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·11 settembre 2026
Momblano: «C’è un giocatore che sarebbe stato perfetto per Spalletti. Ecco cosa successe davvero per gli addii di Vidal e Marotta» – ESCLUSIVA VIDEO

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·11 settembre 2026

Luca Momblano è intervenuto in esclusiva ai microfoni di Juventusnews24 per affrontare i principali temi legati al presente e al futuro della Juventus. Dall’emergenza provocata dagli infortuni di Thuram, Locatelli e Yildiz alle possibili soluzioni tattiche di Luciano Spalletti, passando per il rendimento dei nuovi acquisti e le occasioni mancate nell’ultima sessione di mercato.
Nel corso dell’intervista, il giornalista ha analizzato anche le gerarchie emerse nelle prime giornate di Serie A, la nuova linea arbitrale, il cammino europeo delle squadre italiane e il ruolo che l’Europa League dovrà avere nella stagione bianconera. Spazio, infine, alla nuova Italia di Roberto Mancini, al mestiere del giornalista e ad alcuni retroscena riguardanti Arturo Vidal e Beppe Marotta.
Ciao Luca. Partirei proprio dal tema legato agli infortuni. È chiaro che, con il doppio stop a centrocampo di Thuram e Locatelli e quello di Yildiz in attacco, la Juve sia in emergenza. Da questo punto di vista cosa faresti? Cambieresti modulo per ovviare a questa situazione?
«Diciamocelo subito: si creano tre grandi aspettative su tre giocatori dei quali abbiamo uno storico in alcuni casi, sensazioni non positive in altri e delle speranze negli altri casi. Sono, in qualche modo, tre punti interrogativi rispetto a ciò che richiede una stagione disputata con la maglia della Juventus.
Sto parlando di Douglas Luiz, Koopmeiners e Sarr. Questi tre elementi, in base alle risposte fornite sul campo e, direi, ancora prima in allenamento, determineranno anche la configurazione tattica del centrocampo nella testa di Spalletti.
Se questi tre giocatori riuscissero a esprimersi ad alti livelli, Spalletti potrebbe continuare a giocare a due, avendo poi delle soluzioni aggiuntive con McKennie o con altri calciatori adattati. Potrebbe quindi dare continuità all’attuale sistema, perché i titolari stanno rispondendo bene.
Ovviamente tutti e tre questi nomi presentano ancora un’ampia fascia di mistero. Per una questione logica, prima di andare incontro a delle difficoltà, mi verrebbe da dire che l’assetto migliore sarebbe quello con il centrocampo a tre. È un ragionamento generale, ma credo che sulla Juventus calzi a pennello.
Nel ruolo di mezzala, ai lati del centrocampista centrale, puoi infatti adattare diversi giocatori che hanno nelle corde quella posizione come ruolo secondario. In questo modo riesci anche a proteggerti maggiormente in mezzo al campo. Ribadisco, però, che secondo me Spalletti non ha ancora preso questa decisione e potrebbe rinviarla alla prossima pausa per le Nazionali».
Il tema degli infortuni e dell’emergenza della rosa, probabilmente inaspettata perché si tratta quasi sempre di problemi traumatici, si ricollega all’ultima campagna acquisti. Alla Juve sono arrivati tutti i giocatori giusti per Luciano Spalletti? Ci sono stati dei calciatori sondati o trattati che avrebbero fatto comodo ai bianconeri?
«Non voglio correggere la tua domanda, perché è ancora più complessa chiedersi se siano arrivati i giocatori giusti per Spalletti. Io allargherei leggermente il discorso. Secondo me la domanda che dovremmo porci è se siano arrivati i giocatori giusti per la Juventus.
Se analizzo uno per uno i nuovi acquisti in relazione a Spalletti, posso dire che alcuni mi sembrano adatti al suo calcio, altri un po’ meno. Alcuni dovranno imparare a conoscerlo, mentre altri sono perfetti per le sue idee.
Se penso a Lucumì, per esempio, credo che sia perfetto. Se penso a Alajbegovic, invece, ritengo che Spalletti debba lavorare sulla testa del giocatore, ma anche sulla propria, perché bisogna trovare il modo di tirare fuori il meglio da un talento del genere. Non è comunque scontato che tutto possa funzionare immediatamente.
Se penso a Sarr, vedo un giocatore non adattissimo al calcio di Spalletti, anche se naturalmente spero di sbagliarmi. Celik è una garanzia per definizione, Kolo Muani è molto adatto come tipologia di attaccante e Woltemade lo è abbastanza.
