Marotta a 360°: «Nuovo San Siro entro il 2030, l’Under 23 sarà il nostro futuro e Chivu è il segnale del nostro coraggio. Questo il mio momento più bello in nerazzurro» | OneFootball

Marotta a 360°: «Nuovo San Siro entro il 2030, l’Under 23 sarà il nostro futuro e Chivu è il segnale del nostro coraggio. Questo il mio momento più bello in nerazzurro» | OneFootball

In partnership with

Yahoo sports
Icon: Inter News 24

Inter News 24

·3 febbraio 2026

Marotta a 360°: «Nuovo San Siro entro il 2030, l’Under 23 sarà il nostro futuro e Chivu è il segnale del nostro coraggio. Questo il mio momento più bello in nerazzurro»

Immagine dell'articolo:Marotta a 360°: «Nuovo San Siro entro il 2030, l’Under 23 sarà il nostro futuro e Chivu è il segnale del nostro coraggio. Questo il mio momento più bello in nerazzurro»

Marotta, presidente dell’Inter, è stato protagonista del vodcast Valori in Campo di DAZN: le sue dichiarazioni

In un lungo e approfondito intervento ai microfoni di DAZN per il vodcast “Valori in Campo”, il presidente dell’Inter Beppe Marotta ha tracciato la rotta per il futuro del club nerazzurro. Dalla rivoluzione infrastrutturale del nuovo stadio alla valorizzazione dei giovani talenti con il progetto Under 23, il numero uno di Viale della Liberazione ha toccato i temi cardine di una società che, forte dei suoi 55 punti in classifica, punta a consolidare la sua leadership nazionale e internazionale sotto la gestione di Cristian Chivu.


OneFootball Video


Marotta si racconta: tutte le sue dichiarazioni a DAZN

Il presidente ha sottolineato come l’Inter stia entrando in una nuova era di modernità e sostenibilità, guidata dalla lungimiranza della proprietà Oaktree.


L’intervista integrale a DAZN

All’inizio della sua vita professionale aveva due strade da intraprendere, o quella del giornalismo o quella del dirigente ed entrambe rappresentavano la mia passione. Le due strade erano fortunate sicuramente, poi ho deciso di prendere la seconda e sono molto felice. Mi ero già appassionato da ragazzino alle dinamiche del campo e dello spogliatoio, mi sembrava quella più consona a quella che era la mia attitudine.

Il nuovo San Siro

«Finalmente siamo riusciti ad aprire il varco, ad aprire una strada che ci porterà ancora più lontano. Sarà una strada piena di tortuosità, non è facile agire in Italia, dove la burocrazia è molto ostruzionistica dal punto di vista dell’iter che una società o un privato deve percorrere. Abbiamo intrapreso con ottimismo questa nuova era, avremo una nuova casa. È stato molto difficile acquistare San Siro, ma grazie alla tenacia da parte di Ralph e Scaroni siamo riusciti ad arrivare al rogito. Sarà uno stadio molto moderno, che risponde soprattutto all’esigenze di sicurezza, di comodità, di accoglienza, di ospitalità e di tutto un insieme di valori».

Ci sono dei riferimenti di grandi stadi in giro per l’Europa?

«Dal punto di vista progettuale non mi voglio addentrare perché siamo nella fase in cui ancora si sta ragionando, quanto prima ci sarà una presentazione vera e propria. Il progetto è stato affidato a Foster e Manica, due icone dell’architettura sportiva, che interpreteranno le linee guida delle due proprietà. Posso solo dire che il manto erboso non sarà mobile come quello del Real Madrid, ma la tecnologia moderna fa sì che si possa cambiare in un giorno con facilità».

Come mai in Italia è così complicato avere due strutture belle e funzionanti nella stessa città?

«Perché dal punto di vista politico non c’è stata una presa di posizione che mirava a sviluppare questa parte dello sport nazionale. Oggi grazie alla presenza di un Ministero dello Sport e un Ministro come Abodi c’è disponibilità e la dimostrazione è nell’aver nominato un commissario ad hoc per gli stadi. Evidente che si comincia a capire quanto le strutture possano incidere non solo nell’ambito sociale, ma anche nell’economia stessa dei singoli club e dello sport in generale. Le difficoltà nascono dal fatto che certe strutture dovrebbero essere considerate di chiaro interesse nazionale e quindi, accanto al Ministero dello Sport, ci dovrebbe essere il Ministero delle Infrastrutture. Quando parliamo di opere come quelle del nuovo San Siro che avrà un investimento di circa 1,6-1,7 miliardi di euro, è evidente che sia rilevante nell’economia del Paese. Questo potrebbe permettere di superare certi scogli di procedure lente che trovano facilmente opposizione nell’ambito locale».

