Milannews24
·30 maggio 2026
“Guardo il mio Milan e mi si stringe il cuore”: il pensiero che Silvio Berlusconi avrebbe oggi

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·30 maggio 2026

Se potessi guardare oggi il Milan, probabilmente la prima cosa che direi sarebbe una sola: “Questo non è il Milan che ho sognato.”
Perché il Milan, per me, non è mai stato soltanto un club di calcio. Non era un’azienda, non era un investimento, non era un marchio da valorizzare. Era una passione, una responsabilità, una parte della mia vita. Era la gioia di milioni di persone che aspettavano la domenica per emozionarsi, per sentirsi rappresentate da una squadra capace di vincere ma anche di far sognare.
Quando arrivai nel 1986 trovai una società in difficoltà. Molti vedevano problemi, io vedevo opportunità. Vedevo una maglia che meritava di tornare la più prestigiosa del mondo. Vedevo una tifoseria che meritava di essere orgogliosa.
E allora investimmo, lavorammo, costruimmo. Non soltanto una squadra, ma un’identità.
Il mio Milan non doveva semplicemente vincere. Doveva essere bello. Doveva entusiasmare. Doveva far innamorare.
Per questo arrivarono grandi campioni. Per questo furono scelti allenatori visionari. Per questo ogni stagione iniziava con un’ambizione chiara: essere i migliori.
Oggi, invece, guardando il Milan dall’esterno, la sensazione è che si sia smarrito qualcosa di fondamentale. Non parlo solo dei risultati, che nel calcio possono andare e venire. Parlo di quell’anima che per tanti anni ha reso il Milan diverso da tutti gli altri.
La cosa che mi farebbe più male non sarebbe leggere una classifica deludente. Sarebbe vedere la rassegnazione negli occhi dei tifosi.
Perché il popolo rossonero è sempre stato abituato a sognare in grande. A credere nell’impossibile. A entrare a San Siro con la convinzione di poter battere chiunque.
Il Milan non può vivere di ordinaria amministrazione.
Il Milan è nato per competere ai massimi livelli. È nato per avere protagonisti, leader, campioni e dirigenti capaci di trasmettere una visione.
E quando quella visione manca, i tifosi lo percepiscono immediatamente.
Se fossi ancora al timone, probabilmente partirei da una parola semplice: ambizione.
Rimetterei il Milan al centro di ogni decisione. Cercherei persone competenti ma soprattutto innamorate dei colori rossoneri. Costruirei una società forte, con ruoli chiari e obiettivi dichiarati senza paura.
E poi farei una cosa che ho sempre fatto: ascolterei i tifosi.
Perché il Milan non appartiene a chi lo gestisce. Appartiene a chi lo ama.
Forse il motivo per cui tanti tifosi sentono nostalgia non riguarda soltanto i trofei. Non riguarda soltanto le Champions League, gli Scudetti o le notti europee che hanno fatto la storia.
La nostalgia nasce dal fatto che, in quegli anni, esisteva la sensazione che tutto fosse possibile.
Ogni estate portava entusiasmo. Ogni progetto aveva un orizzonte chiaro. Ogni stagione iniziava con il desiderio di conquistare il mondo.
Oggi molti milanisti provano la sensazione opposta. E forse è proprio questo il vuoto più difficile da colmare.
Silvio Berlusconi manca perché rappresentava un sogno. Un presidente che viveva il Milan con passione autentica, che si esaltava per una vittoria e soffriva per una sconfitta come un tifoso qualunque.
Le vittorie possono tornare. I cicli negativi finiscono. Il calcio cambia continuamente.
Ma quella miscela unica di carisma, ambizione, follia creativa e amore sconfinato per il Milan apparteneva a un’epoca irripetibile.
Ed è per questo che tanti tifosi, guardando il presente, non riescono a evitare lo stesso pensiero: certe emozioni forse non torneranno più.
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