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·23 febbraio 2026
Liverani: "Lotito non vedeva di buon occhio noi dell'era Cragnotti. Nesta? Mi ha salvato "

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Fabio Liverani, ex biancoceleste presente in squadra nella stagione della conquista della Coppa Italia del 2003/2004, ha rilasciato una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport.

Photo by Paolo Bruno/Getty Images via onefootball
Stupenda, solare, amava la vita. Lei era vita. Mi ha dato due figli meravigliosi. Siamo stati insieme da quando eravamo ragazzini, avrei dato la mia vita per salvarla. Ha lottato contro il cancro fino alla fine, una battaglia durata nove anni: l’ha affrontata sempre a testa altissima. Come ne ho parlato ai miei figli? È sicuramente una delle parti più brutte, difficili, quei discorsi che non vorresti mai fare. Però i miei due figli sono stati molto equilibrati, fin da subito. È un dolore impossibile da spiegare a parole.
Tante volte, ma Federica non me l’ha mai permesso. Così anche dopo la sua morte ho scelto di continuare. Non è stato facile. Le confesso che l’esonero dal Cagliari è stato quasi un sollievo. Avevo bisogno di tornare a Roma, staccare e stare vicino ai miei figli. Se il Presidente Giulini mo è stato vicino? Lo è ancora oggi. Così come tante persone nel mondo del calcio: allenatori, ex compagni, colleghi, addetti ai lavori. Il presidente è sempre stato straordinario con me. Mi scrive spesso chiedendomi come stanno i miei ragazzi.
Preziosi, Zamparini, Lotito... diciamo che li ho avuti tutti. Ma ho un grazie da spendere per ognuno, anche se per motivi diversi. Sul mio addio alla Lazio, però, vorrei chiarire una cosa. Quella con Lotito è stata una trattativa assurda, durata 10 mesi. Io dovevo rinnovare, ma lui non vedeva di buon occhio tutti noi che arrivavamo dalla gestione Cragnotti. Alla fine prima accettai e poi ci ripensai, lui ci rimase male. Avevo capito che l’ambiente mi voleva, mentre lui no.
Quando sono arrivato mi venne dato del romanista. Girava una foto di me che esultavo con i tifosi giallorossi. Venivo giudicato per il tifo, non per l’uomo o il giocatore che ero. Mi ha fatto male leggere tanti insulti, anche su muri e striscioni. “Liveranin...ro”, “Liverani spia” e tante altre cose atroci sparse per la città. Pensavo soprattutto a mia mamma, mi dispiaceva che leggesse certe cose.
Venivamo dal derby perso 5-1, i tifosi erano inferociti. Ero diventato il bersaglio numero 1. Il martedì mi aspettavano fuori dallo spogliatoio, sono stati giorni difficili. Sandro mi ha difeso. "Esci con me, passiamo da dietro" e mi ha portato a cena. È stato un gesto da capitano vero, ancora glielo ricordo quando ci vediamo.
Un personaggio. E poi era un uomo vero, ti diceva le cose in faccia. E quante risate. Un giorno venne in spogliatoio e si mise a spiegare al nostro portiere Mazzantini come fare la barriera. Usava le borse come fossero uomini da posizionare... uno showman.
Fu un’idea di Gaucci, Sabatini e Cosmi. Io lo avevo fatto pochissime volte in carriera, solo per necessità. Invece mi chiamarono in ufficio e mi dissero che avrei giocato lì. Mi hanno cambiato la carriera.
Mia mamma è somala, figlia di un ministro del governo. È scappata dalla guerra, ha conosciuto mio padre ed è rimasta in Italia. Io mi sono sempre sentito italiano, però. La chiamata di Trapattoni è stata un’emozione unica, probabilmente il punto più alto della mia carriera. E averlo raggiunto col Perugia e non con una big è ciò che mi rende più felice. Episodi di razzismo? A Reggio Calabria, fu umiliante sentire i “Buu” e gli insulti per il colore della pelle. Poi in una città del Sud... non me lo aspettavo proprio. Mi creda, mi fischiarono per novanta minuti. Giocare e dare il massimo, ignorandoli, è per me l’unica risposta possibile.
La doppia promozione a Lecce, è una città unica che mi ha dato tanto amore. Oggi penso a vincere con la Ternana, vorrei portarla in B. Anche se il mio sogno è quello di avere un’altra chance in Serie A.









