Da quando è all’Inter, qual è la serata che l’ha fatta emozionare di più a San Siro?

«Ho avuto la possibilità di viverlo fin da piccolo. Rappresenta un’icona strutturale di Milano, ma anche un contenitore di grandi emozioni. Il valore della memoria è uno dei più importanti dell’essere umano e dobbiamo salvaguardare questa cosa. La prima volta che sono entrato a San Siro ho avuto la fortuna di vedere la finale di Champions nel maggio del ’65 tra Inter-Benfica e quello fu il mio impatto con lo stadio, non si può dimenticare, era una giornata piovosa. Non posso dimenticare e lo stesso vale per altri più recenti da dirigente, come il derby della seconda stella nell’aprile 2024 con il 2-1 in casa del Milan o la vittoria con l’Udinese nella gestione Conte che ci ha permesso di festeggiare lo Scudetto».

Un nuovo San Siro presuppone una nuova era per Inter e Milan?

«Sicuramente sì. C’è stato questo periodo di stallo in Italia che ci ha portato a essere fanalino di coda nelle nuove strutture. In Europa negli ultimo 20 anni sono stati creati o ristrutturati 250 stadi, tra questi solo 6 in Italia e questo la dice lunga. Non abbiamo considerato il cuore essenziale di ogni club, lo stadio deve essere la casa dei tifosi, delle società, dei giocatori. Dal punto di vista economico rappresenta anche un asset patrimoniale di grande rilevanza che porta anche ad aumentare i ricavi. Siamo fanalino di coda, noi ricaviamo 80 milioni di euro, il Milan ugual. Il Real Madrid e il Barcellona arrivano tra i 250 e i 300 milioni, l’obiettivo del Real col nuovo stadio è quello di superare il mezzo miliardo. Noi pensiamo di più che raddoppiare gli introiti derivanti dal matchday e da tutte quelle attività che vengono svolte e vissute durante la settimana».

Anche il mercato potrà essere come quello del Real Madrid?

«Siamo in grande involuzione. All’inizio degli anni 2000 il player trading lo conoscevamo solo per attrarre giocatori importanti, oggi le plusvalenze sono voci rilevanti nei bilanci. Il calciomercato in Italia ora non può che portare operazioni che portano a pareggi di bilancio. Tranne il Como e la Fiorentina, il resto si sono abbastanza contenuti. Si dovrà essere lungimiranti nelle operazioni di mercato, spazio alla fantasia, alla creatività e alla competenza dei manager più che ai finanziamenti dei soci».

A cosa è dovuta la differenza di affluenza allo stadio in Italia rispetto all’Inghilterra?

«Prendendo ad esempio San Siro, per i tifosi le prime difficoltà nascono nel trovare parcheggio, nell’arrivare con facilità e nel vivere i 90-100 minuti delle partite in termini di hospitality, intendo per avere una birra, un sandwich. Non c’è grande disponibilità, la struttura non lo permette. Abbiamo dei bagni obsoleti che non rispondono gli standard minimi di accoglienza e di sicurezza. Questo non stimola il venire con le famiglie e i figli. Nello stadio moderno ci saranno spazi anche per i bambini».

Dipende anche dalle strutture il fatto che non crescono più talenti come Yamal in Italia?

«Sicuramente sì. Quando abbiamo fatto un’analisi oggettiva della classifica degli stadi europei, non abbiamo parlato dei piccoli centri di allenamento. Oggi in Italia mancano. Noi stessi abbiamo due strutture, una per la prima squadra e una per il settore giovanile, che erano obsolete, ma grazie alla lungimiranza di Oaktree e alla nostra esigenza ha deciso di investire 100 milioni, abbiamo acquistato nuovi terreni in cui coinvolgeremo nuove strutture che sono parte importanti per la crescita di talento. Se giochi in un campo di patate difficilmente riesci ad accettare dei consigli del tuo allenatore. Se devi stoppare la palla su un campo gibboso non ce la fai. Ci devono essere strutture idonee per mettere a frutto gli insegnamenti degli stessi allenatori».

Quando potremo vedere giocatori usciti dall’Under 23 in prima squadra all’Inter?

