Calcio e Finanza
·3 maggio 2026
Inter, Chivu nella storia: scudetto nella prima stagione completa da allenatore

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·3 maggio 2026

Cristian Chivu entra nella storia dell’Inter dalla porta principale, quella riservata ai simboli capaci di attraversare le epoche. Lo fa conquistando lo scudetto alla sua prima stagione completa in Serie A, un’impresa che lo colloca accanto a pochi tecnici riusciti nello stesso risultato, come Cestmir Vycpalek, Arrigo Sacchi e José Mourinho. Proprio Mourinho rappresenta per Chivu molto più di un riferimento: è l’allenatore con cui condivise il Triplete del 2010 da calciatore, uno dei momenti più alti della sua carriera in nerazzurro.
Straniero per nascita, ma italiano per formazione calcistica, Chivu ha costruito quasi interamente in Italia il suo percorso. Arrivato alla Roma nel 2003 e poi all’Inter nel 2007, è diventato uno dei protagonisti di un ciclo irripetibile, chiudendo la carriera nel 2014 con tre scudetti consecutivi, due Coppe Italia, due Supercoppe italiane, un Mondiale per club e una Champions League.
Una base solida da cui nasce la sua credibilità, ma è in panchina che prende forma la sua identità: prima nelle giovanili nerazzurre, poi con la Primavera campione d’Italia nel 2021-22, fino all’approdo in prima squadra dopo l’esperienza al Parma, dove aveva ottenuto una salvezza pesante, suggellata anche da un pareggio contro il Napoli di Antonio Conte, quasi un indizio anticipatore.
All’Inter arriva in un momento complesso, raccogliendo una squadra segnata dalla delusione per la pesante sconfitta nella finale di Champions League della stagione precedente. Un gruppo provato sul piano mentale, attraversato anche da tensioni interne – emblematica la frizione tra Lautaro Martinez e Hakan Calhanoglu – e costretto a ripartire senza pause, tra il Mondiale per club negli Stati Uniti e un avvio di stagione subito intenso. Chivu si ritrova così a guidare la squadra con poco tempo per incidere e molto da ricostruire.
È in questo contesto che emerge la sua impronta. Nessuna rivoluzione, nessuno strappo netto: la squadra costruita da Simone Inzaghi era già arrivata ai vertici europei, con due finali di Champions in tre anni. Chivu sceglie una via più sottile, ma altrettanto impegnativa: rifinire, correggere, restituire certezze. L’Inter diventa più verticale, meno attendista, più concreta. Mantiene efficacia, soprattutto sui calci piazzati, e si trasforma in una squadra meno estetica e più pragmatica, fondata sulla solidità del gruppo.
Il percorso non è privo di ostacoli. Le due sconfitte nelle prime tre giornate rischiano di compromettere l’avvio, mentre il caos dopo Inter-Juve, con le polemiche legate a Bastoni, e l’eliminazione prematura in Champions League contro il Bodo aumentano la pressione. Eppure la squadra tiene. Chivu rimette al centro elementi chiave come Calhanoglu e Dimarco, rilancia Zielinski, valorizza il talento emergente di Pio Esposito e si affida alla leadership di Lautaro. Soprattutto, ricostruisce un’identità condivisa, riportando lo spogliatoio su basi solide.
Anche la sua comunicazione diventa parte del percorso. Pacato e riflessivo, spesso distante dai cliché del post-partita, Chivu affronta temi che vanno oltre il campo: l’ansia, la famiglia, la dimensione personale. Un approccio raro in un ambiente abituato a dichiarazioni standard. Con l’aumentare della pressione emerge però anche un lato più diretto, quasi alla Mourinho: «Posso essere tutto ma di sicuro non sono un fesso», replica a chi lo metteva già in discussione. «Siamo partiti con l’allenatore inesperto che doveva essere cacciato, e invece siamo rimasti competitivi». E ancora, con ironia: «Vicini allo scudetto? No, puntiamo alla Champions».
Alla fine, il campo ribalta ogni previsione. Chivu diventa il primo allenatore dell’Inter dopo 88 anni a vincere lo scudetto sia da giocatore sia da tecnico: l’ultimo era stato Armando Castellazzi, campione nel 1937-38 dopo il titolo conquistato da calciatore nel 1929-30. Un risultato che lo inserisce anche in un ristretto gruppo della storia recente del calcio italiano, accanto a figure come Antonio Conte, Carlo Ancelotti, Fabio Capello e Nils Liedholm, capaci di vincere il tricolore in entrambe le vesti.
A distanza di un anno da quando veniva considerato un semplice traghettatore, forse nemmeno destinato a concludere la stagione, è lui ad alzare il trofeo davanti a rivali del calibro di Conte, Allegri e Spalletti. Non attraverso una rivoluzione, ma grazie a un lavoro paziente e profondo. Non cambiando tutto, ma comprendendo cosa fosse davvero necessario non cambiare. È anche questo, in fondo, uno dei tratti distintivi dei vincenti.
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