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·19 agosto 2026
Mazzola: «L’Avvocato Gianni Agnelli mi offrì il doppio dello stipendio ma dissi no. L’Inter è la squadra che mi ha salvato»

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Sandro Mazzola ripercorre la sua vita nerazzurra: prima in campo, poi dietro la scrivania. In una lunga intervista concessa a La Gazzetta dello Sport, l’ex bandiera dell’Inter ha raccontato il proprio percorso, dagli anni da fuoriclasse con la maglia nerazzurra fino al ruolo da dirigente che ha segnato la seconda parte della sua storia nel club.
Un racconto che unisce memoria, emozioni e visione, e che restituisce l’immagine di uno dei simboli più profondi dell’Inter. Le sue dichiarazioni:
PAROLE – «L’Inter è la squadra che mi ha salvato. Dopo la tragedia di Superga in cui persi mio padre Valentino, Benito Lorenzi venne a Cassano con scarpe e pallone: papà lo aveva aiutato a esordire in Nazionale e lui volle aiutare i suoi figli. Diventammo mascotte dell’Inter a 8-9 anni e Angelo Moratti ci dava il premio partita anche a noi: erano soldi vitali. Il Mago Helenio Herrera mi cambiò il carattere: non volevo fare il centravanti, lui capì come sfruttarmi. Fu un innovatore, ci metteva a dieta, ma Luisito Suarez, il nostro Maestro, nascondeva salame e prosciutto in camera. Non eravamo lenti, anzi verticalizzavamo più di oggi»
«Quando mamma seppe la cifra che strappai ad Allodi nel primo contratto disse: “Hai capito male, sono troppi…”. Angelo Moratti regalava ai giocatori più rappresentativi una Mercedes e a me una monetina d’oro per i goal importanti. Massimo continuò: a Natale tre monetine a me e una a mio figlio. I Moratti sono una seconda famiglia, come l’Inter: in nerazzurro ho passato 50 anni da mascotte a giocatore, poi dirigente con Fraizzoli e Massimo»
AGNELLI – «L’Avvocato Gianni Agnelli mi offrì il doppio dello stipendio, un’agenzia di assicurazioni e una concessionaria Fiat. Mamma disse: “Tuo padre si rivolterebbe nella tomba”. Rifiutai. La Juve tornò quando ero dirigente con Fraizzoli e dissi un altro no: col cuore rifarei entrambe le scelte”. Avevo comprato Platini, poi Fraizzoli rinunciò, e conservo il contratto firmato da Falcao, rimasto nel cassetto dopo l’intervento di Andreotti. Ricordo con piacere Zenga, aiutato a ripartire dalla Sambenedettese: nel suo carattere non credeva nessuno. Ma il capolavoro si chiama Ronaldo. Seppi che voleva lasciare Barcellona, lo incontrai e disse: “Ok director, vengo a Milano”. Che soddisfazione quando la Federazione accettò l’1+8 per Zamorano»
RETROSCENA – «Io e Facchetti eravamo diversi, ma rivali mai. Quando Herrera mi diede la fascia, Giacinto era già capitano della Nazionale e forse ci rimase male. Per qualche giorno ci fu tensione, poi restammo soli, parlammo e ci abbracciammo. Fuori ci frequentavamo poco, ma allora si correva dalle famiglie. Chiedo scusa a Boninsegna: lui scherza dicendo che lo mandai via io. Non è vero, ma nello scambio con Anastasi avrei potuto oppormi e non lo feci, pensando convenisse all’Inter. E a Gigi Simoni: dopo la Coppa Uefa avevo l’accordo con Zaccheroni, che poi firmò col Milan. Quando Massimo decise di esonerare Gigi, ero contrario ma rispettai le gerarchie. Non lo meritava: era un uomo giusto e un grande tecnico»
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