Milan, Pochettino e il grande equivoco dell’identità: il problema non è l’allenatore, ma l’idea di club | OneFootball

Milan, Pochettino e il grande equivoco dell’identità: il problema non è l’allenatore, ma l’idea di club | OneFootball

In partnership with

Yahoo sports
Icon: Milannews24

Milannews24

·29 maggio 2026

Milan, Pochettino e il grande equivoco dell’identità: il problema non è l’allenatore, ma l’idea di club

Immagine dell'articolo:Milan, Pochettino e il grande equivoco dell’identità: il problema non è l’allenatore, ma l’idea di club

Il Milan parla di progetto, ma continua a scegliere nell’incertezza: Pochettino non c’entra nulla con l’idea di Cardinale

C’è una frase riportata da The Athletic sulla recente esperienza di Mauricio Pochettino al Chelsea che dovrebbe far riflettere chiunque oggi discuta del futuro del Milan: “Training sessions were regarded as tactically primitive by some players, with relatively few detailed instructions issued and improvisation encouraged.” Tradotto: sedute considerate tatticamente povere, poche indicazioni precise e largo spazio all’improvvisazione.


OneFootball Video


Ed è qui che nasce il cortocircuito.

Per mesi il Milan ha lasciato filtrare la necessità di costruire un’identità moderna, riconoscibile, dominante. Si è parlato di un profilo “alla Fàbregas”: calcio organizzato, principi chiari, sviluppo tecnico dei giovani, controllo del gioco, occupazione razionale degli spazi. Un’idea quasi ossessiva di struttura. Poi però, nel momento delle scelte concrete, emerge il nome di Pochettino. Un allenatore che, al netto di quanto di straordinario fatto al Tottenham anni fa, arriva da esperienze recenti dove proprio l’identità tattica è stata la critica principale.

E allora la domanda è inevitabile: qual è davvero la direzione del Milan?

Da Pioli in poi: il club sembra rincorrere le occasioni, non una filosofia

Negli ultimi anni il Milan ha vissuto una fase di transizione continua. Stefano Pioli aveva dato una prima identità emotiva e verticale alla squadra: intensità, ripartenze, aggressività. Uno spartito semplice ma riconoscibile, che nel 2022 aveva persino portato allo scudetto. Col tempo però quel ciclo si è consumato, e il club avrebbe dovuto decidere cosa diventare.

Dominio del gioco? Calcio relazionale? Verticalità moderna? Pressing posizionale? Valorizzazione dei giovani? Nessuno sembra averlo capito davvero.

Per questo le ultime indiscrezioni sul casting per la panchina lasciano perplessi. Perché i nomi accostati al Milan spesso non sembrano appartenere alla stessa idea di calcio. Si passa da allenatori di struttura a gestori emotivi, da tecnici ossessionati dal possesso a profili più intuitivi. Come se il club non stesse cercando un tassello coerente con un progetto, ma semplicemente “un nome”.

Ed è qui che sta il vero rischio.

Pochettino non sarebbe il problema principale

Attenzione: il punto non è demonizzare Pochettino. Parliamo di un allenatore che ha costruito una delle squadre più affascinanti della Premier degli ultimi dieci anni, che ha valorizzato giovani, creato cultura del lavoro e raggiunto una finale di Champions League. Il problema è un altro: ha senso sceglierlo se il messaggio pubblico del club va nella direzione opposta?

Perché se davvero il Milan vuole una squadra ultra-codificata, dominante nel palleggio e ricca di automatismi, allora bisogna avere il coraggio di puntare su allenatori che incarnano quel modello fino in fondo. Se invece si desidera un calcio più libero, più emotivo e basato sulle relazioni individuali, allora bisogna dirlo apertamente e costruire il mercato in quella direzione.

L’impressione, invece, è che a Casa Milan convivano idee diverse e spesso incompatibili. Ed è questa la sensazione più preoccupante per i tifosi: non tanto il timore di sbagliare allenatore, ma quello di non sapere nemmeno quale calcio si voglia vedere tra un anno.

Senza una linea chiara, ogni scelta sembra casuale

Il calcio moderno premia i club che hanno una visione prima ancora degli allenatori. Lo dimostrano realtà come Arsenal, Bayer Leverkusen o Girona: cambia qualche interprete, ma l’identità resta.

Il Milan oggi sembra invece muoversi in modo reattivo, quasi improvvisato. Un giorno si parla di rivoluzione tattica, quello dopo di pragmatismo, poi di esperienza internazionale, poi ancora di sostenibilità e giovani. Tutti concetti validi, ma che senza una gerarchia diventano soltanto rumore.

Ed è forse per questo che il nome di Pochettino divide così tanto. Non per il suo valore assoluto, ma perché appare l’ennesima scelta che può significare tutto e il contrario di tutto.

E un grande club, soprattutto uno come il Milan, non può permettersi di vivere nell’ambiguità permanente.

Visualizza l' imprint del creator