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·13 aprile 2026

Mutti: “Nel 2005 mi cercò la Roma, poi prese Spalletti”

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Bortolo Mutti ripercorre carriera e ricordi tra Atalanta e Messina, critica il calcio moderno e racconta aneddoti su Inzaghi, Roma e presidenti.

Bortolo Mutti, 71 anni, è partito da Trescore Balneario, paesino in provincia di Bergamo, ha guidato squadre in tutta Italia – Atalanta, Palermo, Cosenza, Napoli, la favola Messina, Bari – e alla fine è tornato a casa: “Il calcio resta il chiodo fisso, ma la A di oggi mi annoia, ha un gioco lento. Preferisco la Premier e la campagna”.


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Il viaggio tra i ricordi di Bortolo Mutti

Differenze tra il suo mondo e quello di oggi? “I social. Qualche sera fa ero a cena con un amico agente. Un suo calciatore l’ha chiamato dopo la partita insultando l’allenatore perché non l’aveva fatto giocare. Io ai miei ho sempre insegnato che fare le vittime non serve”.

Ma se dopo dieci anni chiamasse qualcuno? “Dopo il Livorno ho smesso, deluso da certi atteggiamenti e da ds improvvisati. All’inizio avevo nostalgia, poi non me n’è più fregato nulla”.

Il deferimento per il calcioscommesse nel 2012 ha influito? “Gli scandali veri li fecero altri. Finii in mezzo senza fare niente. Ero l’allenatore del Bari retrocesso, fecero il mio nome per tirarsi fuori. La gente ha sempre saputo che fossi una persona seria”.

La chiamavano ‘allenatore gentiluomo’. “Sono cresciuto in una famiglia umile. Ho fatto il saldatore, il marmista e ho consegnato lettere. Poi sono entrato nel settore giovanile dell’Inter e ho fatto la mia carriera”.

Com’è stato, da bergamasco, giocare a Brescia? “Tosta. In paese mi prendevano in giro, segnai in un derby e qualcuno mi tolse il saluto. Per fortuna, nel 1981, sono tornato alla Dea ed è stato favoloso. Una cavalcata incredibile dalla C alla A”.

Come nasce il Mutti allenatore? “Per caso. Ero al Palazzolo, la società mandò via il tecnico e mi ritrovai a fare l’allenatore-giocatore. Ho fatto di tutto, dalla scuola calcio al settore giovanile, poi nel 1991 passai al Leffe”.

E fece subito bene: promozione in Serie C1. “Arrivò Pippo Inzaghi, un cavallo pazzo da addestrare. I primi mesi non giocava mai, poi fece 13 gol. Quando andai a Verona, in B, lo portai con me insieme ad altri due. SuperPippo guidava un’auto scassata ed era già conteso dalle ragazze. Avrebbe meritato qualche multina, ma gliele ho sempre abbonate”.

Filippo era già superstizioso? “Sì, ma io ero peggio. Una volta l’autista del pullman sbagliò strada e lo feci tornare indietro. Arrivammo tardi”.

Ha avuto presidenti iconici. “Con Leonardo Garilli del Piacenza parlavamo di vita, mai di calcio. Mai visto uno come Maurizio Zamparini soffrire così tanto per il calcio. Non gli ho mai detto una formazione e lui s’incazzava. Faceva volare i piatti. Sono stato uno dei pochi a non essere esonerato da lui. Un altro che vorrei ricordare è Pagliuso a Cosenza, un signore”.

Lei è mai stato vicino a una big? “Nel 2005 mi cercò la Roma, poi andò Spalletti. Avevo timore a passare da un contesto come Messina a quello romano. A Messina stavo da Dio”.

Già, Messina. La favola più bella? “Sì, grazie a mia moglie: nel 2003 avevo chiuso a Reggio in A e mi sentivo un tecnico di categoria. ‘Che ci vado a fare in B?’, dissi. Lei mi convinse. ‘Devi andare per rispetto’. Quando conobbi Franza, il presidente, firmai in cinque minuti. Arrivai con la classifica disastrata, a fine anno festeggiammo la promozione in A”.

Il primo flash? “L’esordio con l’Avellino di Zeman. Vincemmo 1-0 sbagliando dozzine di gol. Un gruppo così unito non l’ho più trovato. I messinesi ancora mi fanno piangere. Al Nord era come giocare in casa. Eravamo l’Atalanta di oggi, battemmo Milan e Roma mettendo paura alle altre grandi”.

Qualche aneddoto? “Una volta Di Napoli esultò mimando un volante, solo dopo scoprii che aveva scommesso una macchina col presidente. Un’altra Zampagna mi invitò a cena con tutti e dissi di no. Volevo mantenere i ruoli distinti, ma ho voluto bene a tutti. Non me ne vogliano le altre, ma Messina è stata la piazza della vita per la vita. Ancora mi manca”.

E l’Atalanta, invece? “La Dea è infanzia, casa. Messina è stata la realizzazione professionale: il 7° posto in A del 2005 non ce lo toglierà nessuno. Ci allenavamo al campo militare, in strada erano solo clacson e incitamenti”.

Cosa le manca del calcio? “Nulla, ho dato tutto. E mi sono divertito”.

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