È chiaro che, se mi chiedi se in estate si sarebbe potuto fare qualcosa di meglio, la risposta a livello strettamente sportivo è sicuramente sì. Bisogna però ascoltare anche Carnevali, che a mercato concluso ha spiegato come gli ultimi due innesti dovessero necessariamente arrivare con la formula del prestito.
Un vincolo del genere restringe notevolmente il ventaglio delle scelte. A volte rischi persino di rimanere con il cerino in mano, come è successo per il terzino sinistro. Negli ultimi giorni era stato valutato Tagliafico. È un nome che è stato realmente nelle grazie del mercato della Juventus e che, secondo me, avrebbe fatto molto comodo».
Le prime tre giornate di Serie A hanno stabilito una gerarchia abbastanza chiara, seppure temporanea. Inter e Roma sono in testa insieme alla sorpresa Lazio, mentre Milan e Juve hanno raccolto sette punti. C’è poi il Como, che sta confermando quanto fatto nella scorsa stagione, mentre il Napoli si trova nelle retrovie. Questa gerarchia può durare fino alla fine oppure squadre come il Napoli hanno le caratteristiche per rientrare nella corsa alle posizioni più importanti?
«A differenza di molte altre stagioni, ho la sensazione che le prime tre giornate ci abbiano già restituito abbastanza chiaramente i valori tendenziali del campionato. Naturalmente nessuno di noi possiede la sfera di cristallo.
Basta pensare a ciò che è accaduto alla Juventus in una sola settimana dopo la chiusura del mercato, con tre giocatori finiti in sala operatoria e altri problemi muscolari. Non abbiamo citato nemmeno Boga. Se situazioni simili dovessero verificarsi anche nelle altre squadre, le variabili diventerebbero inevitabilmente numerose.
Di solito mantengo gli orizzonti molto aperti, ma quest’anno credo che le prime tre giornate ci abbiano già mostrato il campionato che potremmo vedere. Forse la Roma sta andando oltre le aspettative e il Napoli sta rendendo meno del previsto. In questo momento, però, Gasperini è padrone della propria squadra, mentre Allegri non lo è ancora.
Vorremmo che Spalletti fosse già padrone della Juventus, ma dobbiamo ricordare che sta scendendo in campo con sette o otto undicesimi diversi rispetto alla squadra che aveva nella passata stagione. Per Spalletti è quasi come se fosse il primo anno alla guida della Juve.
I bianconeri rimangono così in una sorta di limbo. Da una parte possono sognare di vivere con relativa tranquillità la corsa per le prime quattro posizioni, ma non quella per lo Scudetto, almeno al momento. Dall’altra devono temere di entrare in una bagarre simile a quella della scorsa stagione, quando quattro squadre si giocavano un solo posto. In quella situazione non basta chiamarsi Juventus per essere certi di spuntarla.
Alla Juve è già andata bene due volte in tempi recenti. La prima quando Faraoni segnò contro il Napoli all’ultima giornata durante la gestione Pirlo. La seconda a Venezia, quando Conceição conquistò il rigore poi trasformato da Locatelli. Se una situazione del genere si ripete tante volte, non puoi pensare di essere sempre tu la squadra più brava e fortunata. La scorsa stagione, infatti, alla penultima giornata è arrivata la beffa».
I primi duecentosettanta minuti di campionato hanno evidenziato una statistica interessante: si sta segnando molto più rispetto alla media che solitamente caratterizza la Serie A. Quanto hanno inciso il nuovo regolamento e le direttive date da Orsato agli arbitri, che sembrano intenzionati a lasciare giocare maggiormente?
«Quando emerge una tendenza generale, alla fine più o meno tutte le squadre si attestano sugli stessi valori. L’aspetto positivo per la Juventus è che la sua quota di gol legata agli attaccanti deve ancora arrivare. Se dovesse farlo adesso, sarebbe naturalmente un’ottima notizia.
Credo che questo andamento sia in parte figlio della nuova linea arbitrale e soprattutto del messaggio trasmesso, più ancora che delle singole decisioni prese in campo. Per esempio, non è stato ancora assegnato alcun calcio di rigore. Non si può quindi sostenere che si stia segnando tanto perché viene fischiato un rigore ogni due episodi, come poteva accadere con la linea di Rocchi, molto più regolamentare e orientata a sezionare ogni situazione.
Paradossalmente, questa nuova linea arbitrale accende l’animo delle squadre già durante la preparazione delle partite. Orsato ha fatto arrivare messaggi molto chiari ai referenti dei club, agli allenatori, ai capitani e ai referee manager. Tutti sanno di entrare nell’arena con un dovere di coraggio differente, perché si può giocare maggiormente.
