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·18 giugno 2026
Juventus Under 16, mister Gridel si racconta: «Guardiola e Simeone due riferimenti. Alla Juve sono migliorato nella gestione dei rapporti con tante persone»- ESCLUSIVA AUDIO

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In previsione della finale Scudetto che si terrà lunedì 22 giugno a Forlì alle ore 20:00 tra Juventus Under 16 e Inter, il tecnico dei bianconeri classe 1997, Alessandro Gridel ha concesso un’intervista esclusiva ai microfoni di Juventusnews24. L’allenatore friulano, al primo anno alla guida del gruppo dei 2010, ha toccato diversi temi: dall’inizio del suo percorso professionale in panchina fino al suo arrivo alla Juventus, passando dai suoi riferimenti nel mondo del calcio o ancora analizzando la straordinaria stagione corrente. Ecco di seguito un estratto delle parole dell’allenatore della Juventus Under 16 (INTERVISTA COMPLETA NEL PODCAST AUDIO IN ALTO).
Partirei dall’inizio, in una sua precedente intervista, datata 10 ottobre 2010, lei è un trequartista e gioca nel San Luigi a Trieste. Quando gli si chiede della partita, lei è un bambino ma parla già come un allenatore di esperienza. Colpisce la dialettica con cui si esprime, è molto diplomatico ma al tempo stesso lucido nell’analisi. Si sentiva già allenatore a tredici anni?«No, allenatore a tredici anni non ancora. Anche se era una parte che mi piaceva nel valutare quello che mi veniva fatto fare piuttosto che nel cercare di capire i miei compagni di squadra anche se eravamo dei bambini. Quindi cercare di comprendere perché facevamo certe scelte, perché si comportassero in un modo piuttosto che in un altro dentro al campo. Quella parte lì c’è sempre stata, forse addirittura da prima. Già a quell’età lì immaginavo che quando avrei smesso di giocare, anche se in realtà pensavo di smettere di giocare molto più tardi di quando ho smesso, dopo avrei cercato di vivere di calcio come allenatore. In questo momento mi viene permesso e la speranza è quella di riuscire a continuare per parecchi anni».
La carriera da allenatore inizia proprio al San Luigi a Trieste, inizialmente lei si alterna fra giocatore e allenatore e comincia ad allenare nelle varie under del settore giovanile. Sempre in alcune precedenti interviste, lei si definisce come allenatore un innovativo che cerca di prendere spunto da tutto ciò che vede, cerca di adattarsi alle caratteristiche di una squadra e dice che anche solo parlando con i giocatori si migliora. Dopo questa stagione, a prescindere dal risultato finale, in cosa pensa di essere migliorato rispetto alle precedenti esperienze?«Sicuramente sono esperienze diverse, perché inizialmente al San Luigi è una realtà un po’ più piccola e infatti lì riuscivo a conciliare il fatto di giocare e allenare, dopo ho smesso di giocare proprio quando è arrivata la chiamata dell’Udinese. Lì ho dovuto prendere una decisione: se giocare o allenare, anche perché si può giocare e allenare solo nella stessa società e all’Udinese in Serie A non mi avrebbero fatto giocare. Quella lì è un secondo tipo di esperienza, comunque una società di Serie A però di un livello inferiore rispetto alla Juventus, su tutti gli aspetti. Soprattutto nel numero di persone che ci lavorano, di organizzazione, di quantità di informazioni, di persone coinvolte. Quindi penso che quest’anno, che è stata l’esperienza più grande, sia migliorato tanto nella gestione di rapporti con tante persone, che è una delle sfide più stimolanti in una società come questa, dove ci sono tante persone molto competenti anche con delle idee molto diverse. Il fatto di riuscire a confrontarsi con tante persone, quindi prendere da ognuno qualcosa è una bella sfida ed è stata una grande area di miglioramento. Sia internamente allo staff sia con gli altri staff, sia con i responsabili, sia con i giocatori visto che il livello si è alzato ancora di più e si parla di giocatori con ancora più qualità che hanno delle sfaccettature in campo ancora più sottili e se sono giocatori della Juventus e tanti sono giocatori della Nazionale, sono anche dei ragazzi intelligenti calcisticamente e non».
