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·20 febbraio 2026

🫂Galliani: “Allegri convinse Berlusconi in 5′. Tifo per lui, noi insieme a S. Valentino”

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L’ex AD di Milan e Monza Adriano Galliani ha rilasciato un’intervista amarcord al Corriere della Sera ricordando le tappe rossonere vissute con Silvio Berlusconi.

Quando il calcio è entrato per la prima volta nei suoi discorsi con il Cavaliere? «Dal primo incontro del 1° novembre 1979 quando con una stretta di mano gli ho venduto il 50% della mia azienda, l’Elettronica Industriale: in quell’occasione gli avevo spiegato di essere uno dei proprietari del Monza e lui mi aveva raccontato di essere tifoso del Milan già da bambino».


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Era stato un incontro a due? «Eravamo in quattro: oltre a noi, erano seduti a tavola Fedele Confalonieri e Aurelio Cazzaniga. Abbiamo parlato di reti televisive ma anche dei pomeriggi trascorsi dal presidente con Fedele a vedere all’Arena gli allenamenti del Milan di Nordahl e Liedholm».

Come si è arrivati all’acquisto del Diavolo? «Proseguo la mia vita fra il Monza e la creazione delle reti di trasmissione di Canale 5, Italia 1 e Rete 4 fino alla fine dell’85. Dal momento che il Milan era retrocesso in B, avevo nel frattempo invitato a Monza tutto il gruppo Fininvest, compreso Paolo Berlusconi, Giancarlo Foscale e Fedele, ad assistere alle sfide con i rossoneri. Poi arriva Natale».

Cosa succede? «Andiamo in vacanza a Saint Moritz, ci sono anche Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Il presidente ci chiede cosa pensiamo della possibilità di acquistare il Milan e io che sono l’unico con esperienze calcistiche lo metto in guardia: “Se noi perdiamo un sacco di soldi con il Monza in B, si immagini i costi per una squadra di A”».

Non lo convinse? «Mi rispose “Adriano, il Milan non afferisce alla sfera del business ma a quella dei sentimenti”. Una frase d’amore, che fa capire il perché dell’acquisto: la politica sarebbe arrivata alla fine del ‘93».

Di quel 20 febbraio cosa ricorda? «Tutto: nello stesso giorno ci fu anche la prima trasmissione di La Cinq e io con il presidente ero a Parigi. Brindammo a quelle due avventure al ristorante sulla Tour Eiffel».

Il Milan fu, per il presidente, il trampolino per una notorietà planetaria? «No, fu un atto d’amore. Lo ha comprato senza sapere quanti debiti la società avesse. D’altra parte, se il Milan fosse fallito, avrebbe perso il titolo sportivo».

Anche la sua vita sarebbe stata diversa? «Assolutamente sì. Io penso a Silvio Berlusconi ogni mattina al risveglio. Senza di lui, pur con gli stessi dirigenti, allenatori e campionissimi il Milan non avrebbe mai vinto 29 trofei in 31 anni. Sono stato fortunato a essere al suo fianco: era uno straordinario motivatore. Entravo ad Arcore camminando, uscivo volando pronto a piantare antenne sull’Everest, non a Montevecchia. Se lo dovessi paragonare a un calciatore sarebbe Pelè».

E lei come si definirebbe? «Io, Confalonieri e Dell’Utri pensavamo che il termine esatto fosse: “Silvio Berlusconi e la sua orchestra”. Ogni dodici del mese, in ricordo della sua scomparsa, andiamo ad Arcore per una messa in sua memoria».

Quando nasce il vostro Milan? «Il 1° luglio del 1987 perché nella stagione precedente c’era un tecnico, Liedholm, e due stranieri, Hateley e Wilkins, che non avevamo scelto noi. Berlusconi puntando su Sacchi che non aveva mai allenato in A dimostrò di essere, come sempre, un visionario. La nostra avventura cominciò quando radunò al castello di Pomerio i dipendenti e affidò la mission di far diventare il Milan la prima squadra al mondo».

La prima mossa dirompente? «All’epoca il campionato era dominato da due squadre, la Juve di Platini e il Napoli di Maradona. Berlusconi voleva dare un segnale forte al suo ingresso nel mondo del calcio e quando mi ha chiesto un consiglio ho risposto “dobbiamo comprare il miglior giovane dell’Atalanta, Roberto Donadoni, soffiandolo alla Juve”. La vigilia di Pasqua del 1986 io e il presidente andiamo a Bergamo a vedere una gara dell’Under 21 e incontriamo il presidente Bortolotti. A Pasquetta viene ospitato a cena ad Arcore e viene convinto per la prima volta in assoluto a spezzare l’asse di ferro che l’Atalanta aveva con la Juve. Con quel colpo dimostriamo che al tavolo ci siamo anche noi».

La vittoria che lo ha reso più euforico? «La notte della finale di Coppa dei Campioni con la Steaua. Aveva le stelline che uscivano dagli occhi. Mai più visto così felice per nessuna altra impresa. Il presidente è stato grande nelle sue quattro vite, l’edilizia, la tv, lo sport e la politica».

Ha seguito il Milan anche dopo la vendita? «Quando c’era Pioli, mi chiedeva di chiamarlo. Poi glielo passavo e lui gli contestava la costruzione dal basso e gli dava suggerimenti tecnici».

Allegri piaceva al presidente? «L’ho portato ad Arcore nel 2010 il giorno della finale di Champions dell’Inter. Dopo 5’ era l’allenatore del Milan».

Lei tifa per Max? «Di più, abbiamo passato insieme la sera di San Valentino. Le basta?».

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