Gigi Martini: "Il campo è una cosa, il rispetto è un’altra. Il presidente..." | OneFootball

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·30 settembre 2026

Gigi Martini: "Il campo è una cosa, il rispetto è un’altra. Il presidente..."

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Gigi Martini, uno degli eroi della Lazio del 1974, è tornato a parlare del momento del club biancoceleste sulle colonne de Il Tempo, condividendo una nuova riflessione.

La lettera di Martini a Il Tempo

Caro direttore, comincio da una cosa bella, perché anche quelle vanno dette. In questo periodo la squadra si sta togliendo qualche soddisfazione, e non è un caso. Gattuso ha riportato nello spogliatoio tre cose che mancavano da troppo tempo: grinta, fiducia, determinazione. Chi ha vissuto uno spogliatoio sa che sono la base di tutto. Prima ancora della tattica, prima ancora dei nomi. Noi, nel ’74, sulla carta eravamo una squadra normale: avevamo quello, la convinzione di non arretrare mai davanti a nessuno. Quando quelle tre cose ci sono, una squadra diventa difficile da affrontare per chiunque. Detto questo, non facciamo l’errore di confondere i piani. Perché la ferita che il mondo laziale si porta dentro non si chiude con una classifica. E qui voglio ripetere, in queste colonne, quello che ho scritto qualche settimana fa di getto. Come si fa a non capire che l’aquila non la puoi mettere in gabbia? Non esiste una gabbia capace di tenerla prigioniera. L’aquila, se non vola libera, muore. Non appartiene a chi la possiede sulla carta: appartiene a tutti quelli che si emozionano vedendola ad ali spiegate, volteggiare nel celeste del cielo.

Prosegue

Con la passione funziona allo stesso modo. Non la puoi mortificare ogni giorno e poi, quando se ne va delusa, pretendere che torni indietro solo perché ti fa comodo. I ragazzi della Nord sono la voce di quella passione. Sono loro che hanno tenuto in vita il passato, la storia di questa squadra con l’aquila sul cuore. Sono loro che l’hanno coltivata mentre altri la calpestavano, che hanno continuato a gridare il grido di battaglia quando intorno c’era il vuoto. Lo dico da uomo del ’74: quello spirito è dentro di loro. Lo spirito ribelle, quello che viene fuori esattamente nel momento in cui qualcuno ti vuole prigioniero. Gli indomabili di allora vivono in questi ragazzi. Chi li descrive come un problema non ha capito niente della Lazio. Ecco perché mi fa specie sentir dire che adesso, siccome arrivano i risultati, dovrebbe finire tutto. Non funziona così. Il campo è una cosa, il rispetto è un’altra. E il rispetto, alla nostra gente, non è ancora stato restituito. Il futuro, allora, dipende da una sola qualità, la stessa che chiedevo mesi fa: il coraggio. Servono i migliori uomini in campo e in società, servono competenza e visione, ma prima di tutto serve il coraggio di guidare invece di limitarsi a gestire. Umberto Lenzini diceva una frase che dovrebbe stare scolpita a Formello: questi soldi sono dei laziali, io ne sono soltanto il custode. Custode, non padrone. É tutta li la differenza tra chi serve una squadra e chi se ne serve. Io continuo a sperare. Vedo una squadra che ha ritrovato l’anima e un allenatore che ci mette la faccia. Manca l’ultimo pezzo, il più difficile: qualcuno che restituisca alla gente quello che le è stato tolto. Il giorno in cui accadrà, l’Olimpico tornerà pieno in mezz’ora. Non serve altro. Perché l’aquila vola o muore. E un laziale vale più di centomila.

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