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·3 gennaio 2026
Matuzalem: "Entrai alle 21 per firmare, uscii alle tre di notte. Lotito si addormentava"

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L'intervista all'ex regista biancoceleste, Francelino Matuzalem, ai taccuini della Gazzetta dello Sport, dove l'ex Lazio ha ripercorso le tappe principali della sua carriera, come anche gli anni in biancoceleste. In particolare, l'ex calciatore, oggi 45enne, si è soffermato anche sul suo arrivo alla Lazio e ad un retroscena su Claudio Lotito.
Fino ai 15 anni giocavo a calcio per strada, in un quartiere molto povero, segnato da disoccupazione e criminalità. Alcuni amici hanno preso strade sbagliate, altri, due a cui ero particolarmente legato, hanno perso la vita, coinvolti in giri di droga. A volte mi trovavo anch’io in quell’ambiente. Il calcio e il Bahia mi hanno salvato: senza di loro oggi non sarei qui. Mio padre lavorava in un’impresa, mia madre era casalinga. Ricordo che una volta scappai di casa alle cinque del mattino per giocare un torneo: quando mi ritrovarono, mio padre voleva punirmi, ma quel giorno vinsi il premio di miglior giocatore. Fu quello il momento che cambiò tutto..
Il mio primo approdo in Italia fu il Napoli, nell’estate del 1999. Filippo Fusco mi notò al Mondiale Under 20 con il Brasile: in squadra c’era anche Ronaldinho, che già faceva magie palleggiando persino con le arance. Avevo solo 19 anni. Dopo le prime partite chiesi quando avremmo affrontato Juventus e Milan, ma mi risposero che forse sarebbe successo l’anno dopo: eravamo in Serie B e io nemmeno lo sapevo. Per il primo mese vissi praticamente di pizza e Coca-Cola. Abitavo da solo, non sapevo cucinare né fare una lavatrice senza combinare disastri. Per fortuna avevo un vero angelo custode: Walter Novellino. Quando non mi presentavo agli allenamenti veniva direttamente a prendermi a casa: “Brasiliano, c’è allenamento”. È stato lui a intuire il regista che avevo dentro. A Napoli sono stato benissimo, anche se resta il rammarico per la retrocessione del secondo anno, arrivata dopo la promozione.
Il capitano mi stima molto e so di essere circondato da autentici fuoriclasse, ma se devo scegliere tra vincere un contrasto o servire un assist, non ho dubbi: scelgo sempre il primo. È il mio modo di interpretare il calcio. Giocatori con queste caratteristiche oggi se ne vedono pochi. Non saprei nemmeno dare un valore economico a me stesso, so solo che potrei giocare per tutta la vita. I veri campioni di oggi? Forse non esistono più. Haaland? Yamal? Grandi talenti, certo, ma non so se avrebbero trovato spazio nella Spagna dei fenomeni.
Non sono mai entrato in campo per far male, neanche nelle due scivolate più discusse contro Brocchi e Krsticic. Con Cristian ci sentiamo ancora, anche se la gente non lo sa. Lo chiamai anche dopo quell’intervento in Genoa-Lazio del 2013, ma allora qualcuno parlò a vanvera. Quando Baronio mi accusò di averlo fatto apposta? Assurdo. Fu un fallo duro, sì, ma non intenzionale. La verità è un’altra: nel 2009-10, con Ballardini, Baronio giocava solo perché Ledesma era fuori rosa insieme a Pandev. Io e Lichtsteiner andammo dal mister a dire che Cristian doveva rientrare. Baronio sapeva che, se fosse tornato, non avrebbe più giocato: ed è esattamente quello che accadde. Era invidioso. La gente mi insultò per colpa sua, ma dopo quel fallo presi l’aereo… con la Lazio. Il “Professore”? Merito di Reja, che stravedeva per me. Me lo disse dopo l’assist a Klose nel derby, all’ultimo minuto di un Lazio-Roma pazzesco. Che campione, Miro: dopo gli allenamenti infilava i palloni nella sacca da solo, a Formello. Quando prese il numero 11, che era il mio, si scusò. E Baggio a Brescia? Ho avuto la fortuna di segnare due gol il giorno del suo addio al calcio a San Siro. Mi diceva che avevo talento, ma che avrei dovuto comportarmi meglio. Peccato, l’ho ascoltato troppo poco.
Nel 2003 giocavamo insieme, ma lui era più contento di me: “Matu, è un piacere vederti giocare”. Apprezza il mio stile da strada. In un'occasione disse che mi avrebbe portato a Barcellona per fargli da guardia del corpo. Quel Brescia oggi giocherebbe in Champions. Mazzone è stato un padre.
Entrai alle 21 per firmare il contratto e uscì alle tre di notte. Si era addormentato. Un grande. Quando mi mise fuori rosa, fu colpa mia: ero rientrato tardi dalle vacanze. La Lazio è stata un pezzo importante della mia vita, e i tifosi mi ricordano ancora il gol decisivo in Supercoppa contro l’Inter, nel 2009, segnato di naso… il più brutto di tutti.
Ho sfiorato Milan e soprattutto Roma. Incontrai Spalletti in hotel ai tempi dello Shakhtar. Lì ho avuto l’allenatore migliore: Lucescu.









































