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·8 aprile 2026

Oliviero racconta la sua storia d'amore con il calcio: dagli inizi all'arrivo alla Lazio

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Elisabetta Oliviero, esterno della Lazio Women, si è raccontata in una lunga intervista ai microfoni di Lazio Style Radio. La calciatrice ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera, fatta di passione, sacrifici e determinazione. Dalle difficoltà iniziali, tra i dubbi della famiglia fino alle sperienze lontano da casa.

Oliviero a LSC

Il mio colpo di fulmine con il calcio è stato quando ero molto piccola, al parco con i miei fratelli, mi ero trasferita a Genova e mia madre era piena di faccende, così i miei fratelli stavano con me e un giorno incuriosita dissi loro di voler andare anch'io (a giocare, ndr). Il primo calcio è stato un amore indescrivibile. È stato un innamoramento, poi con il tempo lo riesci a descrivere: un senso di libertà e qualcosa che ti appartiene.

I tuoi genitori erano convinti di questa tua scelta?

Inizialmente no. È stata dura convincere i miei tre fratelli e i genitori, perché veniamo da un paese che ha delle idee diverse, convinto che il calcio sia solo maschile. È stata dura convincerli, ma diverse persone mi hanno aiutato in questo cammino, come questo signore che si chiama Francesco, che convinse i miei genitori. Non era facile seguire tutti, i miei fratelli giocavano a calcio, io con la scusa con il pallone li seguivo. Questo signore convinse la mia famiglia, mi veniva a prendere a casa, mi portava agli allenamenti fino a quando i miei genitori si convinsero che avevo trovato l'amore della mia vita.  Se lo avessi qui? Gli direi grazie.

Inizialmente facevo il portiere, perché ero lo spazio libero quando andavo a giocare con i miei fratelli. Ero brava e avevo voglia di giocare, mi buttavo nel cemento (ride, ndr). Ero troppo piccola per capire, volevo solo divertirmi. Anche se mi era vietato di entrare in un club facevo di tutto per giocare. Questo nessuno poteva vietarmelo. I miei genitori ci hanno provato a farmi provare un altro sport, come la pallavolo, e anche la stessa insegnante gli disse di portarmi a fare calcio perché mi avrebbero fatto contenta. Il sacrificio maggiore? Lasciare la mia famiglia.

Cosa hai trovato nel calcio dei grandi

È un mondo che ti forma, ma non sempre è stato pronto ad accogliermi. È stato complicato gestirmi i pranzi, pulire casa, preoccuparsi delle proprie coinquiline. Fai fatica a rapportarti con gli altri.

Avresti mai creduto di arrivare al livello tattico che vediamo oggi in Serie A?

Ti direi di no a istinto, sì ma mente fredda. Ho sempre lavorato e ho sempre incontrato persone che mi hanno insegnato tanto. Non potevo immaginarmi di ottenere questi risultati.

Dopo il Sassuolo hai girato: sei andata a Napoli e poi alla Samp, che anni sono stati?

Anni difficili. Sono una giocatrice che viene da squadre che si sono sempre dovute salvare. Sono orgogliosa di averne fatte sette, queste le considero tutte impossibili. Il calcio di qualche anno fa non è quello che abbiamo oggi, a livello strutturale e di competenze. Ho trovato squadre pronto a fare di tutto per un obiettivo.

Nel 2024 arrivi alla Lazio

È stato molto difficile per me accettare la chiamata della Lazio, non tanto per il club, ma perché facevo fatica a dover lasciare casa. Avevo trovato un equilibrio. Io alla Samp ci tenevo, è inutile negarlo. Ti rendi conto che la vita va avanti e che devi prender scelte coraggiose, questa è stata una di quelle. Lo rifarei indubbiamente.  Qui si respira calcio h24. Tutto ciò che facciamo è in funziona della partita. Abbiamo uno staff molto preparato, e credo che Grassadonia sia stato un chiave importantissima della mia carriera, mi ha fatto vedere il calcio con nuovi occhi.

Riguardo Grassadonia

È molto attento a ogni cosa, ma è un allenatore completo, umanamene e tatticamente. Ci da tanto sia quando ci deve sgridare che coccolare. Ci fa vedere il calcio con gli occhi di un appassionato. Mi ha dato il nome “Pierino”? Mi ha dato questo soprannome, con un senso di positività.

“Siamo queste”: la frase che dici sempre, che vuol dire?

Significa che facciamo il massimo in tutte le situazioni, nessuno da di meno di quello che può. Vuol dire che abbiamo dato il massimo che avremmo potuto, accettiamolo.

