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·30 marzo 2026
Paolo Verdone, il figlio di Carlo: “Al telefono si finse l’agente di Totti”

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CORRIERE DELLA SERA (Valerio Cappelli) – Paolo è nato a Roma nel 1987, mentre sua sorella Giulia è del 1986, ed è molto riservata. Perciò a parlare del loro papà, Carlo Verdone, è lui.
Il primo ricordo di suo padre? “Facevamo i tiri in porta in salotto e ogni volta rompevamo qualcosa. A quel punto io correvo a distrarre mia madre mentre papà provava faticosamente a ricomporre l’oggetto. Poi le vacanze estive da piccoli a Sabaudia. Lui girava i film, ci raggiungeva nel fine settimana e col “Ciao” e ci portava a turno me e mia sorella a fare colazione con i maritozzi. È un padre molto apprensivo, che anche se non ci veniva a prendere a scuola tutti i giorni si informava di come fosse andata la giornata”.
E invece il ricordo di un viaggio? “A Beverly Hills, nella villa di Vittorio Cecchi Gori e Rita Rusic, durante le vacanze di Natale del 1999. Ci vennero a prendere all’aeroporto con una limousine. La casa era immensa. Io all’epoca giocavo a tennis, mi organizzarono una lezione con un maestro che, così mi dissero, aveva allenato Agassi. Quella vacanza l’ho vissuta come un parco giochi”.
I film di suo padre a cui lei è più affezionato? “Maledetto il giorno che t’ho incontrato e Sono pazzo di Iris Blond, dove sul set a Bruxelles feci i capricci perché ero curioso di vederlo nella scena in cui bacia Andréa Ferréol. Poi sono affezionato a C’era un cinese in coma”.
Ha mai fatto la comparsa? “Diverse volte, la prima in Gallo Cedrone. C’è una scena in cui papà va dalla zia per chiederle dei soldi in prestito, inventandosi una bugia. Uscendo si accorge che nella sua spider decappottabile si infila un ragazzino che gioca a guidare. Ero io”.
Suo padre era famoso per gli scherzi che faceva a tutti. “Ne fece uno anche a me. A 10 anni giocavo a calcio nel Valle Aurelia e davanti a lui feci una doppietta. In casa siamo romanisti e la mattina dopo una persona al telefono sosteneva di essere l’agente di Totti, di avermi visto giocare e di volermi convocare a Trigoria per un provino. Ma la voce era dello sceneggiatore Pasquale Plastino. Rimasi di sasso. Mi chiese scusa ma restai offeso, lo perdonai solo quando mi portò a conoscere Francesco per davvero”.
A casa vi ha mai rifatto i suoi personaggi? “Più che i personaggi ci divertiamo a vederlo imitare parenti e amici. Insieme suoniamo il blues, io la chitarra e lui la batteria”.
Allora le ha trasmesso la passione per la musica. “Mi ha fatto conoscere la grande musica, anni ’60 e ’70. Naturalmente Jimi Hendrix. Grazie a lui ho conosciuto dietro le quinte Jeff Beck, Roger Waters, Crosby, Nash, Springsteen. Il concerto di Paul McCartney al Colosseo è il ricordo più emozionante. Su un maxischermo proiettavano degli sms che il pubblico inviava a un numero in forma anonima. Papà ne mandò uno: Paul McCartney sei grande come Totti. Apparve sullo schermo e ci fu un’ovazione. Mi sono sempre divertito all’idea che nessuno sapesse che l’autore era Carlo Verdone”.
“Ho anche un bel ricordo legato a John Lennon, che ovviamente non ho potuto conoscere. Nel 2009 sua moglie Yoko Ono tenne una mostra di immagini multimediali e installazioni per il centenario del Futurismo. In un angolo c’era un tavolino con sopra poggiati un paio di occhiali. Vi misi sopra il bicchiere che avevo in mano. Si precipitò da me l’agente di Ono per redarguirmi. Lei vide la scena e notò il mio imbarazzo. Mi rincuorò, restammo a parlare per un quarto d’ora”.
Suo padre è nella Grande bellezza, per cui Sorrentino vinse l’Oscar. “La notte degli Oscar la seguimmo in tv. Il problema di mio padre è che non è in grado di modificare orari e abitudini serali. A una certa ora, prima del verdetto, andò a dormire. Rimasi sveglio io, gli feci trovare un biglietto attaccato al frigo con la notizia. Lo ha incorniciato”.
Lei da bambino è mai stato geloso di suo padre? “Geloso no, però una volta ho avuto paura. Ero piccolo, lo accompagnai ad un evento in suo onore a Vasto. Mai vista così tanta gente, non riuscivamo ad aprire la portiera dell’automobile. Una volta usciti, mi sono perso nella folla”.
A scuola i suoi compagni la tormentavano chiedendo l’autografo di papà? “Non particolarmente. Mia madre sin dall’asilo iscrisse me e mia sorella alla scuola tedesca. Molti compagni erano stranieri e non sapevano bene chi fosse. Ma di aneddoti con i fan ne ho tanti. Ero con lui a Taormina per i Nastri D’Argento. In albergo, alle sei del mattino, sentimmo bussare alla porta: carabinieri. Aprite. Ci prese un colpo. Aprimmo: ‘Scusate per il disturbo, tra poco siamo in servizio ed è l’unico momento in cui possiamo chiederle una foto’. Papà la fece in maglietta e mutande”.
E una cosa di suo padre di cui lei è orgoglioso? “Quando è stato sindaco di Roma per un giorno, il 17 novembre. Compiva gli anni. Vederlo al Campidoglio mentre teneva un discorso con la fascia tricolore è stata una grande emozione”.
E adesso cosa desidera? “Che sia meno pressato e si diverta, che faccia cinema finché vuole ma anche altro, come condurre un programma alla radio sulla musica con ospiti e amici”.
Di cosa parlate? “Non solo di cinema e musica, spesso di politica, ci scambiamo consigli su libri e autori. Da adolescente gli feci conoscere le opere di Zygmunt Bauman, il sociologo e filosofo polacco della teoria della società liquida. Qualche mese dopo andò in tv e fece sua la scoperta. Ho fatto un salto sulla sedia: papà, te l’ho fatto conoscere io!”.









































