Inter Milan
·23 settembre 2026
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Leader si nasce, o all’occorrenza si diventa.
Roberto Mancini all’inizio della sua carriera prediligeva un centrocampo puramente tecnico. Anche all’Inter, vedemmo da destra a sinistra Figo, Cambiasso, Veron e Stankovic. Creatività pure, a dispetto magari di un impatto fisico relativo. Diverso il discorso in Inghilterra, dove si innamorò, calcisticamente, di Yaya Tourè. Fisico e tecnica, mobilità e leadership: nell’ivoriano Mancini vedeva il suo centrocampista di riferimento.
Al Galatasaray, tappa successiva della sua carriera, c’era Felipe Melo. E anche qui il brasiliano divenne il giocatore di riferimento in campo, l’ultimo ad arrendersi. Quando Mancini tornò all’Inter, chiese e ottenne sul mercato il Comandante, come nel frattempo lo avevano conosciuto in Turchia, calciatore a volte un filo troppo irruento ma di indubbie qualità temperamentali oltre che tecniche. Felipe Melo cominciò vincendo un derby, e riuscì a tenere a galla un’Inter che certamente da scudetto non era, ma che cullava sogni di grandezza. Vinse le prime quattro partite e si trovò a giocare con il Verona in casa per mantenere il primato solitario. Era un’Inter con qualche giocatore che avrebbe poi vinto con il Club, come Handanovic, Perisic e Brozovic, e tanti altri rimasti nel cuore dei tifosi, vedi Guarin e Miranda. E poi c’era Felipe Melo, pronto a battagliare in mezzo al campo. A trentadue anni la gamba non era più quella di quando alla Fiorentina aveva disputato uno strepitoso primo torneo di Serie A. Poi seguì l’arrivo alla Juve, con qualche polemica ex post.
Quel pomeriggio scelse Inter-Verona per segnare il suo unico gol in nerazzurro, uno stacco imperioso su corner. Uno a zero e quindici punti su quindici.
A fine anno sarà quarto posto, di italiane in Champions League però ne andavano soltanto tre. La squadra era in costruzione, e qualche anno dopo sarebbe tornata nell’Europa che conta per non uscirci più. Melo perse qualche posto nelle gerarchie di centrocampo con una prestazione negativa contro la Lazio, in cui prima di essere espulso causò il rigore del definitivop vantaggio laziale. Tornò poi in Brasile dove fece in tempo a vincere, a quarant’anni, una Copa Libertadores.
Oggi nelle interviste Felipe Melo si definisce nerazzurro senza dubbio alcuno. Perché interisti di solito si nasce, ma si può anche diventarlo cammin facendo.