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·8 giugno 2026
Fabregas tuona: «I social divorano il tempo dei bambini, bisogna smetterla di pensare che se arrivi secondo hai fallito!»

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Cesc Fabregas si racconta a tutto campo in una lunga intervista concessa a Walter Veltroni per il Corriere della Sera. L’allenatore del Como affronta temi che spaziano dall’educazione dei giovani all’impatto dei social network, passando per il calcio moderno, il progetto del club lariano, la valorizzazione dei talenti italiani e le ambizioni in Champions League.
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Fabregas ricorda i suoi primi anni con il pallone, vissuti tra strada e campetti di quartiere.
INFANZIA – «Ho imparato a giocare a calcio per strada sotto casa, mi divertivo a giocare tirando la palla contro il muro o la saracinesca dei negozi. Mi rivedo giocare in quelle partite monumentali venti contro venti sui campetti del paese, non avrei mai smesso. D’estate i miei mi lasciavano dai nonni, davanti alla loro casa c’era un campetto da cinque contro cinque e io stavo lì dalla mattina alla sera. Mi bastava sentire dalla finestra il rumore del pallone e scendevo di corsa, era una magnifica ossessione».
Il tecnico spagnolo esprime forte preoccupazione per l’influenza della tecnologia sulle nuove generazioni e racconta anche la sua esperienza personale come padre.
LA BATTAGLIA AI SOCIAL – «Mi piacerebbe che i miei figli provassero quella gioia, quella sensazione di libertà creativa. Ma ora il tempo è occupato dall’iPad, dai social, da tutta quella merda lì che divora il tempo dei bambini. Il pericolo della società digitale? L’illusione di vivere in un mondo che non è reale, non esiste. Tutta la gente che ti esalta o che ti insulta sui social, non esiste. Spesso sono dei robot, persone frustrate, rancorose, gente che abita dall’altra parte del mondo e dopo cinque minuti neanche si ricorda di essersi occupata di te. È difficile. Mia figlia di tredici anni è l’unica della sua classe che non ha telefono. Ma anche se lei si innervosisce per questo, io tengo duro. Fino a sedici o diciassette anni, l’età minima che dovrebbe essere prevista, non lo avrà. No Instagram, no Twitter, cerco di proteggere la sua adolescenza. Voglio che faccia di questo un uso consapevole, non che si faccia mangiare il tempo della sua vita da un telefono».
Secondo Fabregas, i ragazzi stanno crescendo in una società che rende sempre più difficile concentrarsi e vivere le emozioni in maniera autentica.
MANCA LA PAZIENZA NEI RAGAZZI DI OGGI – «I ragazzi di oggi non hanno pazienza, non riescono più a concentrarsi per più di due minuti, devono cambiare sempre tema, non riescono a fare una cosa per volta. Se un giocatore sbaglia un passaggio sembra sia la fine del mondo, ma sbagliare è naturale, direi necessario. Chi debutta in prima squadra dovrebbe essere emozionato, legato al collettivo. Invece no, alcuni di loro stanno seduti con il telefonino in mano. Dov’è la gioia? Io li faccio festeggiare. Tutto. Un esordio, un compleanno, il primo goal. Devono percepire l’importanza di quello che fanno, di quello che sono. Bisogna vivere la gioia, celebrare ogni piccolo passo della vita. Non è tutto normale, tutto scontato. Il calcio è uno stile di vita. Un modo di essere. Il calcio è speciale, lo si può giocare sempre e ovunque. Spesso non serve neanche un pallone, basta immaginarlo».
Fabregas ritiene che il calcio stia perdendo parte della sua poesia e della sua spontaneità.
LA PRESSIONE DEI SOCIAL – «Poesia che si sta un po’ perdendo? Sì per la pressione della gente che sta intorno al calcio, perché non è consentito sbagliare, non c’è pazienza per formare, per far migliorare i giocatori, ci sono pochi educatori nel calcio. E poi i social, che cercano sempre di gettare fango su ogni cosa, su ogni persona. Non si parla più di calcio, ci si insulta. Basta sbagliare una partita e sei una nullità. Tutto rapido e violento».
L’ex centrocampista di Arsenal, Barcellona e Chelsea analizza anche l’evoluzione tattica del gioco.
L’EVOLUZIONE DEL GIOCO – «Oggi il calcio è più veloce, tutti devono controllare tutto, programmare tutto. E questo finisce con l’imprimere un carattere robotico al gioco. Non c’è spazio per il talento, la creatività. Se uno cerca di fare una giocata complicata e sbaglia, viene massacrato. Tutti difendono bene, ma pochi attaccano. Come nella finale di Champions, in cui una squadra difendeva e l’altra cercava di fare gioco. Tutto ormai è più difensivo che offensivo».
Fabregas spiega quale sia la filosofia adottata nel vivaio del Como.
IL VIVAIO DEL COMO – «Nelle giovanili del Como si insegna soprattutto la tecnica, e questo mi piace molto. Costruire, dribblare, attaccare la profondità, questo fa divertire i ragazzi. Ma poi quando vado a vedere le partite, anche dei bambini, rimango deluso perché le altre squadre pensano solo a vincere, a fare falli, gli allenatori urlano ai bambini “Corri, attacca, mettiti 4-4-2!”. Il calcio, per i bambini, deve essere gioia. E comunicazione. Non c’è migliore tattica che parlarsi in campo, si vede meglio con gli occhi anche dei tuoi compagni».
