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·29 gennaio 2026

Garbato, ma non troppo – Di Vergara in Serie B ne vediamo tanti, ma il calcio italiano li brucia tutti

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Il day-after dell’eliminazione dalla Champions League del Napoli ha portato al centro di ogni discorso un calciatore che noi che raccontiamo la Serie B da un decennio conosciamo benissimo: Antonio Vergara. La ruleta da sogno su un teorico top player del ruolo come Fofana propedeutica al gol del momentaneo pareggio contro il Chelsea ha iscritto il ventitreenne, al primo gol ufficiale con la maglia della città in cui è nato e cresciuto, negli sfavillanti registri del calcio internazionale. Tra chi ne esalta il talento di cui fino a ieri era all’oscuro e chi lo utilizza come strumento dialettico per contestare la gestione della rosa di Antonio Conte, chiunque guardi calcio da Cernusco sul Naviglio ad Avola oggi ha parlato di lui. In pochi, però, lo hanno ammirato per più di 5 partite nel corso della vita.

Lungi dal sottoscritto voler fornire una scheda completa del ragazzo, è compito di match-analyst e osservatori che hanno studiato una vita per svolgere al meglio questa mansione. Il tema infatti è proprio questo: in Italia l’atto di umiltà di ascoltare i professionisti non lo compie nessuno. Talento ce n’è, come ce ne sarà sempre in una nazione che del calcio ha fatto una religione laica. Eppure muore ogni giorno: dai Pulcini alle panchine di Serie A, dai sopra età in Primavera ai terzini rigorosamente Under che vagano spaesati per i campi polverosi di Serie D al fine di soddisfare un regolamento scellerato.


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Vergara tecnicamente è merce rarissima, non per l’Italia o la Serie A ma per questo sport. Se a 23 anni ha avuto bisogno di un’ecatombe in casa Napoli per giocare continuità non è colpa di Conte, ma della società. Il ragazzo ha ancora dei limiti che non dipendono da lui, ma dall’assenza assoluta di formazione calcistica ricevuta. Gioca un calcio di strada e ciò è una risorsa preziosa, ma a oggi è fermo a quei colpi magini e a una visione sopraffina. In casa azzurra non ha mai goduto non semplicemente di fiducia, ma proprio di interesse. La trafila nelle Giovanili non l’ha sgrezzato, i prestiti non l’hanno preparato al salto.

È stato cresciuto come un trequartista, ruolo che obiettivamente gli è naturale e congeniale. Nel calcio di oggi, però, ne esistono pochissimi per un problema pratico: con la densità e l’intensità che è richiesta nelle porzioni centrali del campo, per essere incisivo servono una rapidità di gambe e una fisicità spaventose. Il ragazzo non ha in maniera innata nessuna di queste due caratteristiche, anche se compensa con protezione palla eccelsa, e neppure gliele si è provate a trasferire.

Sia la Pro Vercelli in Serie C che la Reggiana in Serie B, nel momento in cui è approdato nel 2023, giocavano con l’uomo dietro le punte. E infatti i suoi numeri sono stati buoni, non strepitosi. La personalità e la classe mai mancate, ma è difficile spiccare mentre si ricevono colpi continui e non si è abbastanza spessi per pararli tutti. Proprio nel momento migliore di quell’avvio di stagione in cadetteria purtroppo si rompe il crociato e il Napoli istantaneamente rinnova il prestito con gli emiliani. Ovviamente, nell’annata seguente cambia l’allenatore e cambia il sistema.

Con William Viali e Davide Dionigi inizia la peregrinazione per il campo: ricopre tutti i ruoli dell’attacco, a tratti agisce da centrocampista. Un’esperienza che lo ha reso certamente più pronto all’impatto attuale col grande calcio, ma ha anche rischiato di smarrirlo. Oggi è facile raccontare di una stagione spaziale in B, ma bisogna ricordare che dopo i 2 gol nelle prime 2 giornate dello scorso campionato ha vissuto un calo prestazionale importante nel girone d’andata. Spesso, infatti, è stato addirittura posto sul banco degli imputati in merito ai risultati negativi della squadra. Le difficoltà lo hanno forgiato e la sua qualità alla lunga è emersa ed è stata cruciale per la salvezza della Regia, ma è evidente che il calciatore tornato alla base quest’estate non avesse molti punti di contatto con quello salutato 24 mesi prima.

Un giocatore più completo, certo, ma non attraverso un percorso indirizzato con consapevolezza dal club. Il Napoli non ha mai avuto un progetto Vergara, non lo ha plasmato per diventare un elemento della rosa, non ne ha riconosciuto il talento, non ha riflettuto su quale collocazione dargli, su quali caratteristiche esaltare o su quali aspetti del suo gioco affinare. Lo ha tenuto perché anche un cieco ascoltando il suo tocco di palla avrebbe capito che dei prodotti del settore risultasse quello più pronto per figurare nelle liste Champions. Non un’occasione, ma un rapimento: ingabbiato in un organico stracolmo nel suo ruolo che gli ha rubato l’ossigeno. È stato vissuto come un “male necessario” per rispettare le regole, proprio come i terzini Under in Serie D di cui si parlava a inizio articolo.

Il club non crede nel vivaio, lo vive come un costo da contenere il più possibile. Rafa Benitez nel 2015 e Antonio Conte 10 anni dopo hanno chiesto come garanzia per la permanenza al presidente Aurelio De Laurentiis non un colpo da 80 milioni, ma un investimento serio sulle strutture. A oggi tutto tace e sarebbe bello raccontarci che quella partenopea sia un’eccezione e non la regola. Un esempio differente che racconta il vuoto pneumatico insito nella prospettiva calcistica italiana è Alphadjo Cisse del Verona. Un calciatore da Nazionale in prospettiva, di cui nessuno parla e nessuno si interessa. Superiore tecnicamente a ogni componente della rosa dei veneti, probabilmente in grado già oggi di parlare la stessa lingua calcistica di Giovane ora ceduto proprio al Napoli. L’Hellas non si limita a non puntarci in una stagione in cui della sua qualità avrebbe avuto estremo bisogno cedendolo in prestito al Catanzaro, va oltre. Si affretta addirittura a venderlo già a gennaio al PSV Eindhoven, probabilmente per la paura di ricavare meno dei quasi 10 milioni che incasserà qualora nel futuro prossimo il classe 2006 avesse delle flessioni di rendimento.

Di calciatori così ne vediamo tanti in Serie B, ogni anno. A volte ci arrivano da grandi, a volte da giovanissimi, spesso insicuri e senza un ruolo e un’identità precisi. Raramente appaiono come un asset delle società che ne detengono il cartellino, un patrimonio da coccolare, custodire e valorizzare. Sembrano figli del caso, di un sistema che li produce per inerzia e li spazza via per far spazio ai prossimi in un ciclo autodistruttivo continuo. Non c’è cura, non esiste visione: Cerbero è talmente miope da mangiare la propria coda e talmente assuefatto da non provare alcun dolore nell’atto, così da poter convincere se stesso di aver sbranato una preda succulenta.

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