Inter, Chivu: “Champions? Non deve essere un ossessione. Dumfries? Non potevamo tenerlo. Palestra? Bel profilo” | OneFootball

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·5 giugno 2026

Inter, Chivu: “Champions? Non deve essere un ossessione. Dumfries? Non potevamo tenerlo. Palestra? Bel profilo”

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Il tecnico dell’Inter, Cristian Chivu, ha avuto modo di esprimersi sul fresco rinnovo fino al 2028 e sul mercato. Ecco le sue parole, riprese dalla Gazzetta dello Sport.

Chivu, allora è vero quello che dice il presidente Marotta: resterà all’Inter più lei di lui?


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“Se non perdo tre partite di fila, forse… (ride, nda). Bastano quelle e c’è il rischio che me ne vada a casa prima. Scherzi a parte, questa è la realtà del calcio, io l’ho accettata da tempo: ho capito perché ai giocatori si fanno cinque anni di contratto e agli allenatori solo due… L’allenatore è quello che paga per primo in tutto. Che sia giusto o meno, le cose vanno così”.

C’è stato un momento in questa prima stagione in cui ha pensato di pagare per tutti?

“Qualche pensiero mi era venuto, soprattutto dopo le sconfitte con Udinese e Juve… Lì per un attimo ho pensato che potesse saltare il banco, ma poi ho visto che la società non aveva la stessa mia percezione. Anzi, mi ha subito sostenuto. Io ho sentito solo sostegno e vicinanza”.

Riguardando alla stagione, qual è stato il momento di svolta e quale il suo errore più grande?

“Io non ho mai avuto tempo di guardare indietro, la mia preoccupazione è sempre stata la partita successiva. Pensavo a come dare continuità alle cose buone fatte, ma posso dire che abbiamo imparato a reagire alle difficoltà e alle sconfitte: lì sta la svolta. L’errore? Io sono il primo critico di me stesso, anche e soprattutto quando vinco. Ne ho fatti tanti di errori e tendo sempre a farmi domande, dopo le partite ma anche durante…”.

Quali si è fatto dopo la doppia sfida col Bodo?

“So che volevate arrivare lì… Col Bodo avremmo dovuto e potuto fare meglio, però oggi è tardi ed è inutile rimuginare. Abbiamo analizzato ampiamente la doppia sfida col mio staff: tanti piccoli dettagli che hanno portato a quel risultato. Fa parte di un processo, di un percorso durante una stagione lunga”.

La sua prima Inter nasceva dalla sofferenza della sconfitta, la seconda dalla gioia della vittoria: che cosa cambia?

“Cambia che adesso è più difficile. Dobbiamo essere bravi a trovare anche in questa nuova condizione gli stimoli e la motivazione giusta. La stessa mentalità, la fame, l’equilibrio giorno dopo giorno. Non è mai semplice ripetersi dopo una vittoria, però ho a che fare con grandi campioni che sanno come si fa. E poi abbiamo a disposizione una società che ci sostiene, uno staff in grado di capire e gestire determinati momenti. Il futuro nessuno può saperlo, ma ci impegneremo tutti per ripeterci e migliorarci”.

Quando dice “migliorarsi”, si riferisce ai risultati o a qualcosa che vuole vedere in campo?

“Mi riferisco all’evolversi. Ad accettare l’evoluzione. A uscire dalla zona comfort e accettare di ripartire da zero. Queste sono cose sulle quali lavoreremo sempre, ma ciò che mi fa ben sperare è che questo gruppo da sei anni viaggia sempre ad alto livello. E, vi assicuro, rimarrà là ancora: i miei sono uomini che mettono la faccia, che ci provano sempre e vogliono dimostrare che i cicli possono continuare. Ed evolversi, appunto”.

Il suo ciclo si evolverà nella Champions, dunque?

“Io andrei cauto con certe ossessioni, si parla troppo di questa coppa. Dobbiamo accettare la nostra realtà e quella degli altri Paesi. È ovvio che abbiamo ambizioni, ce lo impone la nostra storia, ma partirei piano piano e credo che il primo obiettivo in Europa sia qualificarsi tra le prime otto nel girone e arrivare agli ottavi. Ricordiamoci che ci sono squadre che spendono mezzo miliardo per vincere la Champions e non ce la fanno, anzi magari escono ai quarti o agli ottavi. E ce ne sono altre come l’Inter degli anni scorsi arrivata in fondo facendo le cose bene”.

Significa che si può colmare il gap economico con le idee?

“Per vincere servono tante cose: idee e, soprattutto, giocatori. Perché sono i giocatori, in fin dei conti, quelli che fanno la differenza. Tutti parlano di progetti, ma a tenere in vita una società sono sempre i risultati. Oggi magari partono favoriti i top club in grado di comprare i giocatori che ‘spostano’, che fanno la differenza, ma noi dobbiamo essere diversi da loro. Bisogna accettarlo: in questo momento nessuna squadra italiana è in grado di fare quello che fanno le inglesi. Ciò non significa che non faremo di tutto e di più per provarci”.

In Champions spesso ha “spostato” proprio Dumfries: dispiaciuto del suo addio?

“Denzel ha fatto il suo… Aveva una clausola e l’Inter non ha potuto fare niente per fermarlo. Noi dobbiamo essere pronti ad avere la soluzione, l’alternativa giusta, e capire ciò che ci fa fare il salto di qualità, nel futuro”.

