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·26 giugno 2026

La dura accusa di Moggi: «La Juve faceva paura. Mai abbiamo chiesto di vincere una partita, gli altri sì»

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Moggi in una lunga intervista ai microfoni de ‘La Nazione’ è ritornato sul calciopoli ribadendo che la Juventus è stata condannata ingiustamente

In una lunga intervista a ‘La Nazione’, Moggi si è soffermato su diversi temi: «La Juve faceva paura a tutti per quanto era forte, ma non c’è traccia di reati del club in Calciopoli. Mai abbiamo chiesto di vincere una gara, altri lo hanno fatto. Prevenuti? Tanto. Tanto. Il mio avvocato disse: l’indagato è meglio sceglierlo che cercarlo. Loro lo scelsero». L’ex ds ribadisce con forza l’assenza di illeciti strutturali volti ad alterare i risultati sul campo.


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L’intervista scava inoltre nei dettagli di alcuni episodi specifici del 2005, portando alla luce conversazioni telefoniche che coinvolgevano i rivali storici del Milan e che, secondo la tesi difensiva, sarebbero state ignorate dagli investigatori. Moggi solleva forti dubbi sull’obiettività dei flussi di intercettazioni dell’epoca: «Sono quelle nascoste da chi doveva indagare. Quando fu squalificato Ibrahimovic per tre giornate nel 2005, avrebbe dovuto saltare Milan-Juventus. Facemmo ricorso per la terza gara, il Milan sapeva già tutto. Meani chiamò il designatore Bergamo che gli rispose: “Tranquillo, troveranno la porta chiusa. E così fu. Altra verità non detta: il 30 aprile 2005 prima di Fiorentina-Milan l’arbitro De Santis ricevette la telefonata di Meani che gli disse di non ammonire Nesta, perché i rossoneri erano in lotta con noi per lo scudetto. E infatti non ci furono cartellini gialli. Imposi il silenzio stampa ai miei e l’arbitro chiamò Meani dicendo: “Solo io potevo far stare in silenzio stampa la Juve. Quando ci furono queste telefonate dov’erano gli intercettatori? Invece io mi lamentai con Bergamo per una partita persa a Palermo su rigore e si cominciò a parlare delle “griglie” di Moggi».

Infine, la riflessione si sposta sui retroscena e sui singoli episodi diventati celebri nell’immaginario collettivo, come il presunto sequestro dell’arbitro Paparesta o l’utilizzo dei canali di comunicazione riservati. La linea difensiva di Moggi rimane ferma nel declassare tali eventi a semplici elementi di disturbo mediatico, privi di reale rilevanza penale o sportiva: «Non ero molto simpatico alla Roma e Baldini era molto amico dell’investigatore, Auricchio. Quella inchiesta faceva comodo ai rivali per far fuori la Juventus. Paparesta chiuso in spogliatoio? Andrebbe chiuso che sparse quella voce, era solo gossip. Le schede svizzere agli arbitri? Quando cercai di prendere Stankovic l’Inter me lo soffiò, ed ebbi la sensazione che qualcuno mi seguisse. Volevo difendermi con queste schede, non avevo bisogno delle sim per vincere. Con gli arbitri parlavano tutti».

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