«Io, insieme a Cherubini, ho fatto parte della classe dirigenziale che ha dato vita all’U23 a Torino, è esperienza che conosco benissimo. Qua l’avevamo bloccata perché non ne avevamo le possibilità, ma Oaktree ha avuto una presa di posizione lungimirante e ha stanziato una cifra importante per far diventare il progetto una realtà che è curata da Baccin e da un allenatore come Vecchi. L’obiettivo è quello nel giro di uno o due anni creare i presupposti per far allenare l’Under 23 ad Appiano Gentile con la prima squadra, questa sarebbe una grande cosa perché si creerebbe una simbiosi tra U23 e prima squadra. Cocchi ha esordito anche in Champions, Chivu è molto attento, quindi si può dire che l’U23 è uno strumento propedeutico alla valorizzazione dei talenti».

Quando verrà inaugurato San Siro una bella presenza di U23 in prima squadra?

«Il nostro modello di riferimento è portare una squadra che sia composta sa un’età media più bassa di quella di oggi e se ci fosse la possibilità di valorizzare i nostri talenti saremmo molto felici. Credo che nelle venti panchine di Serie A siamo noi gli unici ad avere un allenatore che arriva dal settore giovanile dell’Inter. Questo è un segnale di coraggio da parte del management, di efficienza, di come dal settore giovanile si possa attingere a figure diverse dall’allenatore, ai dirigenti, fisioterapisti e ruoli dirigenziali».

Possono essere quindi modelli Chelsea e Arsenal?

«Il Chelsea ha modificato il suo modo di lavorare da poco. L’Arsenal lo fa da più tempo. Non siamo nelle condizioni di non investire più perché si fanno operazioni indipendentemente dal club da parte di Redbird e Oaktree ma avere questa apertura verso i giovani è qualcosa che i club italiani devono rispettare».

Come è rapportarsi con una proprietà straniera? Una volta c’era Moratti…

«Proprio di recente c’è stato un passaggio ad una priorità straniera nel Cagliari. E una realtà. E da uomo di sport dico menomale che sono arrivate le proprietà straniere. Perché immaginiamo che la grande Milano ha dovuto ricorrere all’arrivo di due proprietà straniere per continuare la storia di due club gloriosi. Non possiamo più avere a che fare con modelli di mecenatismo ma che arrivano fondi, principalmente americani, che si appassionano da un punto di vista sportivo. Ma applicano criteri di modernità, sostenibilità, investimenti mirati a valorizzare maggiormente il meglio della società. Oaktree è lungimirante e sta facendo investimenti importanti e questo va a beneficio dell’Inter e del calcio milanese e nazionale».

Quanto è complicato riuscire ad essere competitivi e sostenibili? C’è un modello Marotta?

«Il modello Marotta è semplicissimo ma non viene più applicato. Si immagina che nel calcio sia tutto facile, invece non è così. Diceva Italo Allodi, precursore dei manager che è andato dall’Inter alla Juve, che il calcio è l’unico modo dove si può diventare architetto il giorno dopo perché di calcio ne sappiamo tutti. Invece non è così, serve competenza, molta competenza. Non si può avere successo se non affidandosi a manager competenti. Noi come Inter cerchiamo l’eccellenza. Siamo all’avanguardia nel raggiungimento negli obiettivi sportivi e nell’area psicologica medica abbiamo fatto un’intesa con il professor Ceccarelli, che lavora con Sinner. L’innovazione di pari passo con la sostenibilità. Nello sport non vince sempre chi spende di più. La competenza è il primo valore che le proprietà, anche di calcio, devono rispettare».

Notato cambiamento degli atleti, dei calciatori a livello psicologico?

«C’è una maggiore emancipazione dei soggetti. Non sono più intelligenti di prima ma sono più coinvolti perché il calcio ha una dimensione diversa. Approcciare ad un avvenimento sportivo con la mente che agisce in conseguenza dell’obiettivo che hai in modo totalitario porta più facilmente al raggiungimento dei risultati. La mente è quel fenomeno, sistema, che non può essere letto e interpretato facilmente come le performance fisica che si fa con strumenti tecnologici a disposizione. Ma rappresenta una grandissima percentuale nel successo e negli insuccessi di una performance sportiva».

Quanto incidono i social?

