Calcionews24
·5 marzo 2026
Paolo Berlusconi racconta così il fratello Silvio: «I giocatori che avrebbe voluto? Forse Maradona e Totti. Li ammirava»

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Le origini del successo mondiale del Milan affondano in un legame profondo e antico, come ha ricordato Paolo Berlusconi in un’intervista ad AS, ripercorrendo i momenti che spinsero suo fratello Silvio a rilevare il club e a trasformarlo in una potenza europea: non fu soltanto una scelta imprenditoriale, ma il compimento di un sogno nato nell’infanzia, tra le strade di Milano, dove la passione rossonera prese forma molto prima che diventasse un progetto destinato a cambiare la storia del calcio.
Sull’arrivo di Berlusconi nel mondo Milan: «Il club stava attraversando un periodo difficile. Il presidente Giuseppe Farina era praticamente in procinto di andarsene nel 1986, e Silvio pensò che fosse giunto il momento di restituire alla città ciò che il Milan gli aveva dato. La nostra candidatura era naturale. Avevamo questo piano ben chiaro in mente. C’era l’opzione di collaborare con una compagnia petrolifera italiana, ma non funzionò».
Sulle ambizioni di Berlusconi: «Un’altra cosa che ossessionava Silvio era che dovevamo vincere, a prescindere da tutto, ovunque giocassimo. Attaccare, dominare, zero speculazioni. Niente calcoli, niente formule matematiche… Prima, per esempio, la logica imponeva di vincere in casa e pareggiare in trasferta. Questo garantiva la vittoria del campionato, ma per noi non bastava. Era superato. Un’altra idea era dimostrare al mondo che l’Italia non era un catenaccio costruito su difesa e contropiedi. Voleva rompere schemi e luoghi comuni. Il nostro Milan non ha mai smesso di attaccare. Ricordate le nostre partite contro il Real Madrid in Coppa dei Campioni? Non c’era differenza tra San Siro e il Bernabéu. A Madrid ci applaudivano anche loro, perché erano abituati al bel calcio».
Sui suoi sogni calcistici proibiti: «Forse Maradona e Totti. Li ammirava. Non abbiamo mai provato a ingaggiarli perché Silvio credeva e difendeva gli stemmi dei club. Sapeva che erano rispettivamente gli stemmi di Napoli e Roma. Ma diceva che erano intoccabili».









