Abbiamo visto durante l’anno una proposta di calcio avvolgente, fatto di possessi ma anche di momenti in cui la squadra avversaria fatica ad uscire letteralmente dalla propria area di rigore. Oltre alle figure che ha già menzionato, c’è un modello di allenatore che allena le prime squadre da cui ha preso riferimento, da cui ha preso ispirazione o a cui si sente molto vicino come idea di gioco e principi?«Il riferimento massimo, ma non mi sento assolutamente vicino al riferimento massimo, penso sia Guardiola, che è un allenatore che mi sempre piaciuto vedere. Dal Barcellona, al Bayern Monaco, al Manchester City. Quindi è un allenatore che ho cercato di seguire molto nelle sue proposte, anche perché è molto innovativo. Credo che le innovazioni, le novità, vengano portate da pochi allenatori poi il resto si accodi a quello che viene portato da pochi geni che hanno la capacità di fare cose completamente diverse. L’idea, come dicevamo prima, è quella di cercare di prendere un po’ da tutti, non è che la nostra squadra gioca come il Manchester City, l’dea è di prendere alcune idee da Guardiola, altre magari da Luis Enrique, altre da Arteta piuttosto che da Simeone, nonostante siano molto diversi. Ci son tanti riferimenti e tante cose interessanti e poi la capacità e la cosa giusta da fare è di prendere delle idee e di adattarle a quello che è il proprio contesto sia come età dei ragazzi perché per Guardiola la cosa principale è vincere la partita, per noi che un giocatore continui il percorso alla Juventus e che cresca di anno in anno fino ad arrivare in Serie A. Quindi l’importante è cercare di non copiare e incollare ma di adattare in base a quello che si ha e all’obiettivo».
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Tornando sulla stagione corrente, le cito alcuni numeri riguardanti la fase a gironi. Quest’anno quattordici vittorie nelle prime quattordici partite, poi una sconfitta a Reggio Emilia, poi un filotto di altre dieci vittorie consecutive ed infine l’uscita finale contro la Sampdoria, occasione in cui si perde. In un percorso ricco di vittorie come questo, lo dicono i numeri, quanta importanza può avere a livello formativo per i ragazzi ma anche per lei la sconfitta?«Le sconfitte sono sempre formative, soprattutto quando vinci tanto. Poi arriva un momento in cui proprio la sconfitta ha valore doppio. E’ la sconfitta che ti fa capire che c’è da fare, soprattutto per squadre di ragazzi che vincono molto è il motore che ti fa capire che c’è da fare. Noi lo sappiamo e anche i ragazzi quest’anno hanno dimostrato di saperlo, ti fa capire che c’è tanto da lavorare e soprattutto dà valore all’avversario».
A ruota rispetto a questo discorso strettamente basato sul valore della sconfitta, questo gruppo di ragazzi nel passato campionato è stato eliminato proprio alla prima sconfitta stagionale, decisiva, ai quarti di finale contro l’Atalanta. In virtù di questo, da quella sconfitta secondo lei ha trovato un gruppo più rinforzato e anche volenteroso di mettercela ancora di più rispetto alla precedente stagione e se sempre secondo lei proprio questo ha permesso, in parte, di raggiungere un primo traguardo come quello di cui ora stiamo parlando?«Certo, sicuramente. Io non c’ero l’anno scorso quindi non so cos’hanno provato l’anno scorso. So che quest’anno il gruppo è ripartito con l’intenzione di riprendersi ciò che nell’anno precedente non erano riusciti ad ottenere. Speriamo di concludere questo percorso iniziato probabilmente al ritorno dei quarti di finale contro l’Atalanta l’anno scorso. Però, d’altra parte sono ragazzi molto orientati, che hanno il focus centrato. Sanno perché si allenano, sanno qual è il loro obiettivo e quindi riusciamo e riescono ad essere abbastanza slegati dal risultato della partita perché hanno ben chiaro il loro percorso, qual è il nostro come gruppo e come giocatori individualmente».
Si ringraziano Alessandro Gridel e l’ufficio stampa di Juventus FC nella figura di Raffaele Orlandi per la gentile concessione dell’intervista







































