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Chiara Caravelli·1 giugno 2026
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Chiara Caravelli·1 giugno 2026
Sette Champions League in bacheca, una storia che parla da sé e un blasone che anni fa garantiva rispetto ovunque. Anni fa, appunto. Oggi la realtà del Milan racconta tutta un'altra storia. Quella di un club che dopo aver mancato una qualificazione in Champions più che alla portata, si ritrova immerso in una delle crisi d'identità più profonde della sua storia recente. Il verdetto del campo è stato spietato, ma quello che sta succedendo fuori preoccupa ancora di più. Perché senza le fondamenta è impossibile costruire.
Vedere il club in queste condizioni fa riflettere. Non chi dovrebbe però. E i tifosi lo sanno bene. Dietro c'è una gestione societaria che ha voluto azzerare il passato senza avere pronto un futuro. La scelta di Cardinale, fin da subito, ha fatto storcere la bocca a tanti: puntare tutto su un modello aziendale freddo, dove gli algoritmi 'sostituiscono' la competenza sul campo, ha fatto acqua da ogni parte.Il Diavolo, oggi, ha perso i suoi pezzi pregiati, la sua guida ma soprattutto la sua identità.
Nelle ultime settimane, la proprietà RedBird ha deciso di far saltare il banco con una rivoluzione totale. Via Max Allegri, ma soprattutto piazza pulita in dirigenza con gli addii dei principali vertici operativi, da Tare a Furlani passando per Moncada.In questo scenario da day after, l’unico rimasto è Ibrahimovic, uomo di fiducia di Cardinale. Che, tra l'altro, seguirà il momento di maggior emergenza del Milan dagli Stati Uniti dove sarà impegnato con Fox Sports durante i 40 giorni del Mondiale.
Una scelta che è stata digerita malissimo dal popolo rossonero. Comprensibile? In un momento come questo, seppure l'impegno fosse già in agenda da tempo, forse sì. Perché ai tifosi non basta più il carisma social e le promesse di Ibra: serve una dirigenza presente, strutturata e capace di metterci la faccia. Un club senza leader è un club senza bussola.
Come se non bastasse, se qualche anno fa allenare il Milan era il punto d'arrivo di qualsiasi carriera, oggi la panchina di San Siro è una seconda scelta. Anche terza o qurta. E l'attuale casting per il post Allegri ne è un validissimo esempio.
Perché più che una ricerca di un allenatore assomiglia a un festival del rifiuto: nomi come Andoni Iraola e Xavi hanno già risposto con un cortese ma fermo "No, grazie". E la sensazione è che più si andrà avanti e più il Milan si dovrà "accontentare", salvo dietrofront dell'ultimo minuto.
Il fatto che tecnici di prima fascia e seconda fascia preferiscano aspettare altri treni piuttosto che salire accettare la corte rossonera è il termometro più evidente del declino dell'appeal del club, frenato dall'assenza di interlocutori chiari. E dare loro torto, a oggi, diventa quanto mai difficile.
Lo sprofondo rossonero si riflette anche sul mercato. Sia in entrata che in uscita. Il primo a preparare le valigie sarà anche quello che per certi verso era considerato l'uomo di "punta" del Milan. Rafa Leao, che nei giorni scorsi ha annunciato un po' a sorpresa la sua decisione di lasciare il Diavolo. Non solo, Luka Modric è sempre più lontano da Milano. Con la mancata qualificazione in Champions, le possibilità di vedere il croato in rossonero per un ultimo ballo tra i grandi si sono assottigliate sempre di più. Anche la permanenza di pilastri come Pulisic e capitan Maignan, seppur quest'ultimo abbia rinnovato per altri 4 anni, non è più così sicura. Entrambi non hanno nascosto la profonda delusione per la piega presa dalla stagione. E se il mercato in uscita piange, quello in entrata non sorride per niente. Senza la vetrina della Champions League e senza un progetto tecnico definito, molti obiettivi preferiscono declinare le proposte. Quando sia i tuoi giocatori migliori sia i potenziali acquisti non vedono un futuro chiaro, il rischio di un fuggi fuggi generale è altissimo.
📸 Marco Luzzani - 2026 Getty Images







