L’allenatore racconta anche alcune delle regole che ha introdotto all’interno del gruppo squadra.
REGOLE – «Quando siamo in ritiro a pranzo io metto il mio tavolo davanti ai giocatori per vedere le dinamiche tra i ragazzi e mi piace che parlino, scherzino, si capiscano. La nostra regola è che almeno a pranzo non si usi il cellulare. Io non capisco quando i giocatori, anche miei ex compagni, durante il riscaldamento, a due minuti dall’inizio della partita, usano il telefono. Con chi devi parlare? L’arbitro sta per fischiare».
Fabregas affronta poi il tema della presenza di giocatori italiani nella rosa del Como.
POCHI ITALIANI IN SQUADRA – «Mi dispiace non aver giocatori italiani nel mio Como. Quando eravamo in serie B il 95% della squadra era composto da italiani e abbiamo vinto. Anche l’anno scorso ne avevamo molti. Quest’anno non abbiamo avuto la fortuna di trovare giocatori italiani funzionali al nostro modo di stare in campo. Ma mi rendo conto del problema. Io mi sento parte del calcio italiano e voglio dare una mano alla ripresa del calcio di questo Paese. A cominciare dal potenziamento del settore giovanile».
Sul mercato e sulla costruzione della squadra aggiunge:
SUL MERCATO – «Quest’anno a gennaio non abbiamo comprato nessuno. A me non piacciono le rose che col mercato invernale vengono rifatte da capo, alimentano instabilità nel gruppo. Se cambi dieci giocatori ogni sei mesi diventa impossibile costruire una squadra. Quest’anno siamo rimasti come eravamo e siamo andati in Champions. Acquistare sul mercato interno è difficile, in Italia o in Inghilterra è la stessa cosa. Alcuni giocatori buoni, ma non fuoriclasse, ormai sono valutati 40 milioni di sterline, il mercato è questo. Io cerco i giocatori funzionali al nostro modo di giocare. Mi arriva una lista e io scelgo quelli più organici alla nostra visione. Quest’anno spero di trovare anche giocatori italiani».
Guardando alla prossima stagione, Fabregas invita a mantenere i piedi per terra.
CHAMPIONS? – «Dobbiamo migliorare tanto la squadra. La Champions non è uno scherzo, se non sei adeguato ti stroncano anche con punteggi tennistici. Una cattiva giornata o dieci minuti sbagliati possono compromettere tutto. Non basta dire che l’anno precedente è andato bene, bisogna fare un salto di qualità. Dobbiamo goderci, qui a Como, la Champions. Ma sapendo che spesso squadre che hanno fatto bene un anno come Girona, Leicester, Nottingham Forest poi hanno conosciuto un’involuzione. Bisogna essere pronti per il più importante torneo per club del pianeta. Non si può sbagliare. E tenendo d’occhio il campionato. In Italia è difficile. Noi abbiamo fatto 71 punti e siamo arrivati quarti, in altre leghe saremmo stati più in alto. Una rosa adeguata è necessaria per affrontare una stagione con tante partite di qualità».
Sul futuro di Nico Paz, uno dei talenti più seguiti della rosa, mantiene il massimo riserbo:
SUL FUTURO DI NICO PAZ – «Nico Paz rimarrà? Non si sa, lui è molto contento di stare con noi. Vediamo cosa succede».
Fabregas commenta anche l’assenza dell’Italia dalla Coppa del Mondo.
ITALIA FUORI DAI MONDIALI – «Le sfide con Del Piero, Pirlo, Buffon erano storiche, per noi spagnoli. L’Italia è una grande nazione calcistica e la sua assenza dalla World Cup è un peccato. Tutti dobbiamo aiutare la ripresa formando gli italiani. Stiamo lavorando sul settore giovanile, questo è il mio contributo. Se poi ci saranno occasioni di mercato per calciatori italiani, li prenderemo».
Infine, il tecnico del Como lancia un messaggio al calcio moderno, spesso caratterizzato da risultati immediati e poca pazienza.
POCO TEMPO PER GLI ALLENATORI – «Quando tanti allenatori vengono esonerati dopo tre partite vuol dire che si è sbagliato a monte. Un allenatore deve avere autorità sui giocatori e la società deve aiutarlo. Se scegli un allenatore devi valutarlo dopo uno o due campionati, non puoi cacciarlo perché il pubblico fischia. Devi avere un progetto e tenere duro. Come ha fatto l’Arsenal con Arteta? Nelle prime tre stagioni erano arrivati due volte ottavi. Non per questo hanno cambiato guida tecnica. Poi, dopo sette anni, in questa stagione hanno vinto la Premier e sono arrivati in finale della Champions».
E conclude:
VINCERE – «Tutti vogliamo vincere, a cominciare dai giocatori. Noi siamo la terza squadra in Europa che ha giocato con più calciatori under 23. Io ho detto alla società che era un investimento sul futuro, ma che non si potevano aspettare subito tutto. Vogliamo fare una squadra giovane ma non vogliamo il tempo di farli crescere? Bisogna smetterla di pensare che se arrivi secondo in campionato hai fallito. Vince uno solo, tutti gli altri hanno fallito? Io non la penso così, il mio mondo è diverso».







