«Probabilmente stiamo ancora subendo questo mondo non capendo vantaggi e svantaggi. Esploso rapidamente non riusciamo a marcare limiti e leggerne contenuti. Io non sono sui social per difesa e per non rischiare di diventare antipatico ai tifosi. Ci trovo poco di educativo ed è un monito per i miei figli che sono ragazzini. Si impara poco. C’è una parte ancora nebulosa, non c’è tutela e rispetto per le persone. I leoni da tastiera imperversano. E cerchiamo di difenderci: non è facile perché da un punto legislativo non è facile intervenire. Fa parte dell’innovazione della società e della cultura e quindi bisogna conviverci».

Lavorate in questo senso con i giovani?

«Siamo anche responsabili della crescita di centinaia di bambini, ragazzi e bambine e ragazze tesserati e c’è la missione di creare uomini e donne del domani, non solo dal punto di vista sportivo. Pochi faranno i professionisti, tutto il resto è una componente della nuova società e dobbiamo indirizzarli dal punto di vista didattico e professionale. È un mio obiettivo pensare quale possa essere il futuro dei ragazzi che non diventano professionisti. La nostra è una missione educativa di responsabilità da tenere in conto quanto vincere i trofei».

Che effetto le ha fatto diventare il nuovo presidente dell’Inter?

«Per un appassionato di calcio, e io mi ritengo molto fortunato, mi sento non realizzato, di più. Arrivo dalla gavetta, sono mezzo milanese essendo nato a Varese ed è toccare il cielo con un dito, il massimo dell’aspirazione. Ma l’ho fatto con molta umiltà che è un valore molto importante nella crescita di una persona. Ho accettato il confronto con Oaktree ed è stato un atto di fiducia che mi hanno dimostrato e io mi auguro di poter ripagare nel tempo. Ho intrapreso questa figura con stimoli e passione. La mia vita non è cambiata, avevo anche prima un ruolo apicale, ma fa effetto. Sono contento di aver conservato tutti i valori che mi hanno portato a diventare dirigente più che presidente. Siccome si trattava di un titolo professionale di tutti i presidenti avuti in 50 anni di lavoro. Ho iniziato ragazzino, con presidenti importanti che mi hanno dato esperienza e ho preso da loro. Sono passato da Zamparini, ai Garrone, passando agli Agnelli. Diversi modelli di riferimento ma ognuno di loro mi ha dato tanto e sono un patrimonio interiore che mi porta ad affrontare questa esperienza con passione. I giovani hanno grandissime qualità ma manca proprio l’esperienza che è sicuramente un valore molto importante per arrivare a sentirti sicuro e ad avere un ruolo importanti in qualunque cosa si debba fare».

Il colpo di mercato che l’ha soddisfatta di più?

«Quello storico è Pogba. Grazie allo staff e ai collaboratori che avevo alla Juve, lo avevamo preso a zero e lo abbiamo rivenduto a loro dopo pochi anni a 115 mln. Credo che sia ancora uno dei giocatori più pagati, forse anche Lukaku che avevamo ceduto con l’Inter. Una cifra storica, unica, irripetibile. Grazie all’intuizione, furbizia, di una persona che non c’è più, uno dei più grandi agenti in circolazione, Mino Raiola, che ci ha facilitato l’acquisizione, è stata un’operazione fatta in team. Un’operazione apparentemente facile. C’era Ferguson allo United: anche lui mi ha dato esperienza, ho avuto modo di conoscerlo bene. A lui ho ceduto Taibi che non ha avuto un’esperienza fortuna ma dal Venezia è arrivato allo United. Denuncio la perdita di personaggi come Ferguson, uno dei tanti».

Scaramantico presidente?

«No. C’è solo un metodo di trattativa: quando devi vendere un giocatore meglio farlo a cena con un clima sobrio. Mentre quando compri devi farlo al mattino, una vecchia legge dei dirigenti».

Il nuovo San Siro entra nel panorama dell’Europeo 2032…

«L’obiettivo è di avere lo stadio nuovo entro il 2030 e speriamo di farcela. Il percorso burocratico è tortuoso ma speriamo e credo che l’Italia del calcio non può fare a meno di avere Milano a rappresentarla. Serve uno sforzo delle istituzioni che non devono dimenticare che Milano deve essere rappresentativa del contesto calcistico nazionale».

Sperando di poter vedere prima anche l’Italia ai Mondiali…

«La speranza è qualificarsi ai Mondiali quest’anno. Ci spero veramente perché purtroppo ci sono ragazzini che non hanno ancora visto al Mondiale l’Italia. Per una Nazionale con una storia come la nostra questo è un aspetto negativo che bisogna far riflettere anche se non c’è sempre tempo di analizzare questo tipo di involuzione».

Visualizza l' imprint del creator