precedente esperienza a Sestri Levante, nella stagione 2020/2021 ti ritrovi in rosa un certo Nicolò Buso: che ricordo hai di lui? Come ti spieghi il fatto che a Catanzaro non trovi spazio con regolarità?

“Ho un bellissimo ricordo di Buso: io e la società, ai tempi, facemmo una grande operazione di calciomercato andando a tesserarlo dopo che era stato lasciato libero dalla Virtus Entella. L’avevo già adocchiato in Primavera ma, dopo averlo visionato nei primi allenamenti, mi ero convinto di puntarci perché avevo notato qualcosa di speciale in lui. Quell’anno in Serie D fece 20 gol senza calciare né rigori né punizioni: un rendimento stellare. Non mi prendo assolutamente i meriti, se li deve prendere lui, però durante quella stagione gli ho dato fiducia e l’ho spinto a sopportare e ad andare oltre i problemi fisici a cui è sempre stato soggetto. Per dirti, molte volte quando Buso mi confidava di non stare bene mi giravo dall’altra parte (ride ndr). Mi dispiace che a Catanzaro stia trovando poco spazio, perché comunque anche la parentesi a Lecco, nonostante la retrocessione, a livello personale era stata molto buona. Mi aspettavo si affermasse con più vigore, ma l’età è dalla sua parte essendo un classe 2000, dunque nulla è ancora perduto: lui ha sicuramente le doti e le capacità per emergere in Serie B”.

In quella squadra era stato aggregato anche un giovanissimo Gabriele Parlanti, che ora si sta ritagliando un discreto spazio alla Carrarese. Secondo te, il ragazzo ha i numeri per affermarsi in grandi palcoscenici?

“L’ho fatto esordire io in Serie D a 17 anni! Quando militava nelle giovanili lo portavo già ad allenarsi in Prima Squadra e, quando c’è stata l’occasione, gli ho regalato un bellissimo ricordo con il debutto. Ha fatto un percorso importante, avallato da una grandissima determinazione nel diventare calciatore, che è sempre stata la sua unica aspirazione. Adesso sta incontrando qualche difficoltà, ma l’importante è non abbattersi e continuare a lavorare sodo. Ha i numeri e la volontà per arrivare in alto: al contrario di Buso e Saporiti, che potevano sopperire ad alcune mancanze grazie al loro bagaglio tecnico, Parlanti ha puntato forte su spiccate doti morali e sulla mentalità”.

A proposito di giovani di belle speranze, al Seravezza Pozzi hai avuto modo di allenare Edoardo Saporiti, che in estate ha compiuto il grande salto accasandosi ad Empoli: quanti meriti ti prendi per il suo exploit?

“Non voglio sembrare presuntuoso, ma per Saporiti qualche merito in più me lo prendo: quando sono arrivato al Seravezza Pozzi, lui non era considerato come meritava secondo me, un po’ per colpa dei miei predecessori e un po’ perché la società non credeva un granché nelle sue capacità. Secondo me, invece, possedeva delle doti importanti e, giorno dopo giorno, l’ho reso consapevole di questo e l’ho indotto a spingersi oltre anche a livello mentale, che è una cosa che fa tutta la differenza del mondo. Probabilmente sarebbe esploso ugualmente, però se non mi avesse incontrato a Seravezza magari non sarebbe arrivato così lontano”.

Balziamo ora all’argomento Serie B: quali squadre vedi più attrezzate per la promozione in A? E per la retrocessione?

“Il Monza ha tutte le caratteristiche per arrivare fino in fondo da vincente, mentre mi fa specie vedere il Palermo così indietro. Il campionato, però, è ancora lungo e i rosanero hanno tutto il tempo per risalire la china. Se Inzaghi è andato a Palermo, significa che c’erano tutti i presupposti per creare qualcosa di importante. Il Modena ha grosse potenzialità, perché ha una società alle spalle che ha investito parecchio in termini economici in questi anni, e ritengo che si giocherà la promozione fino all’ultimo, così come il Frosinone, mentre mi stupisce vedere il Cesena in una posizione di classifica così blasonata. Per quanto riguarda la retrocessione, vedo la Sampdoria e lo Spezia in grande difficoltà. Tra le due rischiano molto i bianconeri, anche sentendo le opinioni di alcuni amici presenti in società. Non vedo molto bene nemmeno il Pescara, considerando che è pure una neopromossa. Il Südtirol bazzica sempre quelle zone di classifica ogni anno, ma dovrebbe farcela così come la Carrarese, che è guidata da un ottimo allenatore quale è Calabro. In ogni caso, penso il risultato finale non si discosterà troppo da quello che sta mostrando la classifica odierna”.

Domanda secca: le tre liguri si salvano?

“Sampdoria e Virtus Entella si salvano, lo Spezia retrocede”.

In chiusura, volevo chiederti se tra gli attuali allenatori militanti in Serie B c’era qualcuno che ti aveva stupito in positivo per proposta di gioco e principi?

“Se devo essere sincero, io sono un allenatore che basa il suo modo intendere il calcio sulla concretezza: come amo dire sempre, io non alleno me stesso ma i giocatori che ho a disposizione. Per tali motivi e per quello che ha dimostrato in Serie B, ti dico che ammiro Filippo Inzaghi; avrà qualche limite, soprattutto a livello tattico, ma fa del pragmatismo il suo credo. Un altro allenatore che apprezzo molto è Guido Pagliuca: fino a qualche anno fa era stato parzialmente frenato dal suo carattere, ma ritengo che abbia idee molto valide. Non sposo tantissimo la filosofia opposta, come può essere quella proposta da Possanzini al Mantova: secondo me, nel lungo periodo, qualcosa viene lasciato per strada”.

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