Calcionews24
·11 giugno 2026
I 10 gol più belli e iconici nella storia dei Mondiali: da Baggio a Maradona

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Impossibili, immortali e indimenticabili: La Tìtop 10 dei gol che hanno scritto la storia del calcio ai Mondiali
Dal primo storico sigillo di Lucien Laurent nel luglio del 1930 fino alla tripletta di Mbappé nella folle finale del 2022, la storia dei Mondiali di calcio è stata scritta attraverso oltre 2.700 reti.
Se l’ultimo pallone pesante ad insaccarsi è stato il rigore di Montiel che ha laureato l’Argentina campione del mondo, oggi vogliamo fare un passo indietro. Dimentichiamo i tiri dagli undici metri e concentriamoci sulla pura bellezza cinetica: i gol nati dal vivo del gioco.
Selezionare solo 10 perle in un oceano di capolavori è un esercizio quasi spietato. Ogni classifica è un invito al dibattito, e questa non farà eccezione. Consideratelo un viaggio romantico lungo quasi un secolo, fatto di estro, tempismo perfetto e un pizzico di inevitabile nostalgia.
Ecco la top 10 dei gol che si sono stampati per sempre nella memoria collettiva del calcio mondiale.
Ci sono reti che definiscono un’intera carriera. Quella del centrocampista messicano è un trionfo di coordinazione ed estetica calcistica.
Vedere il Divin Codino così “basso” in classifica fa capire quanto sia alta l’asticella. Nel 1990 Roberto Baggio ha solo 23 anni e una maglia numero 15 sulle spalle che sembra quasi un travestimento da comprimario. Prende palla a centrocampo, dialoga nello stretto con Giannini e inizia a dipingere: una progressione leggera, quasi danzando sulle punte, saltando i difensori avversari come birilli. Un difensore cecoslovacco viene letteralmente mandato a vuoto prima del tocco morbido che batte Stejskal. In quel preciso istante, il mondo intero capì che era nata una stella polare del calcio mondiale.
Ribattezzato all’istante “The Flying Dutchman” (L’Olandese Volante), il gol di Van Persie è un mix di tempismo geometrico e follia atletica. La Spagna campione in carica è alle corde, l’Olanda attacca e Daley Blind pennella un lancio millimetrico dalle retrovie. Van Persie vede Casillas leggermente fuori dai pali. Qualsiasi attaccante avrebbe stoppato il pallone; lui decide di tuffarsi a pesce, impattando la palla di testa in un pallonetto perfetto che scavalca il portiere spagnolo. Un’intuizione geniale rimasta nell’album dei ricordi più splendenti dei Paesi Bassi.
Il classico gol che cambia la storia di una nazione calcistica. Al-Owairan firma una cavalcata monumentale di ben 69 metri, palla al piede, seminando maglie rosse belghe come se stesse giocando al parco. Una progressione devastante conclusa superando il monumentale Michel Preud’homme. Si racconta che il Re Fahd gli avesse profetizzato il gol prima del match, ma difficilmente persino il monarca avrebbe potuto immaginare un’azione così spettacolare, degna del miglior George Weah.
Dennis Bergkamp non era un calciatore normale; era un esteta prestato al rettangolo verde. Il suo gol all’ultimo minuto dei quarti di finale contro l’Argentina è un bignami di tecnica applicata.
Ottavi di finale bloccati nei tempi supplementari. In quelle partite serve l’episodio improvviso, la fiammata che squarcia l’equilibrio. Ci pensa Maxi Rodriguez con una prodezza balistica senza senso: riceve un traversone di Sorin sul vertice destro dell’area, controlla di petto orientando il corpo e fa partire un fendente al volo mancino che si insacca nel sette della porta messicana. Un missile terra-aria impresso a fuoco nella storia dell’Albiceleste.
Il gol di Grosso squarcia il muro tedesco, il raddoppio di Del Piero chiude la pratica con la specialità della casa: un destro telecomandato sotto l’incrocio. Se non dovessimo mantenere l’imparzialità calcistica, questo binomio meriterebbe il gradino più alto del podio per l’impatto emotivo sulla nostra cultura popolare.
Provate a tradurre questa azione nel calcio moderno: un diciottenne (all’epoca diciassettenne) gioca la finale del Mondiale in casa degli avversari. Riceve palla in area di rigore, stoppa di petto eludendo la marcatura, esegue un sombrero sontuoso sopra la testa del difensore svedese e scarica al volo in rete. Oggi facciamo paragoni immediati con la precocità di Lamine Yamal, ma quel giorno del 1958 Edson Arantes do Nascimento mostrò al pianeta il primo, abbagliante manifesto del calcio del futuro.
Se il gol di Maradona (spoiler!) è l’apoteosi dell’individualismo, questo è il manifesto definitivo del gioco corale. Nella finale del 1970, il Brasile dà spettacolo contro l’Italia. Il gol del 4-1 è una sinfonia perfetta: nove passaggi consecutivi, accortezza tattica, tocchi vellutati a centrocampo e la pazienza di attendere il momento giusto. Pelé appoggia lateralmente con i giri contati, Carlos Alberto arriva dalle retrovie come un treno e scarica un diagonale d’esterno destro terrificante.
Nessuna sorpresa al vertice. Il Gol del Secolo non è semplicemente un’azione sportiva; è un momento storico, politico e sociale. Pochi minuti dopo aver beffato Shilton con la Mano de Dios, Diego decide di fare tutto da solo partendo dalla propria metà campo.
Sessanta metri di corsa, undici tocchi, cinque difensori inglesi saltati come birilli (più il portiere) e la palla depositata in rete mentre cadeva a terra. Un’opera d’arte che va oltre il calcio e sconfina nel mito. Qualcosa che non smetteremo mai di riguardare. Nei secoli dei secoli.







