Questo giocatore si chiama, per caso, Marco?

“Marco Palestra è un bel profilo ma oggi non è un mio giocatore, quindi non posso parlarne… Noi abbiamo già tanti italiani forti che sanno cosa significa l’Inter e si identificano nel club: questo è un bel vantaggio ed è una strada che vogliamo continuare a seguire. Però, è ovvio che ci sia bisogno anche di altri giocatori, di un misto che ti permetta di essere competitivo a tutti i livelli”.

Un portiere, un difensore, un centrocampista, un esterno: è questa la sua lista della spesa?

“Non faccio mercato in questa sede, quello tocca ai dirigenti, ma c’è sempre bisogno di giocatori per migliorarsi e, perché no, dare segnali al gruppo e all’ambiente. Abbiamo pianificato tutto, ci sono piani A e piani B per ogni ruolo, ma poi arriva agosto e può succedere di tutto perché si possono creare situazioni che non ti aspettavi. Tra l’altro, nell’estate del Mondiale tutto può diventare un’agonia…”.

Non pensa che si parla tanto di altri allenatori ma, forse, non abbastanza di chi ha vinto due trofei?

“Non mi interessa, non tutti sanno cosa voglia dire allenare una big come l’Inter, in cui l’obbligo non è solo il bel gioco, ma la vittoria. E noi abbiamo pure giocato bene, oltre a vincere! Non è semplice guidare grandi giocatori con ego forte, conoscenza del gioco e profonda autostima. È più facile lavorare con un giovane, perché puoi modellarlo come vuoi tu, ma questo non c’entra niente con la presunta divisione giochisti-risultatisti”.

Ma lei come è riuscito a convincere un gruppo con tanti ego a seguirla così tanto?

“Di fronte ai miei ragazzi io voglio solo essere uomo, non una figura autoritaria. Poi è sempre un do ut des e dai giocatori ho ricevuto solo la stessa premura. In un club può venire anche il miglior allenatore del mondo, con le sue idee più evolute, ma se il gruppo non lo accetta è tutto inutile. In pista bisogna sempre ballare in due: se balli da solo ti portano al manicomio. Probabilmente, ho convinto con la mia umanità, con le parole, col lavoro che conta molto di più del tirare pugni sul tavolo. Poi magari l’anno prossimo perdo tre volte e mi mandano via, ma sarò sempre fatto così”.

Dopo un anno nel frullatore, però, sarà pure cambiato come uomo?

“No. Io non mi esalto perché abbiamo vinto come non mi sono depresso quando mi hanno criticato. Sono uguale e aperto alla crescita. Posso anche cambiare, a partire anche dal sistema di gioco, ma quello per me conta poco. Ripeto, io voglio evolvermi, non cambiare. Come voglio che questa squadra possa evolversi nella stagione prossima”.

Si è però sorpreso di iniziare subito la sua avventura vincendo due trofei?

“No. Ho avuto sempre le idee chiare e una giusta autostima: aspettavo solo un’opportunità e me l’ha data il Parma, poi mi sono subito ritrovato nel luogo in cui ho passato 20 anni. La mia casa. Non mi entusiasmo nemmeno ora che ho vinto, anzi penso che rientri nella normalità di un club così grande. Ora vado avanti, più preoccupato per la prossima stagione perché sono competitivo e ambizioso: io voglio vincere, sempre”.

In questa stagione, è stato accusato di aver modificato la sua comunicazione: dall’inizio ecumenico ha poi tirato fuori le unghie per difendere i suoi. In questo cambiamento vede coerenza?

“Sono accusato di tutto, anche di aver vinto solo due trofei… Non sprecherò energie su discorsi di questo tipo di chi non conosce. Io so qual è il mio ruolo in questa società, ho una certa esperienza per sentirmi a mio agio in uno spogliatoio così importante e capisco come cambiare i miei contenuti in base a quello che voglio trasmettere. Non ho mai parlato di altre squadre e non mi interessa farlo nemmeno nel futuro, ma io difenderò i miei fino alla morte”.

A questo proposito, Bastoni è il migliore acquisto della prossima stagione?

“Bastoni è un nostro campione. È normale che girino storie di mercato attorno a lui perché per me è uno dei più forti centrali del mondo. So che uomo è Alessandro, ma so soprattutto cosa ha dato, cosa dà e cosa darà nel futuro per noi…”.

Guardando al futuro prossimo, sente di avere un certo vantaggio rispetto agli altri, dato quanto meno dalla stabilità?

“Da una stagione all’altra cambiano tante cose e l’anno scorso eravamo noi a non avere per tutti stabilità. Si diceva fosse finito un ciclo, e invece… Siamo consapevoli che tutte le squadre ripartono da zero con tante incognite, quindi non vedo nessun vantaggio in partenza”.

Lei ripete spesso che il vecchio incidente alla testa le ha fatto guardare il mondo e la vita in modo diverso: in che cosa, di preciso?

“Da quel momento non vedo fantasmi, non mi dedico a cose che non considero significative, non mi preoccupo di ciò che si dice in giro, vado dritto per la mia strada provando a essere la migliore persona possibile nei confronti di chi mi vuole bene. Ho imparato a domare i miei pensieri, che è la cosa più importante”.

Un pensiero più leggero, allora: chi vince il Mondiale?

“Le mie favorite sono Spagna, Francia e Argentina. Ma occhio al Marocco, sarà la sorpresa”.

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