Secondo me esiste quindi un effetto diretto. Potremmo assistere a partite mediamente più ricche di gol anche grazie alla linea arbitrale scelta. Al netto degli errori che inevitabilmente ci sono stati, mi auguro che questa impostazione possa proseguire con coerenza, senza essere condizionata dalle pressioni mediatiche che arriveranno».
È una linea che da anni viene seguita anche dagli arbitri in Europa. Arriviamo dalla prima giornata di Champions League, che purtroppo non ha visto protagonista la Juve, impegnata dalla prossima settimana in Europa League. Quale squadra italiana ha le prospettive migliori nella competizione? L’Inter rimane davanti alle altre oppure il Como può sorprendere anche in Europa?
«Con il Como abbiamo imparato che il fattore sorpresa deve essere tenuto in considerazione. Anche noi juventini ce ne siamo accorti doppiamente nella scorsa stagione. Il Como ha battuto la Juve due volte su due, le è arrivato davanti e le ha tagliato le gambe nel finale del campionato.
Continuo a considerare il Como una sorpresa e non sono d’accordo con chi sostiene che non lo si possa più definire così. Essere una sorpresa e fare bene non significa aver ottenuto qualcosa in modo immeritato o casuale. Il Como può quindi sorprendere anche in Europa.
Personalmente credo che quanto visto nella prima giornata sia molto coerente con ciò che conosciamo della nostra realtà. Quando affronti avversarie come Real Madrid e Arsenal parti oggettivamente sfavorito. Bisogna però sottolineare che in questo momento storico esiste ancora una differenza tra Inter e Napoli.
Il posizionamento europeo dell’Inter non cambia per una sconfitta al Bernabéu, perché in quello stadio può perdere chiunque. Il Napoli, invece, oggi è inferiore all’Arsenal e, se affrontasse quella squadra dieci volte, probabilmente perderebbe in nove occasioni. È brutto da dire, ma in questo momento è così.
La Roma aveva una trasferta molto insidiosa e ne è uscita magari soffrendo, ma sta trovando una propria stabilità. Può compiere un discreto percorso europeo, ma rischia di lasciare qualcosa in campionato.
La Juventus dovrà essere brava a non gettare punti in Serie A per inseguire a ogni costo risultati nella fase campionato dell’Europa League. Spalletti deve utilizzare questa parte della competizione europea come una risorsa in funzione del campionato.
Il terrore del super girone di Europa League non esiste. Se riesci ad arrivare tra le prime otto è sicuramente positivo, ma stressare la Juventus in questa prima fase e lasciare punti in campionato, come inevitabilmente faranno anche le squadre impegnate in Champions League, sarebbe un errore strategico».
Tra due settimane vedremo anche la nuova Italia di Roberto Mancini, un commissario tecnico da sempre molto attento ai giovani. Questo inizio di stagione gli sta fornendo del materiale interessante? L’emblema potrebbe essere Cisse del Milan, che si sta imponendo come titolare e come una delle sorprese del campionato.
«Non sono un super manciniano, ma da questo punto di vista so con certezza che avrà coraggio, soprattutto nella prima fase del suo secondo mandato. Credo che tanti di questi giovani, anche se magari non li vedremo immediatamente con la maglia dell’Italia, passeranno da Coverciano.
Chi riuscirà poi a conquistare la fiducia del commissario tecnico avrà sicuramente numerose opportunità».
Tu, oltre a essere un giornalista, negli anni sei diventato un personaggio pubblico molto riconoscibile, principalmente legato al mondo juventino ma conosciuto anche a livello più ampio. Quanto aiuta questa riconoscibilità e quanto, invece, può condizionarti o frenarti in ciò che dici e scrivi?
«Credo che la riconoscibilità sia sinonimo di responsabilità. Non devi volare grazie alla visibilità, ma al contrario devi prestare ancora più attenzione a mantenere i piedi per terra.
Il mezzo televisivo, a differenza di tanti altri mezzi di comunicazione, compreso il web che possiede una natura differente ed è ormai una realtà molto importante, non perdona.
Professionalmente vivo anche in un contesto nel quale è consentito giocare all’interno del dibattito e prendersi determinate licenze. Nel mio caso, però, come in quello di tanti colleghi, non dobbiamo mai dimenticare di essere giornalisti.
