Calcio e Finanza
·18 marzo 2026
L’UEFA mantiene le esenzioni fiscali: il Canton Vaud non approva la mozione

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·18 marzo 2026

Il Canton Vaud mantiene lo status quo fiscale della UEFA. Il Gran Consiglio del cantone svizzero (il cui capoluogo è Losanna e di cui fa parte anche Nyon, dove ha sede l’UEFA) ha infatti respinto la risoluzione presentata da alcuni deputati che chiedeva di verificare se le condizioni dell’esenzione fiscale concessa all’organizzazione guidata da Aleksander Ceferin fossero ancora soddisfatte. Il tema partiva dalla richiesta di verifica della compatibilità della presenza di Israele nelle associazioni membro della Federcalcio europea con i requisiti che consentono alla UEFA di beneficiare di esenzioni fiscali all’interno della Svizzera.
Il testo, che aveva raccolto il sostegno necessario per essere discusso (almeno 20 firme), mirava ad aprire un confronto politico sull’opportunità di mantenere i benefici fiscali di cui gode la UEFA nel cantone. Dopo una lunga discussione in aula, i deputati nella serata di ieri hanno respinto la risoluzione con 74 voti contrari, 53 contrari e 5 astensioni.
La bocciatura (“non prise en considération”) implica che il Parlamento non intende proseguire nell’esame della proposta, lasciando invariato l’attuale regime fiscale applicato all’organo di governo del calcio europeo: senza le esenzioni, l’UEFA avrebbe dovuto affrontare costi aggiuntivi per circa 30 milioni di euro annui in più.
«Per molto tempo l’UEFA ha posto queste preoccupazioni al centro delle proprie decisioni. Il suo impegno per la pace è stato ad esempio tra le motivazioni citate a sostegno delle sanzioni adottate dall’organizzazione dopo l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia. Tuttavia, si deve constatare che oggi questo obiettivo non viene perseguito in relazione alla minaccia vitale per la pace rappresentata dal conflitto israelo-palestinese», si legge nel testo della risoluzione bocciata ieri.
«La Israel Football Association (IFA), membro dell’UEFA, conta tra i propri affiliati almeno cinque club la cui sede e attività si trovano in colonie situate nei territori palestinesi occupati. Queste colonie sono state dichiarate illegali dalla Corte Internazionale di Giustizia e dovrebbero essere evacuate».
Il testo denunciava inoltre che diversi club avrebbero adottato «pratiche discriminatorie che impediscono il tesseramento di giocatori e giocatrici palestinesi o la partecipazione di tifosi palestinesi. Questi comportamenti, approvati sia dall’IFA sia dalle più alte autorità governative israeliane, si inseriscono nella continuità di pratiche riconducibili al crimine di apartheid».
La risoluzione richiamava anche l’impatto del conflitto nella Striscia di Gaza sul mondo sportivo palestinese. Secondo la Palestinian Football Association, dall’inizio dell’offensiva israeliana successiva agli attacchi del 7 ottobre 2023 sarebbero stati uccisi oltre 800 atleti, tra cui circa 420 calciatori. Sempre secondo la federazione palestinese, quasi il 90% delle infrastrutture sportive della Striscia sarebbe stato distrutto e centinaia di impianti tra Gaza e Cisgiordania risultano danneggiati o rasi al suolo.
«Questi atti si inseriscono nella continuità di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e atti di genocidio commessi dalle forze israeliane contro la popolazione civile palestinese. La commissione di questi crimini non è purtroppo cessata con i recenti accordi. La morte sotto le bombe di bambini di Gaza che sognavano un futuro nel calcio, o l’esclusione dei giovani palestinesi in Cisgiordania da qualsiasi prospettiva di sviluppo sportivo, rappresentano la negazione ultima degli obiettivi di promozione della pace e di lotta contro il razzismo e la discriminazione», si legge ancora nel documento.
L’accusa verso l’UEFA era anche quella di non aver intrapreso «alcuna misura contro l’IFA, nonostante le ampie competenze disciplinari di cui dispone. In queste circostanze, secondo le autorità del cantone di Vaud, non è più possibile sostenere – senza cadere nell’arbitrarietà – che l’UEFA operi per la promozione della pace e per la lotta contro razzismo e discriminazione», concludeva la risoluzione non approvata.









































