Mourinho racconta la sua Inter su Netflix: «La sconfitta contro il Barcellona fu la più bella della mia carriera. Se avessi festeggiato dopo il Triplete sarei rimasto in nerazzurro» | OneFootball

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·11 agosto 2026

Mourinho racconta la sua Inter su Netflix: «La sconfitta contro il Barcellona fu la più bella della mia carriera. Se avessi festeggiato dopo il Triplete sarei rimasto in nerazzurro»

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Mourinho racconta così la sua Inter nella docuserie su Netflix: dalla cessione di Ibrahimovic fino al Triplete in nerazzurro. Ecco le sue parole

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È sbarcata oggi su Netflix la nuova e attesissima docuserie in tre episodi interamente dedicata a José Mourinho. L’ex allenatore dell’Inter ripercorre le tappe salienti della sua straordinaria carriera, soffermandosi a lungo sulla sua indimenticabile esperienza in nerazzurro culminata con la storica conquista del Triplete nel 2010. Tra aneddoti inediti e rivelazioni di mercato, lo Special One ha svelato la genesi del suo approdo a Milano e il rapporto viscerale instaurato con lo spogliatoio.

SULLA PANCHINA DELL’INTER – «Quanto desideravo la panchina del Barcellona? Quanto quella dell’Inter: ambivo ad un top club e basta. L’inizio all’Inter è stato complicato perché la rosa era vecchia e molti calciatori over 30 avevano contratti pesantissimi. Li facevo sentire indispensabili anche se non giocavano sempre. Figo, Zanetti, Cordoba, Materazzi: la vecchia guardia era incredibili, avevano ancora voglia di realizzare sogni col club che amavano profondamente. E’ stato un onore aiutarli a realizzare quel sogno: erano un gruppo fantastico. Seguivano un copione: io lo scrivevo, ma loro andavano in campo. Trovavamo la soluzione insieme: era perfetto».

SULLA CHAMPIONS LEAGUE – «In Europa serve qualcosa di diverso: devi salire di livello, è quella la sfida più grande. Per vincerla devi avere tutto e noi nel 2008-09 non l’avevamo».

SUL TRASFERIMENTO DI IBRAHIMOVIC AL BARCELLONA – «Perdere il nostro giocatore più importante fu un duro colpo: uno dei miei assistenti in lacrime disse “senza di lui siamo morti”. Sapevamo cosa ci serviva: una squadra veloce e un giocatore creativo. Moratti fu incredibile in quella trattativa: invece di cedere Ibra solo per soldi, portò a casa quelli ed Eto’o. La sconfitta è solo l’inizio di un percorso vittorioso: perdere con lo United è stato l’inizio del percorso. Il mio compito all’Inter non era ancora finito».

SULL’OTTAVO DI FINALE CONTRO IL CHELSEA – «Io giocavo contro Abramovic, non contro la squadra o i ragazzi: contro di lui. Volevo vincere ma non era facile: quello era il mio Chelsea. Li spinsi al limite del sacrificio, nel lavoro di squadra e tattico. Per me fu bellissimo battere l’uomo che mi aveva cacciato: provai una sensazione speciale. Tornai a casa felice e lui triste: avevo bisogno di quella vendetta, il calcio appartiene a persone come me, gli altri sono intrusi».

SULLA SEMIFINALE CONTRO IL BARCELLONA – «Il Barcellona era scaltro e poi aveva Messi: segnava gol come bere acqua. All’epoca i gol in trasferta valevano doppio: per questo al ritorno due gol sarebbero bastati. Per questo crearono un clima ostile nei miei confronti. La pressione era insostenibile. Se era già dura in 11, in 10 per un’ora ci diedero tutti per spacciati. Cosa dissi a Guardiola? Vincere così è facile, ma non vincerete».

SUL MOMENTO PIU’ EMOZIONANTE DELLA SUA CARRIERA – «Se dovessi scegliere l’intervallo più emozionante della mia carriera, sceglierei quello. Parlai delle nostre famiglie, dei nostri figli, dei tifosi, della storia e di diventare leggenda: un discorso uscito diritto dal cuore. Vidi i ragazzi rientrare in campo con gli occhi lucidi: diedero tutti l’anima, non si trattava di giocare a calcio ma di resistere a un assedio. Il calcio è tribale: si soffre e si dà tutto. Quando il Barcellona segnò con Bojan pensavo che fosse finita. Passare quel turno è stato come vincere la finale: è stata la più bella sconfitta della mia carriera. Quell’Inter era incredibile, quei ragazzi erano speciali: non mi sono mai divertito con un gruppo come con quello. Ma nel postpartita fu dura: sapevo che sarei andato via».

SUL SUO ADDIO ALL’INTER – «Ero amato dal club, dai tifosi e dai giocatori: non avrei potuto trovarmi in un posto migliore. Ma volevo vincere in paesi diversi e andarmene: volevo il Real Madrid. La sera prima della finale il Real voleva che firmassi il contratto: credevano che dopo la vittoria cambiassi idea. Ma rifiutai per una questione di rispetto».

SUL TRIPLETE – «Il Triplete ha significato tutto: un club e un posto che amavo, ma avevo in mente di vincere la finale e andarmene. Se fossi salito sull’aereo coi giocatori e fossi andato a festeggiare allo stadio coi tifosi, sarei rimasto. Quindi sono dovuto scappare. Decisi di restare a Madrid e di non tornare a Milano: non potevo farlo. Scappai da quell’emozione, il lavoro era finito».

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