LazioPress.it
·7 marzo 2026
Lazio, Pandev: "Lotito non mi dava pace, mi mise fuori rosa e rifiutò ogni offerta"

In partnership with
Yahoo sportsLazioPress.it
·7 marzo 2026

Goran Pandev, ex attaccante del club biancoceleste, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de La Gazzetta dello Sport, nel corso della quale ha ripercorso i suoi anni alla Lazio.
Per il mio Paese ho dato vita e miracoli: 38 gol, svariati assist, un Europeo da capitano. Ora vorrei aiutare i giovani. Quanto mi manca il calcio? Ho smesso a 39 anni senza rimpianti, ma a volte cerco ancora l’adrenalina, lo stare insieme, le cene, persino le contestazioni e i ritiri punitivi. Quel sogno che ho inseguito e realizzato.
Mai dimenticarsi chi ti ha reso l’uomo che sei. Con l’Akademija Pandev, che oggi si chiama Brera Strumica, abbiamo lanciato dozzine di talenti. L’ho venduta tre anni fa. Quando ho iniziato a giocare? A 11 anni, per caso. I miei volevano che studiassi. A 16 giocai un torneo di Viareggio da fenomeno con il Belasica, segnai gol a raffica. Mi volevano in tanti.
Perché l’Italia era il top. E poi c’erano Ronaldo e Vieri, ti dicevano come passargli il pallone. A San Siro, in tribuna, pensavo che avrei dovuto giocare lì. Avrei meritato di tornare prima. Quando l’Inter diede via la mia comproprietà per prendere Pizarro ci rimasi male.
Avevo vissuto un’annata disastrosa ad Ancona, senza stipendio. Quella Lazio era una novità, per me e per i tifosi. Erano passati da Boksic, Salas, Mancini e Claudio Lopez a… Pandev e Rocchi. Scherzi a parte, lo scetticismo era comprensibile. Delio Rossi? Mi ha cresciuto. Palestra, forza, corse di 15 chilometri nei boschi, ritiri massacranti. Mi trattava bene perché non dicevo una parola. Anche se la domenica segnavo e magari lui mi spediva in panchina. Oggi lo posso dire: il miglior Pandev si è visto alla Lazio. Con lui.
Uno alla Juve al Delle Alpi, nel 2004. Saltai Cannavaro, Thuram e Zebina e segnai a Buffon. Il più bello della mia carriera. E poi la doppietta al Real dei Galacticos in Champions, nel 2007. Ho ancora la maglia di Van Nistelrooy: mi fece i complimenti.
Una premessa: ho dato tutto. E lasciare così mi fa ancora male. Ho giocato con le infiltrazioni e con uno stiramento. Nella finale di coppa del 2009 non mi reggevo in piedi, ma pur di esserci giocai infortunato. Detto questo, quei sei mesi fuori rosa furono un incubo. Mia moglie era incinta, io soffrivo come non mai. Rinnovo? Lotito non mi dava pace. Mi allenavo da solo. Vidi la Supercoppa vinta contro l’Inter da casa mia, incazzato nero. E poi mi metteva pressione per rinnovare alle sue condizioni. Ogni giorno veniva qualcuno a parlarmi del contratto. Non lo faceva solo con me, ma anche con altri. Insomma, mobbing puro. A giugno si presentarono Siviglia, Zenit, Juventus, Atletico, Inter. Anni prima mi aveva cercato anche il Bayern. Lotito mi mise fuori rosa e rifiutò ogni offerta. Non l’ho più incontrato, ma alla Lazio segnavo sempre.
Se lo rifarei? Onestamente no, ma ogni volta che uscivo per scaldarmi i tifosi della Lazio urlavano "zingaro" e "pezzo di...". Era il 2013, segnai col Napoli e reagii male. Nulla contro i tifosi. Se andarmene dalla Lazio è stata una liberazione? Sì. Mourinho mi schierò subito titolare contro il Chievo. Non giocavo da sei mesi, a malapena conoscevo gli altri, ma andò bene.
Live


Live


Live


Live


Live


Live


Live


Live


Live


Live


Live





















