Zerocinquantuno
·28 luglio 2026
Nel calcio moderno è sconsigliato l’inchiostro indelebile

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·28 luglio 2026

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Un giorno un giocatore è lì che suda in allenamento a Casteldebole, pare piantato nel paesaggio come un pilastro della tangenziale, e ventiquattr’ore dopo te lo ritrovi catapultato alla Stazione Termini, immorsato in un’orgia di selfie, la sciarpa della Roma avvolta sul collo e lo sguardo attonito di chi è stato sparato su un altro pianeta senza nemmeno aver avuto il tempo di tirare su la zip del trolley.
È la fisica moderna del pallone: il teletrasporto permanente. La mattina ti spiegano che sarà una grande stagione, la sera stessa sono acclamati a furor di popolo da un’altra tifoseria, sotto un altro cielo, con un altro pezzo di stoffa addosso, invocati come fossero la reincarnazione di Falcao. Senza una transizione, senza un momento di sospensione, senza nemmeno il tempo di smaltire la tossina dell’addio. Un giorno sei l’idolo di una curva, il giorno dopo sei il messia di quella avversaria.
Retorica da sagrestia? No, non è una questione di scandalizzarsi per i soldi, è solo una questione di eleganza. Di modi. Di rispetto per la liturgia. O per le apparenze. Una volta, persino nei divorzi più cinici e spietati, ci si metteva un po’ di tempo per dirsi addio. C’era la conferenza stampa organizzata con tutti i crismi, il labbro inferiore che tremava un secondo di troppo, la frase di circostanza pronunciata a mezza bocca che serviva quantomeno a far decantare il lutto, a dare dignità alla perdita (ricordate le lacrime di Paramatti?). Ci si concedeva il lusso della recitazione o del gesto teatrale (la fuga di Savoldi a casa Morandi, prima di essere ceduto al Napoli).
Oggi la gestione degli addii è cambiata, sì, ma clamorosamente in peggio. È diventato tutto brutale, chirurgico, istantaneo. La curva ti ama il martedì a ora di pranzo, ma il mercoledì mattina sei già merce tracciata, imballata e spedita con corriere espresso verso la Capitale.
Poi, in mezzo a questo frullatore di plusvalenze, torna alla mente un capolavoro tragicomico: la faccenda del tatuaggio. Castro che, in un impeto di romanticismo, aveva pensato bene di farsi stampare sulla pelle (del polpaccio, per la precisione) il profilo dello stadio Dall’Ara. Un gesto d’amore, si diceva. Oggi, più modestamente, il preludio a una seduta di laser, o la dimostrazione scientifica che i tatuaggi dei calciatori hanno una durata media inferiore a quella dei loro contratti d’affitto. Ti giurano devozione sulla pelle con l’inchiostro indelebile e due mesi dopo sono già su Google Maps a cercare un dermatologo di fiducia a Roma Nord per capire come cancellare una Torre di Maratona senza lasciare troppe cicatrici (si scherza, sappiamo che ‘Santi’ non lo farà mai).
In questo circo che fa di tutto, ogni santissimo giorno, per perdere una briciola della propria residua credibilità, resta solo un mistero glorioso a tenere in piedi la baracca. Ed è la pazienza infinita, quasi mistica, irrazionale e bellissima, del tifoso del Bologna. Gli vendono i punti di riferimento, gli smontano il giocattolo, e loro che cosa fanno? Rispondono piazzando ventimila abbonati sulla fiducia. Ventimila persone in carne ed ossa che prendono la carta di credito, fanno la fila e firmano una cambiale di fede a scatola chiusa.
Santiago andrà a prendersi i suoi giusti applausi sotto la Curva Sud, la società incasserà il suo bell’assegno e al Dall’Ara si ricomincerà daccapo a cercare il prossimo eroe a scadenza biennale. Con un unico, spassionato e caldissimo consiglio per i nuovi acquisti che sono già arrivati o arriveranno nei prossimi giorni: se proprio volete tatuarvi un simbolo della città, fatevi un favore, usate l’henné.







































