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Zerocinquantuno

·28 maggio 2026

Gli ingenui siamo noi

Immagine dell'articolo:Gli ingenui siamo noi

Tempo di Lettura: 2 minuti

Gli ingenui saremo noi, ma non più tardi di due settimane fa ci sembrava di aver ascoltato un allenatore del Bologna ragionare sulla fragilità dei progetti tecnici, sulla cronica incapacità del calcio italiano di credere davvero nelle persone e nelle idee nel lungo periodo, sulla pazienza sempre più corta dell’ambiente — tifosi compresi. E poi puff. Due anni in panchina e via, con buona pace dei progetti, delle idee, delle parole spese.


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Gli ingenui saremo noi, che qualche fischio lo abbiamo pure fatto partire — mai in aperta contestazione, sia chiaro — davanti a dieci sconfitte interne su diciannove partite: il peggior rendimento casalingo della storia rossoblù. Perché, sai com’è, gli abbonamenti non li regalano: se un tenore stecca sempre al Comunale e poi canta magnificamente alla Scala, un po’ di malumore ti viene. Gli ingenui saremo noi, che avevamo pensato di essere aritmeticamente ancora in corsa per l’Europa, ma evidentemente no.

Gli ingenui saremo noi, ad aver preso quei palloni calciati in curva come un dardo d’amore, quella Coppa Italia alzata al cielo come una promessa implicita, quell’abbraccio in piazza come qualcosa destinato a durare più di una stagione. Avere scambiato, insomma, l’emozione per appartenenza. Ma appunto: siamo ingenui.

E il tempo, semmai ce ne fosse ancora bisogno, ha il merito di mettere ogni gesto nella giusta prospettiva. Come quello di Sinisa Mihajlovic, che due giorni dopo essere stato esonerato — già consumato dalla malattia — comprò una pagina di giornale per ringraziare tutti. Lui, che probabilmente sapeva di avere davanti pochissimo tempo, trovò comunque il modo di lasciare qualcosa agli altri.

Sorvoliamo allora sui modi, sui tempi, sulle mezze frasi e sulle parole lasciate sospese. Perché gli ingenui siamo noi, che quando sentiamo parlare al futuro pensiamo ancora che significhi volontà, intenzione, impegno. Nel calcio moderno, invece, il futuro è soltanto un tempo verbale.

Ed proprio questa la vera amarezza dell’addio di Italiano: non la scelta di andare via, legittima come tutte le scelte professionali, ma la sensazione che nel calcio di oggi ogni legame debba essere consumato in fretta, senza il coraggio di diventare qualcosa di più duraturo. Restano i risultati, certo. Resta una Coppa Italia che nessuno cancellerà. Ma restano anche le parole. E quelle hanno il brutto vizio di pesare soprattutto quando smettono di essere vere.

Luca Baccolini

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