Sei l'addetta alla musica

Prima della partita riusciamo sempre ad ascoltare le canzoni della Lazio, quindi quello è una cosa molto facile da gestire. Ma mi occupo di portare sempre la cassa, di vedere se è carica e se il telefono è collegato. Poi tutte dicono la loro e ascoltare le loro canzoni.

Scegliere tra una squadra unita e una forte?

Penso che una cosa faccia l'altra, se è una squadra unita è una squadra forte e questa è una cosa che ho imparato col tempo. Non sempre nella mia carriera eravamo la squadra che poteva salvarsi, la squadra che doveva dire la propria nel campionato, ma stando unite siamo sempre diventate forti. Così come qui, l'anno scorso, nessuno si sarebbe aspettato probabilmente nulla da noi, eravamo una squadra neopromossa e invece siamo state unite e siamo diventate forti.

E poi a livello individuale invece curi tanto sia l'aspetto fisico, l'aspetto tattico, tecnico, ma anche quello mentale. Secondo te tra questi fattori qual è il più importante?

Il livello mentale, assolutamente. La testa è il muscolo più allenabile che abbiamo perché allenano tutti gli altri.Quindi è molto importante avere una percezione di se stessi a livello mentale. È facile abbattersi, è veramente facile mollare a volte ed è più faticoso magari dirsi di continuare quando le cose non vanno come vorresti. Lì entra la testa quando devi fare quella corsa in più o hai bisogno di andare a dormire in un certo orario e devi rinunciare a vedere le amiche o qualsiasi tipo di rinuncia ti entra nella testa che ti dice no, puoi fare quella cosa in più che ti fa star bene per rendere meglio.Secondo me la testa è assolutamente molto più importante. Magari in alcuni momenti c'è anche bisogno. Siamo molto influenzati dalle persone che ci circondano e dobbiamo stare attenti a sceglierle bene. Ci vuole tanto amore e bisogna comprendere la vita di una calciatrice perché non è semplice capire le nostre rinunce e starci vicino nei momenti in cui andiamo giù di morale perché per tanti può essere considerato solo uno sport. Per qualcuno che non è nel mondo del calcio è difficile vedere la nostra sofferenza dopo una sconfitta o la nostra gioia dopo una vittoria. Però non gira tutto intorno al risultato ma tanto al lavoro che facciamo in settimana, al lavoro che facciamo quando nessuno ci vede, d'estate quando non ci fermiamo. Il tuo corpo ha anche bisogno di riposare, la tua mente anche, però è proprio quando nessuno ti guarda o nessuno si allena che c'è magari quello step che può fare la differenza e lì le persone che hai intorno devono saperti accogliere e capire che per te è importante.

A proposito poi di questo, è arrivata una voce che quando le cose non vanno proprio bene in campo è anche un po' difficile starti vicino Possiamo dire che sei un po' ossessionata dal calcio: anche quando torni dalle trasferte che appena finita la partita devi subito riguardare quel che è accaduto in campo

Sì, sono ossessionata, la cosa è giusta, ma vivo tutto con molta passione e dedico la mia vita H24 a questo. Facciamo tanti sacrifici, stiamo lontano dalla famiglia, dalle persone che amiamo, facciamo scelte spesso complicate.Poi io amo questo sport, mi piace, mi diverte, ci metto veramente tutto l'amore e la passione che ho, ma senza ossessione non si cresce, senza ripetere mille volte anche quella cosa che sai fare già, senza sbatterci la testa e soffrire tante volte. Penso che la sofferenza sia una chiave nella vita come nello sport perché la sofferenza ti fa crescere.

Hai mai avuto un piano B nella vita in cui il calcio non fosse contemplato?

No, sono molto fortunata e almeno posso ritenermi una sorella molto fortunata.Sapevo che sarebbe andata la mia vita, avevo un posto a casa, un posto al sicuro dove non avrei avuto nessun tipo di problema e questo mi ha sempre dato la forza per concentrarmi e credere in tutto quello che facevo giorno per giorno. Ho sempre avuto un piano B, che è lavorare con i miei fratelli nel loro negozio di abbigliamento, anche se per la salute mentale di tutti io penso che non potrò mai rinunciare al calcio e sarà sempre un insieme di tante cose nel mio futuro.

A livello individuale, tornando al campo, sei una dei migliori esterni del calcio italiano. Ti rendi conto di quello che stai facendo?