Essere opinionisti rappresenta soltanto una declinazione particolare del mestiere. Anche quando non stai presentando un telegiornale o facendo una telecronaca, ma stai discutendo animatamente, non devi mai dimenticare di essere un giornalista. L’esperienza ti porta ad acquisire un senso di responsabilità al quale devi prestare costantemente attenzione.
La visibilità può essere una fortuna, ma raramente rappresenta un aiuto. Quando raggiungi quel contesto devi dimostrare di essere capace di meritarlo. Da questo punto di vista è un po’ come arrivare alla Juventus.
Recentemente ho intervistato il grandissimo Roberto Bettega. Mi ha spiegato che, ai suoi tempi, la prima cosa che veniva fatta capire ai giocatori appena arrivati era che proprio in quel momento cominciava la parte più difficile. L’approdo alla Juve rappresentava l’inizio della loro carriera e non il punto d’arrivo.
Lo stesso discorso vale quando raggiungi una certa visibilità. In quel momento comincia la parte più difficile, ovvero il dovere di mettere in campo tutto ciò che hai imparato attraverso la gavetta, lo studio e il lavoro al fianco dei colleghi che hanno percorso quella strada prima di te».
Nel corso degli anni hai dato tantissimi scoop e anticipazioni di mercato, non soltanto sulla Juventus. C’è stata una notizia che hai pubblicato e che, con il senno di poi, avresti preferito trattenere? Oppure una notizia che non hai dato e che ti sei pentito di non aver anticipato?
«Ci sono state delle notizie che non si sono verificate a causa di una serie di situazioni rocambolesche. Credo che capiti a tutti i giornalisti, soprattutto a chi si occupa di calciomercato. Per fortuna non devo parlare di mercato per trecentosessantacinque giorni all’anno, perché è davvero una brutta bestia.
Ce n’è una in particolare che mi dispiacque molto, non perché l’operazione non si concretizzò, ma perché diedi una notizia basandomi su elementi importanti e finii per creare un piccolo effetto boomerang. Mi riferisco all’addio di Arturo Vidal alla Juventus, annunciato esattamente un anno prima della sua effettiva partenza in direzione Bayern Monaco.
All’epoca l’accordo con il Bayern era già stato avallato dalla Juventus. Vidal aveva salutato tutti a Vinovo e io pubblicai qualcosa come “Vidal ai saluti”. Alla fine l’operazione non si concretizzò, con mia grandissima gioia, perché sono sempre stato un grande estimatore di Arturo.
La settimana successiva andai a Vinovo per un impegno istituzionale e mi accorsi che alcuni dirigenti della Juventus mi guardavano male. Quella notizia aveva generato un po’ di fastidio perché il club aveva deciso di far saltare la trattativa, convinto che trattenere Vidal fosse la scelta migliore. Anche il giocatore fu molto felice di rimanere.
Un anno dopo si concretizzò esattamente la stessa operazione. La notizia era quindi fondata, ma era arrivata fuori tempo. Parlando con i dirigenti della Juventus ricevetti una sorta di bacchettata. Il messaggio implicito era quello di non creare problemi prima che il problema esistesse realmente.
Forse avrei potuto compiere un’ulteriore verifica oppure aspettare qualche giorno, visto che sapevo già di dover andare a Vinovo. È questa la notizia che, potendo tornare indietro, avrei gestito diversamente».
Qual è, invece, la notizia che non hai dato e che ti sei pentito di non aver anticipato?
«La mattina di quel Juventus-Napoli che vincemmo, ma che coincise anche con la partita dopo la quale Marotta si presentò davanti ai microfoni annunciando che sarebbe uscito dalla Juventus, io sapevo che era fuori dal club. Non c’era però alcun modo di comprendere il motivo e le tempistiche.
Ero certo di questa informazione perché, due giorni più tardi, la Juventus avrebbe diramato le convocazioni per l’assemblea degli azionisti. Le convocazioni interne vengono naturalmente comunicate in forma privata dall’azienda e Marotta non figurava nella lista, nonostante fosse l’amministratore delegato della Juventus.
Non riuscendo a capire cosa stesse realmente accadendo, ed essendo impegnato per molte ore in televisione, decisi di trattenere la notizia. Parlai con il direttore e gli dissi che sarebbe sicuramente successo qualcosa riguardante Marotta nel corso di quella giornata, ma che non ero riuscito a capire né il motivo né le modalità.
Alla fine non ne parlammo. Forse avrei potuto realizzare uno scoop, ma non posso dire di avere un vero rimpianto. Probabilmente sono più i tifosi juventini a rimpiangere Marotta di quanto io rimpianga quella notizia».
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