No, io vivo tutto al meglio tutti i giorni e a volte le persone intorno a me me lo fanno percepire, o meglio ci provano. Anche dopo l'Europeo. Il calcio dimentica velocemente, bisogna sapersi adattare alle cose che arrivano. Sono veramente tanto orgogliosa, perché se guardo indietro ne ho passate tante. Soprattutto ci sono state volte in cui è stato difficile riuscire a credere di poter appartenere a un calcio diverso, che non fosse fatto solo di salvezze l'ultima giornata, o di lavori fatti con quello che si aveva, o forza con gli sacchi della sabbia, GPS incorporati a mente.Ho lottato e ho sperato di poter dimostrare che non è possibile riuscire ad ottenere qualcosa anche partendo dal basso.

Adesso avrete una palazzina per voi, avrete dei istruttori di questo tipo, è un paradiso?

Sicuramente, sicuramente. È una cosa che dà molto orgoglio, far parte di una società che ha queste strutture, che ha questi campi, perché allenarsi tutti i giorni in una struttura che ti dà l'opportunità di fare le vasche fredde, o magari la sauna, o di avere un campo in erba vera, non è da tutti.Noi ci riteniamo molto fortunate, ce lo ripetiamo quasi tutti i giorni, perché è anche giusto non dimenticarsi che il calcio sta cambiando, cambierà, sicuramente non vogliamo accontentarci di quello che stiamo raggiungendo, ma qui in questo momento possiamo ritenerci fortunate per quello che abbiamo.

Torno un attimo sull'Europeo. Tutti ti hanno chiesto l'emozione del gol contro la Spagna, un gol storico. Io invece ti chiedo la tua sensazione quando hai visto arrivare quel pallone

Ho pensato, è davvero lì? Posso colpirlo?

Hai avuto un po' paura di sbagliarlo quel gol?

No, perché non stavo neanche calciando in quel momento. Ho tirato in porta, non ho avuto dubbi, è stata la prima cosa che mi è venuta in mente.Mi è sembrato un po' strano che fosse rimasta lì, ma probabilmente era destino. Non sono un quinto che segna, non sono neanche un quarto che segna, sono un giocatore molto atipico per il ruolo che ho, perché sicuramente dovrei alzare i miei numeri, ma amo far segnare gli altri. Sono molto più contenta quando una mia compagna segna. L'idea di poter fare gol in una partita così importante, nemmeno ce l'avevo in testa.

È stato il giorno più bello della tua vita?

È stata la sconfitta più bella della mia vita, ed è una cosa che ci tendo a sottolineare, perché per quel giorno comunque ci siamo qualificate, nonostante la sconfitta, e abbiamo dimostrato il nostro valore contro una grande squadra.Quindi sì, è stata la sconfitta più bella.

Tu sei molto autocritica, quindi ti chiedo qual è l'errore che continui a fare da anni che non riesci ad eliminare e che ti fa veramente arrabbiare?

Non so se è data la mia altezza. Sui palloni alti talvolta si fa fatica e spesso mi arrabbio con me stessa per questa cosa.Ci lavoro, come su tutto il resto, come sul fatto che non sono mancina e mi piacerebbe diventarlo. E a volte mi arrabbio proprio perché mi sfugge un controllo o magari non la apro col sinistro e la forzo col destro, anche se non lo posso fare. Quindi su queste cose in cui io sono molto maniacale, mi arrabbio con me stessa spesso.

E poi ti chiedo, a livello di confronto, qual è la giocatrice più difficile che hai sfidato?

Io vi tirerò fuori un nome che probabilmente voi non vi aspettate. Non so se faceva tanto il fatto che io fossi piccola, ma io mi ricordo quella partita incredibilmente. Gabbiadini, quando ho giocato contro di lei era Cuneo-Verona. Non ho mai visto la palla quel giorno. Non l'ho mai vista. Speravo sempre se giocarla due tocchi, se giocarla di prima. Cioè neanche una scivolata riuscivo a fare. Cioè è stato terribile quel giorno per me.

Cosa ti senti di promettere a te stessa e alle tue compagne in questo rush finale di campionato?

Sicuramente ci tengo a promettere alle mie compagne che da quella fine continuerò a dargli il massimo e a fare tutto ciò che è possibile per raggiungere l'obiettivo, per essere di supporto, per dare sostegno quando sarà necessario, per farmi trovare sempre con una parola positiva al momento giusto. Anche se a volte quando si è arrabbiato fa fatica anche a dare una parola positiva. Questo è il massimo che posso fare, mettere tutta la mia determinazione per loro, per noi e sperare di arrivare al nostro sogno.

Il sogno del cassetto di Elisabetta Olivero una volta che avrà smesso di giocare a calcio, anche se abbiamo capito che con il calcio non chiuderai mai?

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